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Costantino Magno, spartiacque della storia di Roma e della Chiesa

Costantino può essere considerato il più grande – insieme ad Augusto e Traiano – degli Imperatori romani e al contempo il primo imperatore fattosi pubblicamente cristiano. E, non dimentichiamo, figlio di una madre che la Chiesa Cattolica ha elevato all’onore degli altari.

Flavio Valerio Aurelio Costantino nasce in Illirico, a Naissus (oggi Niš), nella provincia della Moesia superiore, il 27 febbraio 272 o 273 (ma non v’è certezza a riguardo). È figlio primogenito di Flavio Valerio Costanzo (noto poi come Costanzo Cloro), ufficiale della guardia imperiale, che in quegli anni sta percorrendo una brillante carriera al servizio degli imperatori-soldati. Sono parenti di Claudio II il Gotico, imperatore dal 268 al 270.

 

La Tetrarchia

Se si vogliono comprendere non solo la carriera e la vita di Costantino, ma anche la sua personalità e il significato e le cause delle sue scelte, non si può prescindere dal contesto politico e militare in cui crebbe, che fu quello del sistema tetrarchico costituito da Diocleziano. Questi, imperatore dal 284 al 305, suddivise in due grandi parti l’amministrazione dell’Impero, con a capo due Augusti: in Oriente Diocleziano stesso, cui spettava la supremazia assoluta, in Occidente Massimiano; ognuno di loro poi nominava un Cesare: Diocleziano scelse Galerio, Massimiano scelse il 1° marzo 293 proprio Costanzo Cloro, cui venne affidato il governo delle Gallie e della Britannia. Questi, ricevuta la prestigiosissima nomina, inviò Costantino in Oriente a militare sia agli ordini di Galerio che a quelli dell’Augusto supremo, ciò che diede al giovane occasione di imparare l’arte militare e politica. Costantino si distinse subito per valore in varie spedizioni contro i barbari che premevano sul limes, divenendo in tal maniera ben noto fra i soldati anche per i meriti personali.

Ormai figlio del Cesare d’Occidente, Costantino si sente un sicuro candidato per l’ascesa a una delle quattro cariche supreme. Si fidanza così con Fausta, figlia dell’Augusto d’Occidente Massimiano, lasciando la compagna Minervina, dalla quale aveva avuto il figlio Crispo.

 

Costantino diventa Augusto d’Occidente

Gli anni 305-306 segnano la svolta della sua vita. Nel 305 Diocleziano decide di abdicare e costringe il recalcitrante Massimiano a fare altrettanto. Automaticamente, secondo il meccanismo voluto appunto da Diocleziano, Galerio diviene Augusto d’Oriente, Costanzo Cloro Augusto d’Occidente. Entrambi dovevano nominare i rispettivi Cesari. Galerio nomina un suo parente, Massimino Daia. Costanzo nomina a sorpresa un valido soldato, ma fin’allora sconosciuto, Severo, che gli fu in pratica imposto da Diocleziano. Sono così esclusi sia il figlio di Massimiano, Massenzio, che per altro è anche genero di Galerio, che Costantino.

Visto il nuovo scenario, Costantino fugge dall’Oriente per raggiungere il padre. Si trattò di una vera e propria fuga, che riuscì. Giunto in Gallia, incontra il padre, e lo segue in Britannia, dove si mette in mostra – questa volta in Occidente – per la sua grande abilità militare, contribuendo decisamente alle vittorie contro le tribù dei Pitti. In breve, Costanzo si ammala, e Costantino di fatto prende il comando delle operazioni, facendosi ammirare da tutto l’esercito.

Nel 306 Costanzo Cloro muore. L’esercito d’Occidente non ha dubbi: il figlio è degno di succedergli. Costantino viene così acclamato Augusto d’Occidente dall’esercito stesso, come avveniva usualmente prima di Diocleziano. A questo punto, di fatto Costantino è un usurpatore. Egli lo sa, ma non torna sui suoi passi. Così, il 25 luglio 306 rimane, per sempre, il suo dies Imperii. Quel giorno segna il confine della sua vita: ora non può più tornare indietro e dovrà affrontare, uno dopo l’altro, tutti i suoi avversari, d’Oriente e d’Occidente.

A questo punto, negli anni seguenti, inizia una intricatissima vicenda di scontri e guerre civili fra Augusti e Cesari. Non è possibile descrivere il susseguirsi degli avvenimenti. Uno dopo l’altro, Augusti e Cesari, legittimi e usurpatori, muoiono o si eliminano a vicenda, segnando di fatto lo sfacelo del sistema tetrarchico.

Costantino, dal canto suo, cerca di agire con moderazione e di rimanerne fuori per quanto possibile, al punto tale che alla fine venne anche riconosciuto ufficialmente Cesare, rientrando così nella legalità. Inoltre, riporta importanti vittorie contro i Franchi.

 

In hoc signo vinces”: Cristo entra nella sua vita e gli concede il trionfo

L’anno-chiave per la risoluzione delle guerre civili fu il 312. In questo anno, la situazione è ormai la seguente: in Oriente si contendono il titolo di Augusto Licinio e Massimino Daia. Alla fine, vincerà Licinio, che rimarrà unico Augusto. In Occidente, dopo varie vicende, la partita si gioca fra Costantino e Massenzio, e si gioca in Italia: Massenzio infatti è a Roma (e ha dalla sua parte l’aristocrazia senatoria ancora decisamente pagana, ciò che lo spinge, per ingraziarsela, a perseguitare i cristiani) e Costantino scende con il suo esercito nella Penisola. Dopo aver vinto due battaglie a Torino e a Verona, converge verso Roma tramite la via Flaminia e si accampa in località Malborghetto vicino a Prima Porta, sulla riva destra del fiume Tevere a poca distanza dal ponte Milvio, che si trovava alle spalle delle truppe di Massenzio. L’esercito di questo assommava a 190.000 uomini circa, quello costantiniano a 100.000 al massimo.

Come a tutti noto, Costantino sostenne di avere avuto, la sera del 27 ottobre, mentre le truppe si preparavano alla battaglia, una visione, i cui dettagli differiscono però tra le fonti.

Eusebio riporta due versioni dell’accaduto. La prima, contenuta nella Storia ecclesiastica, afferma esplicitamente che il Dio cristiano abbia aiutato Costantino, ma non menziona nessuna visione. Nella Vita di Costantino, scritta anni dopo in base al diretto racconto dell’Imperatore, Eusebio dà invece una dettagliata descrizione della visione; secondo questa versione, Costantino stava marciando col suo esercito quando, alzando lo sguardo verso il sole, vide una croce di luce e sotto di essa la frase greca “Εν Τουτω Νικα” reso in latino come “In hoc signo vinces”, “Con questo segno vincerai”. Dapprima insicuro del significato della visione, Costantino ebbe nella notte un sogno nel quale Cristo gli spiegò di usare il segno della croce contro i suoi nemici. Costantino inoltre avrebbe fatto precedere le proprie truppe dal labaro imperiale con il simbolo cristiano del “Chi-rho”, detto anche monogramma di Cristo, formato dalle lettere XP (che sono le prime due lettere greche della parola ΧΡΙΣΤΟΣ – “Christos”) sovrapposte. Sotto queste insegne i soldati sconfissero il nemico.

Lattanzio afferma invece che la visione ordinò a Costantino di apporre un segno sugli scudi dei propri soldati, un segno “riferito a Cristo”. Lattanzio descrive il segno come uno staurogramma, unacroce latina con la parte superiore cerchiata come una P.

La mattina seguente ha luogo la battaglia decisiva dei destini di Costantino, dell’Impero Romano e della Chiesa, quindi della storia dell’intera Cristianità.

Nonostante la netta superiortà militare, Massenzio, che peraltro aveva commesso l’inspiegabile errore di schierare l’esercito con alle spalle il Tevere (togliendosi quindi la possibilità di fuga in caso di disfatta), fu travolto (lui stesso morì annegato), il suo esercito distrutto, Roma in ginocchio dinanzi al nuovo Augusto d’Occidente, che ebbe la saggezza di non infierire contro la città e la classe senatoria.

Costantino, al seguito della croce cristiana, aveva trionfato. Ora la storia cambierà per sempre il suo corso.

 

L’Editto di Milano

 

Costantino, trionfatore, diede appuntamento alla primavera successiva a Milano a Licinio, il vincitore d’Oriente, per organizzare il matrimonio fra lui e sua sorella Costanza nel febbraio 313.

L’incontro fu l’occasione per ribadire un editto di tolleranza religiosa verso il Cristianesimo come verso ogni religione: queste sono le parole iniziali:

«Quando noi, Costantino Augusto e Licinio Augusto, felicemente ci incontrammo nei pressi di Milano, e discutemmo di tutto ciò che attiene al bene pubblico e alla pubblica sicurezza, questo era quanto ci sembrava di maggior giovamento alla popolazione, soprattutto che si dovesse regolare le cose concernenti il culto della divinità, e di concedere anche ai cristiani, come a tutti, la libertà di seguire la religione preferita, affinché qualsivoglia sia la divinità celeste possa essere benevola e propizia nei nostri confronti e in quelli di tutti i nostri sudditi. Ritenemmo pertanto con questa salutare decisione e corretto giudizio, che non si debba vietare a chicchessia la libera facoltà di aderire, vuoi alla fede dei cristiani, vuoi a quella religione che ciascuno reputi la più adatta a se stesso».
L’Editto stabiliva inoltre esplicitamente che i luoghi di incontro e ogni altra proprietà confiscati ai cristiani e incamerati dall’erario dovessero «essere restituite ai cristiani senza richiesta di pagamento o compenso alcuno e senza alcun tipo di frode o imbroglio».

Di fatto esso concedeva al cristianesimo uno status giuridico equivalente alla religione tradizionale romana e agli altri culti religiosi professati nei territori dell’Impero. Questo riconoscimento ebbe ripercussioni più importanti per la Chiesa romana, rispetto alle altre chiese locali, perché in questo modo essa si integrava nel diritto pubblico romano, anche grazie al fatto di possedere una notevole organizzazione interna. Le leggi imperiali permisero agli ecclesiastici della Chiesa romana di godere di molti privilegi speciali, che andavano dall’esenzione dei gravami pubblici – in particolare tasse – all’esenzione dalla giurisdizione dei tribunali imperiali per tutto quello che concerneva la fede, i dogmi ecclesiastici e la disciplina. Anche casi puramente civili dovevano essere trasferiti dal tribunale imperiale all’arbitrato episcopale, se una delle parti contendenti lo avesse richiesto.

Da questo momento (primavera del 313), i cristiani erano per la prima volta a tutti gli effetti liberi di professare il loro culto.

 

Imperatore dell’intero Impero Romano

Negli anni seguenti, con la scusa di dover affrontare i barbari sul limes orientale, Costantino si porta con l’esercito sempre più vicino a Licinio, il quale comprende bene le sue reali intenzioni. Licinio, peraltro, commette l’errore di iniziare nuovamente a perseguitare i cristiani, il che volle dire offrire il destro a Costantino per lo scontro finale. Con una serie di battaglie, sia campali che marine, di cui la decisiva fu quella di Crisopoli nel 324, Costantino trionfa anche su Licinio, che sarà giustiziato. A questo punto, egli ha ottenuto il sogno di tutta la vita: è Imperatore dell’intero Impero Romano, e rimarrà Augusto unico fino alla morte, nel 337.

Gli anni successivi al trionfo definitivo saranno segnati da continue vittorie militari contro i barbari: vittorie contro i goti, contro i sarmati a più riprese, che lo portano perfino in Dacia, cioè agli estremi confini dell’impero di Traiano, quello della massima estensione geografica mai raggiunta da Roma. Prima della morte, prepara anche la spedizione contro la Persia, che non poté però avere luogo a causa appunto della morte incipiente: era chiaro, insomma, che Costantino, dopo aver realizzato il sogno di rimanere unico imperatore, voleva realizzare anche quello supremo di superare Traiano nell’espansione territoriale. La morte glielo impedì.

 

La “seconda Roma”

Ma non gli impedì di realizzare un altro progetto, unico nel suo genere: quello di essere fondatore di una “seconda Roma”. Fin dai tempi di Licinio, egli vi pensava, e dopo il trionfo lo realizzò, scegliendo Bisanzio e i Dardanelli come luogo deputato alla seconda città del mondo, seconda per bellezza, ma nella sue intenzioni ormai prima per potere e importanza. Non era solo questione di comodità geografica: infatti, ogni pericolo per l’Impero veniva da Oriente, non certo da Occidente, ove v’era l’Oceano. Il vero problema è che Costantino mai si fidò realmente di Roma, dell’aristocrazia romana, ancora legata al paganesimo. Egli, sempre più cristiano nel cuore, volle creare una capitale che fosse nuova anche dal punto di vista religioso, quasi incontaminata (sebbene qualche cerimonia pagana venisse celebrata), vicina a quel medio Oriente ove il Cristianesimo era nato e si era propagato.

Costantinopoli fu la seconda Roma, la città del primo Imperatore cristiano. Qui Costantino scelse di lasciare i suoi resti mortali, nella Basilica, scelta non casuale, dei Santi Apostoli, “quasi come il 13° apostolo”. La sua mente, il suo cuore, erano lì, e lì, non a Roma, volle che i suoi resti mortali rimanessero per sempre.

 

L’uomo e la sua conversione

Costantino fu uomo appassionato e temerario, coraggioso in battaglia e abilissimo politico, mistico e smisuratamente ambizioso. Tutte prerogative che non cozzano affatto con quanto vari storici hanno sottolineato: e cioè che la sua strepitosa e inarrestabile carriera si fonda su una visione “carismatica” del suo potere e del suo ruolo, visione che per se stessa si scontrava con quella prettamente “militaresco-adottiva” di Diocleziano.

Cosa intendiamo per carismatica? Anzitutto ad esempio il fatto che Costantino ci tiene fin dal 306 – l’anno del suo dies Imperii – a rendere noto che egli discende da Claudio II il Gotico, oltre che da suo padre, ovviamente: insomma, il trono gli spetta per diritto ereditario, e questo implicava come conseguenza il superamento dell’impostazione “funzionalistica” dioclezianea. Non per niente, un suo panegirista, in occasione dei festeggiamenti dei quinquennualia del suo impero nel 310, scrive: «Imperium nascendo meruisti». Era un chiaro ritorno al concetto dinastico, di per sé contrario a quello adottivo.

Inoltre, nella sua guerra contro Massenzio e poi contro Licinio per la conquista del potere assoluto dell’Impero, egli definisce i suoi rivali “tyranni”: ciò è significativo, sia politicamente perché stava a significare che egli solo era l’eletto per diritto di nascita, sia religiosamente, per il loro appoggio al paganesimo e quindi all’errore.

A questo proposito occorre dire che la famosa visione che nel 310 ebbe del Sol Invictus/Apollo, non deve far pensare a un’adesione al politeismo, quanto piuttosto, come è stato notato da vari storici, all’enoteismo, ossia a una sorta di culto monoteistico che però ancora non rinnega di fatto il politeismo, sebbene non venga più reso onore pubblico agli dei. Insomma, alla vigilia della grande visione della Croce, Costantino è già nel suo animo in cammino verso la conversione: è di fatto ormai un monoteista, sebbene ancora non cristiano.

Ciò è provato del resto dal fatto che egli, anche ai tempi in cui era presente alla corte di Diocleziano, non aveva mai aderito in alcun modo al massacro dei cristiani, e questo senza dubbio anche a causa sia dell’educazione materna (come si può escludere questo aspetto di per sé tanto naturale, visti oltretutto gli onori che poi egli concederà alla madre in futuro?) sia del fatto che, come testimoniano Eusebio e Lattanzio, anche dal padre gli fu ordinato di non toccare i cristiani.

In effetti, ha ragione Lattanzio quando afferma che in lui ritroviamo i tre gradi della conversione: 1) riconoscere la false religioni e respingere i culti empi; 2) scoprire che non c’è che un solo Dio; 3) acquistare consapevolezza e fede che questo Dio è quello della madre e dei cristiani.

La religione fu sempre al centro dei suoi interessi, e non solo politici. Egli si sentiva un “eletto dalla divinità” prima del 312, un “eletto di Dio” dopo quella data. Certamente l’inizio di una conversione reale al Cristianesimo deve essere datato a partire dagli eventi del 312. L’estensione dell’Editto di Tolleranza per tutte le religioni (in concreto per i cristiani, unici perseguitati nell’Impero Romano) fu frutto di un precedente evento sovrannaturale, ma questo evento agì su un’anima già pronta da tempo al grande cambiamento interiore. Infatti l’Editto di Milano non rimase atto isolato, ma fu solo il primo di una lunga serie di provvedimenti di natura ormai “cristiana”.

 

La politica filocristiana

Nello stesso anno 313 una legge di Costantino salvaguarda i sacerdoti della Chiesa Cattolica dalle ingiurie degli eretici e nel 315 un’altra legge minaccia di gravi pene gli ebrei che avessero perseguitato i loro correligionari che si fossero convertiti ad Dei cultum. Poi promulga due leggi nel 319: l’una concede immunità ai sacerdoti cristiani, l’altra proibisce l’aruspicina privata. Ugualmente vengono proibiti i sacrifici privati con una legge del 320. Nel 321, prima permise di far testamento a favore delle chiese cattoliche, poi dichiarò la domenica giorno festivo a tutti gli effetti e nel 323 minacciò di gravi pene chi avesse obbligato i cristiani a celebrare cerimonie pagane.

Influssi cristiani si notano anche nei seguenti provvedimenti legislativi: punizione per il padrone che uccide il proprio schiavo o che separa la famiglia dello schiavo, divieto dei giochi gladiatori, punizione dell’adulterio e di ogni forma di concubinato. Da notarsi che venne permessa la legittimazione dei figli nati dalla libera unione di celibi con donne non maritate.

Inoltre, come dimenticare la prima monetazione cristiana e, soprattutto, la costruzione delle prime grandi basiliche della Cristianità? San Pietro, San Giovanni e il Laterano, San Sebastiano, Sant’Agnese, San Lorenzo al Verano e i Santi Marcellino e Pietro a Roma, la Basilica di Treviri, il Santo Sepolcro a Gerusalemme, la Natività a Betlemme e Santi Apostoli a Costantinopoli.

Ma, soprattutto, il suo costante aiuto alla Chiesa Cattolica contro le eresie. Nel 314 interviene per dirimere l’aspro scontro fra cattolici e donatisti in Africa; nel 325 dirige personalmente il Concilio di Nicea, contribuendo, mosso dal suo usuale spirito di conciliazione, alla formulazione della parolahomoousios, “della stessa sostanza”, presente per sempre nel Credo della Chiesa Cattolica. Ed è superfluo ricordare l’appoggio totale dato alla madre nel suo viaggio in Terra Santa e nel rinvenimento delle principali reliquie della Cristianità.

Da  notare anche un particolare, che può sembrare secondario, ma che non lo è: nel 326, sceglie di festeggiare i vicennalia del suo regno con i vescovi a Nicomedia. Era la prima volta che un imperatore non festeggiava la decade del proprio impero con il popolo di Roma o con i suoi soldati. Costantino sceglie i vescovi, quasi a presentarsi come uno di loro, con supremazia non spirituale ma politica. Era un chiaro avviso della sua ormai definitiva adesione al mondo cristiano.

Inoltre, Costantino condannò duramente anche le dottrine degli eretici (NovazianiValentiniani,Marcioniti, Paulianisti e Catafrigi) e proibì loro il diritto di riunione, ordinando il sequestro di tutti gli edifici in cui si riunivano e consegnando i loro luoghi di preghiera alla Chiesa Cattolica.

È evidente che questo uomo subì una reale conversione interiore, progressiva nel tempo, che si concluse con il battesimo prima della morte. Ha scritto a riguardo lo storico Eberhard Horst: «Per l’evoluzione personale di Costantino, il battesimo fu l’ultima e credibile conseguenza, l’atto conclusivo di un processo il cui svolgimento è dimostrabile e riconoscibile anche senza i panegirici di Eusebio: nella politica religiosa che seguì a partire dal 312, nei documenti scritti, nelle monete che Costantino fece coniare, nelle chiese che fece costruire, nell’educazione cristiana dei figli (…). A ragione è stato scritto che “il battesimo di Costantino non segna l’inizio, ma la fine della conversione”».

Il fatto che si fece battezzare in fin di vita e da un vescovo ariano non deve meravigliare più di tanto: anzitutto, a quei tempi si era soliti battezzarsi prima della morte, per avere cancellati tutti i peccati di una vita intera; poi, occorre tener presente che gli ariani erano ancora potenti a corte, anche nella stessa famiglia imperiale; quindi occorre non dimenticare il fatto che Costantino non fu mai una mens theologica, e le questioni divisive fra cattolici e ariani erano per lui in fondo “sottigliezze” fra fratelli di fede: il suo interesse era il mantenimento della pace, della concordia e dell’unità; per questo egli ebbe sempre un atteggiamento di tolleranza verso gli ariani, così come anche verso i pagani (che, per altro, non dimentichiamolo, costituivano ancora il 90% della popolazione dell’Impero e Costantino non poteva non tener conto di questo). A onor del vero, lungo tutto il suo regno, furono non solo tollerate cerimonie pagane, ma furono ancora costruiti dei templi, sebbene pochi. Così come occorre tener presente che egli, che fin dal 312 aveva abbandonato ogni manifestazione personale di culto pagano, non rinunciò mai al titolo formale di Pontefice Massimo, che gli spettava in onore alla carica di Imperatore. Energicamente intollerante invece si mostrò verso altre forme di eresia, come abbiamo visto.

Anche il suo aspro scontro con sant’Atanasio fu dovuto non certo a ragioni teologiche, ma alla durezza e intransigenza della lotta antiariana condotta dal vescovo di Alessandria. E comunque va ricordato che proprio sul letto di morte, Costantino dà disposizione per il rientro dall’esilio di sant’Atanasio, in piena coerenza con tutta la sua politica religiosa di sempre.

 

Un romano vero

Si è parlato perciò di “ambiguitas costantiniana”. In realtà, oggi v’è un accordo quasi generale fra gli storici nel ritenere che più che di ambiguità si trattava di quella che con una terminologia attuale potremmo chiamare “RealPolitik”, non però nel senso machiavellico, laicistico e anticristiano odierno, ma nel senso romano del concetto: Costantino visse al servizio dell’Impero, e per tal ragione desiderava armonia, pace e unità. Il suo cuore e la sua mente lo portavano ormai all’adesione al Cristianesimo, che egli, con sincerità, favorì e guidò, in quei giorni difficili. Ma al contempo egli giammai smise di essere l’imperatore di tutto l’impero.

Sappiamo che alcune chiese orientali lo venerano come santo. La Chiesa Cattolica, seppur da sempre riconoscente al grande imperatore, non arriva a tanto, proprio perché ha sempre avuto chiaro il fatto che Costantino, primo imperatore fattosi pubblicamente cristiano, carismaticamente favorito da una visione divina, primo artefice della Libertas Ecclesiae, rimase però sempre anzitutto un soldato al servizio della gloria di Roma (e della sua personale).

Anche la sua vita non permette tali aperture di natura “canonica”: in guerra fu sovente spietato, uccise il figlioletto di Licinio senza una vera ragione, mandò in bocca alle fiere i Franchi sconfitti, e commise altre atrocità: certo, era normale a quei tempi, nulla di particolarmente cruento per quei giorni. Ma la condanna a morte del figlio Crispo e della moglie Fausta rimane una macchia sulla sua memoria. V’è da dire però che non conosciamo le cause e i reali contorni di questa immane tragedia, per poter emettere un sereno e corretto giudizio.

Ma, nonostante questo, Costantino rimane non solo uno dei più grandi uomini che Roma abbia mai avuto, uno dei più vittoriosi condottieri di tutti i tempi, un politico accorto e lungimirante, un vincitore nato, ma l’uomo della svolta nella storia della Chiesa Cattolica. Con Costantino finisce l’era catacombale e inizia la storia politica e civile della Chiesa, una storia mai più terminata e che ha visto produrre le più grandi meraviglie della civiltà degli uomini. Per questo, tutti coloro che odiano la Chiesa Cattolica, compresi gli “interni” intrisi di spirito modernista e di progressismo, criticano sempre la “Chiesa Costantiniana”, dipingendola per quello che mai fu (e adattando alle loro esigenze ideologiche invece la “Chiesa primitiva”), commettendo in tal maniera una duplice scorrettezza storica e teologica.

A Costantino spetta il merito indelebile della propria conversione, del cambio di religione, dell’aver sovvertito quanto di più sacro v’era nella mentalità romana, ciò che lo rende l’uomo romano più coraggioso e innovativo di tutti i tempi. Inoltre, ebbe anche il merito fondamentale di aver liberato i cristiani, di aver cancellato il “crimine di cristianesimo”. Questo è stato ricordato nel suo viaggio in Libano anche da S.S. Papa Benedetto XVI. Il Santo Padre, elogiando il grande imperatore, ha testualmente affermato che egli, ricevuta la visione della croce, «ha saputo testimoniare e far uscire i cristiani dalla discriminazione per permettere loro di vivere apertamente e liberamente la loro fede nel Cristo crocifisso, morto e risorto per la salvezza di tutti».

Costantino è il padre “politico” del Cristianesimo, in quanto è il sovrano che dona la libertà ai cristiani, così come Teodosio è il padre della “Cristianità”, in quanto, nel 380, rende il Cristianesimo unica religione dell’Impero Romano, così come Carlo Magno è il padre della Res Publica Christianaeuropea, come lo ebbe a definire il beato Giovanni Paolo II nel 2000.

Da Costantino a Carlo Magno si traccia il filo ideale della società politica cristiana, sacrale e monarchica.

Massimo Viglione

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