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COSA RESTERA DELL’UOMO? di Andrea Ingegneri

Secondo il libro della Genesi, l’uomo è destinato a trarre con fatica i frutti di un duro lavoro dal quale, forse, non potrà mai sottrarsi. Il tema del lavoro ha segnato la storia ed ha dato molto da riflettere a pensatori e filosofi di ogni genere, ed è tutt’ ora considerato l’elemento fondante della nostra repubblica. Eppure sembra che qualcosa di epocale stia per stravolgere questa visione secolare per condurci, in una prospettiva quasi messianica, verso una nuova era dove tutto andrà riconsiderato: nessuno può immaginare di arrivarvi sufficientemente preparato perché il potenziale delle nuove tecnologie e l’enorme giro di affari che vi graviterà attorno aprono numerose incognite che metteranno in discussione tutti. Stando agli addetti ai lavori, il punto di approdo del tortuoso percorso che ci attende, pur mietendo qualche vittima, a conti fatti sarà positivo. In fondo, chi osa disprezzare il progresso? Avremo una vita più comoda. Con l’intelligenza artificiale molti lavori, soprattutto quelli più noiosi, spariranno. Addirittura, secondo certe personalità, il lavoro in se si trasformerà in qualcosa di molto simile al gioco e sarà governato dalle virtù della fantasia e della creatività. Nel frattempo le macchine faranno il duro lavoro per noi che, da eletti della nuova era, potremo bearci di una nuova spensieratezza, delegando persino l’onere di prendere decisioni. Un ritorno all’otium, come meritata ricompensa di un’umanità che ha saputo riscattarsi.

Ma sarà d’avvero così? Quel che pare certo è che la dipendenza dalla tecnologia continuerà a crescere. Con quali rischi? Fino a che punto saremo disposti ad affidare le nostre vite a delle macchine? Infine, cosa avremo sacrificato della nostra umanità?

In tema di dipendenza, già oggi possiamo guardare a pochi anni addietro con un certo sgomento. Chiunque può sincerarsene osservando cosa fissano le persone in attesa nei pressi di una stazione, o di fronte a cosa trascorrono i pomeriggi (se non le nottate) la quasi totalità dei nostri ragazzi. Nel quotidiano, notiamo come il gergo dinamico e frizzante dell’informatica, sempre più abusato, sia entrato prepotentemente in vari aspetti della vita e soprattutto nel mondo del lavoro. Liberato della sua antica immagine alchemica e esclusiva di qualche secchione dalla vita sociale un po’ sacrificata, le sue parole vengono oggi adoperate per rendere appetibili situazioni di competitività esasperata, rese possibili dalle nuove dotazioni tecnologiche. Insidiando le nostre tasche nella forma di smartphone e dispositivi indossabili, queste ormai ci pedinano ovunque e noi stessi non riusciamo più a farne a meno. Il conseguente inasprirsi della competizione lavorativa e sociale non dovrebbe, però, stupirci se si considera che l’ambito più competitivo in assoluto, cioè quello della speculazione finanziaria, trova la propria ragione d’essere proprio nella rapidissima capacità di scambio di informazioni garantita dalle moderne reti di computer.

Di certo, non occorre attendere di entrare nella nuova era della beatitudine digitale per accorgerci degli effetti di un uso smodato della tecnologia, constatabili sin da subito. I primi possiamo osservarli nei cosiddetti “nativi digitali”, nati dopo la metà degli anni ’90 e non in grado di concepire un mondo senza computer e senza Internet. Nell’immaginario collettivo si tratterebbe di privilegiati, avendo potuto assorbire sin dalle fasce la dimestichezza per padroneggiare con disinvoltura i paradigmi delle nuove tecnologie. Un po’ come una madrelingua padroneggia l’uso dell’inglese secondo modalità inaccessibili a un italiano che inizia a studiarlo soltanto da adulto.

Eppure, l’eccellente lavoro svolto dallo psichiatra tedesco Manfred Spitzer con il suo celebre libro “Demenza Digitale” ci aiuta a smontare questo mito. Leggiamo che «gli stessi esperti di tecnologia informatica nutrono opinioni contrastanti e solo la metà di loro è incline ad un certo ottimismo». Afferma ancora: «in qualità di neurobiologo e alla luce dei dati raccolti in questo libro, devo sottolineare come i media digitali possano provocare nei giovani un peggioramento nella loro formazione, che il loro utilizzo non favorisce lo sviluppo di impulsi sensomotori e che l’ambiente sociale, come viene ripetuto spesso, subisce modificazioni e limitazioni notevoli». L’uso inappropriato di tali strumenti, inoltre, ostacola la capacità di autocontrollo e provoca stress. Il cosiddetto multitasking, cioè l’esposizione simultanea a più stimoli e interazioni tipica di un uso sciolto dei dispositivi, predispone alla superficialità di pensiero. Insomma, ci sarà un motivo se personaggi del calibro di Steve Jobs preferivano che i figli stessero alla larga da tablet e smartphone.

Nonostante ciò le nostre scuole, sin dall’asilo, sembrano voler rinunciare ai metodi e ai propositi educativi tradizionali, per inseguire anch’esse le lusinghe di un totalitarismo tecnologico. Il tutto aggravato dalla complicità di famiglie che accolgono a braccia aperte tali metodi nell’illusione di garantire un’educazione al passo coi tempi ai figli, senza però conoscere i pericoli. Dalle informazioni disponibili, si può affermare che vi sono concreti rischi di un impoverimento non solo di contenuti ma anche cognitivo: non si tiene in debito conto che il cervello di un adulto è sostanzialmente diverso da quello di un bambino, pertanto non possono valere le stesse regole di apprendimento. Pensare che un’esposizione tecnologica precoce, specialmente se in sostituzione dei contenuti tradizionali, possa dare una marcia in più è un errore grossolano. Gli strumenti cognitivi più elevati del cervello, infatti, sbloccano il loro potenziale solo nelle età più avanzate. Prima di allora è necessario approfittare di specifiche finestre temporali per garantire l’apprendimento tramite le esperienze più semplici (sperimentare, sentire, palpare, colorare, giocare con le mani), che tuttavia costituiranno i mattoni indispensabili perché si possano costruire in futuro i pensieri più evoluti. Senza la preparazione di un buon arsenale nei livelli cognitivi più bassi non si potrà poi progredire in quelli più alti, se non a fatica. Ciò vale anche per il ragionamento matematico.

Viene da chiedersi, con un simile impoverimento, come potranno porsi le nuove generazioni nei confronti della rivoluzione tecnologica che verrà. C’è un concreto rischio che si riducano a pedine in balia di eventi neppure percepiti, privati di una reale capacità di critica che gli consenta di interpretare il mondo circostante, sempre più complesso, e di realizzarsi concretamente. Eppure, di fronte alle nuove sfide, ci sarà un gran bisogno di capacità di reazione e di critica. Per esempio, il mercato del lavoro che verrà presenta numerose insidie. In Cina si parla già di “catena di montaggio dell’intelligenza artificiale”: migliaia di persone che, per pochi spiccioli l’ora, trascorrono intere giornate a etichettare dei contenuti per garantire l’addestramento di macchine che dovranno simulare un comportamento intelligente. Sono i data-tagger. C’è il rischio che lavori così estenuanti e mal retribuiti andranno per la maggiore. L’intelligenza artificiale, infatti, tende a “rubare” conoscenze a operatori umani con lo scopo di sostituirli, senza però prevedere alcuna forma di retribuzione per il sapere acquisito, né si riconosce una sorta di proprietà intellettuale per ricompensare chi ha contribuito all’addestramento. Gli esseri umani, al contrario, sono capaci di ripercorrere le tappe dell’apprendimento e indicare, talvolta con precisione e gratitudine, chi ha materialmente contribuito a farli imparare. Una differenza non da poco che avrà senz’altro delle ripercussioni, al punto che tra ricercatori c’è chi propone di rivedere l’intero meccanismo includendo responsabilmente il fattore umano, come scrive Fabio Massimo Zanzotto, dell’Università di Tor Vergata a Roma (Zanzotto M., Viewpoint: Human-in-the-loop Artificial Intelligence. Journal of Artificial Intelligence Research 64 (2019) 243-252).

Di buona capacità di critica ci sarà anche bisogno per capire fino a che punto possiamo delegare le nostre attività. Una macchina può spiegare il perché di una propria decisione? Se non può farlo, come controllare il processo? C’è il rischio di un’adesione acritica alle scelte operate automaticamente da una AI, anche a costi eticamente alti ma che potrebbero giustificarsi perché nel processo sarebbe implicito un deprezzamento della dignità umana. Infatti, si potrebbe finire col vedere nella macchina un oracolo da non dover relazionare mai con alcuna interpretazione umana, e da non mettere in dubbio neppure quando sbaglia, perché infallibile per convenzione. Anche qui, come ci stanno abituando a pensare, il sacrificio di una minoranza di casi sfortunati sarà considerato il giusto prezzo da pagare per garantire il superiore interesse collettivo. L’utilitarismo e la cultura dello scarto fugheranno eventuali cenni di dissenso. Per capire la gravità dell’argomento, si parla di situazioni in cui una macchina potrebbe diagnosticare una malattia, decidere con quali farmaci curarci, o determinare se una persona è colpevole di un reato.

Impossibile non immaginare pure un progressivo deteriorarsi in ambito relazionale. Il rapporto tra uomo e donna si prospetta sempre più mediato dalla macchina, con l’ingresso nel mercato di dispositivi che sostituiscono l’esperienza sessuale eliminando il bisogno fisico dell’altro, che viene semmai ridotto a mera fantasia usa e getta. La persona, con i sui limiti, necessità e bisogni diventa così di ostacolo alla possibilità di muoversi in libertà in uno spazio illimitato di fantasie e stimoli senza freni. Dispositivi che, sfruttando l’intelligenza artificiale garantiscono di surrogare in solitudine un’esperienza sessuale perfetta, rischiano di rendere il rapporto fisico reale sempre meno auspicabile, e disamorare dall’incontro con l’altro che, in quanto umano e reale, non potrà mai garantire le stesse prestazioni omologate. Svanisce così l’idea del rapporto come dono reciproco.

Ulteriori segnali di deprezzamento del valore della vita umana si possono scorgere nell’assenza di remore da parte degli architetti di questo “nuovo mondo” che, con la piena acquiescenza della politica, muovono in libertà enormi fiumi di capitali in grado di travolgere con la loro furia inarrestabile ogni resistenza popolare, sia pure in presenza di scenari totalmente inediti e ad alto rischio per la salute umana, di cui la recente introduzione della tecnologia 5G potrebbe essere un buon esempio.

Cosa resterà dell’uomo? Che tipo di umanità abbiamo in mente di diventare?

Fonte: https://www.provitaefamiglia.it/rivista/Notizie-Pro-Vita-Famiglia-n-80-Dipendenze

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