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Dovuto tributo alla memoria

Cento anni fa, moriva Francesco Giuseppe
Siamo tutti presi dai grandi eventi di questi giorni, dagli USA al referendum, dall’invasione alla crisi economica, dal terremoto della natura al terremoto nella Chiesa…
Eppure, non bisogna dimenticare certi obblighi con la storia.
Nel 1993, ancora giovane laureato e disoccupato, ebbi l’onore vero di commemorare, con due importanti conferenze pubbliche – credo unico in tutta Italia – la memoria del martirio di Luigi XVI e Maria Antonietta. Ancora conservo i testi di quelle due, ormai “antiche”, mie conferenze.
Questa volta non è così. Ma, almeno un breve ricordo su Facebook è d’obbligo, nonostante la valanga degli eventi presenti.
Il 21 novembre di cento anni fa moriva Sua Maestà Apostolica Francesco Giuseppe d’Asburgo-Lorena, Imperatore d’Austria e Re Apostolico d’Ungheria, dopo 68 anni di regno.
Nato il 18 agosto 1830 dall’Arciduca Francesco Carlo, fratello dell’Imperatore Ferdinando I e dall’Arciduchessa Sofia, ebbe un’infanzia e una gioventù serene e fu educato ai tradizionali valori della famiglia imperiale asburgica.
La sua vita cambiò radicalmente a 18 anni, a seguito della rivoluzione del ’48, per la quale fu dapprima costretto ad abbandonare Vienna e a rifugiarsi in Tirolo con la famiglia; e quindi fu incoronato Imperatore.
Durante i giorni del ’48 egli era sul fronte in Italia, ed ebbe il suo battesimo del fuoco nella cruenta battaglia di Santa Lucia, in cui ebbe modo di “toccare con mano” le stragi delle guerre moderne. Ciò lo segnò profondamente nell’animo, e spense i suoi ardori militareschi giovanili. Non divenne certo un “pacifista”, ma cercò di risparmiare per quanto possibile le guerre ai propri sudditi.
Francesco Giuseppe restaurò l’assolutismo, ma almeno nei primi anni del suo regno fu influenzato dalla personalità della madre, che anzitutto gli volle trovare una degna moglie. La prescelta sarebbe dovuta essere la nipote di Sofia Elena di Baviera, figlia primogenita di sua sorella Ludovica e dell’Arciduca Massimiliano di Wittelsbach (quindi era la cugina di Francesco Giuseppe). Il giovane Imperatore, disubbidendo alla madre, scelse invece la sorella minore di Elena, Elisabetta di Baviera, meglio nota come “Sissi”, allora appena sedicenne. Sebbene potesse sembrare un matrimonio “spontaneo” e quindi di amore, in realtà la vita coniugale non fu felice, perché Sissi era una persona irrequieta che si trovò a disagio nel suo ruolo di Imperatrice. Con il passare degli anni il rapporto s’incrinò, al punto che Elisabetta passava quasi tutta la sua vita lontano da Vienna e dalla Corte, in viaggio per l’Europa. Diventerà una protagonista di quella che oggi chiameremmo “cronaca rosa”, e il suo personaggio ispirerà scrittori e poeti; e più tardi, nella seconda metà del Novecento, anche registi cinematografici.
Negli anni della giovinezza, Francesco Giuseppe dovette affrontare molti problemi: il Risorgimento italiano e quello tedesco, la fine del dominio temporale del Papa, le rivolte in Ungheria. Soprattutto travagliata fu la sua vita familiare che fu segnata non solo dal fallimento del matrimonio con Sissi, ma anche da una serie di gravi lutti. La figlia Valeria, l’amato fratello Massimiliano, che era divenuto Imperatore del Messico nel 1864 con l’appoggio di Napoleone III, venne fucilato tre anni dopo dai rivoluzionari; sua moglie Carlotta del Belgio impazzì dal dolore. L’unico figlio maschio, l’Arciduca Rodolfo, erede al Trono, nel 1889 si uccise nel castello di Mayerling trascinando con sé nella morte una giovane donna che amava ma non poteva sposare. Da questo momento divenne principe ereditario il cugino Francesco Ferdinando.
Come se ancora non bastasse nel 1898 un anarchico assassinò Elisabetta. E ancora altro un grave lutto doveva colpirlo, ormai in tarda età. Nel 1914 un terrorista serbo, Gavrilo Princip, assassinò a Sarajevo, in Bosnia, proprio l’erede al Trono Francesco Ferdinando. L’attentato, di cui l’Austria-Ungheria ritenne, sulla base di sospetti rivelatisi non infondati, responsabili i servizi segreti del Regno Serbo, fu la scintilla che scatenò la Prima Guerra Mondiale.
A questo punto il vecchio Imperatore, a 84 anni e dopo 66 di regno, si trovò a dover affrontare l’ultima guerra della sua vita, la più tragica e orrenda di tutte. Morì nel corso della Prima Guerra Mondiale, nel 1916, in un momento in cui il conflitto sembrava favorevole all’Impero Austro-Ungarico.
Dopo la morte di Sissi, ebbe a dire: “nulla mi fu risparmiato nella vita”. Non era vero: una cosa gli fu risparmiata, quella che lo avrebbe fatto soffrire più di ogni altra: la morte lo colse due anni prima del crollo definitivo del suo impero.
La monarchia asburgica ha suscitato una profonda nostalgia dopo la sua caduta, anche perché la sua scomparsa alla fine della Prima Guerra Mondiale perché gli Stati che sorsero sulle sue ceneri si ritrovarono tutti quanti impoveriti e in preda a una profonda crisi anche ma non solo politica ed economica.
Questa nostalgia portò molti scrittori nati e cresciuti nella vecchia Austria-Ungheria a esprimere il loro rimpianto in opere di grande valore letterario, come i romanzi La marcia di Radetzky e La cripta di cappuccini di Joseph Roth, o Lo stendardo di Alexander Lernet-Holenia.
Il motivo di tale nostalgia è espresso molto chiaramente in una pagina dello scrittore austriaco Stefan Zweig, tratta dal suo libro di memorie “Il mondo di ieri”. Zweig, che era nato a Vienna nel 1881 da una famiglia dell’alta borghesia ebraica, e quindi aveva conosciuto gli ultimi anni del regno di Francesco Giuseppe, vi esprimeva la sua nostalgia per il “mondo della sicurezza” che la monarchia austro-ungarica riusciva ad assicurare. Questo sentimento è ben comprensibile soprattutto se si tiene conto del fatto che Zweig scrisse Il mondo di ieri in America, dove si era recato per sfuggire alle persecuzioni naziste, e dove sarebbe morto suicida nel 1942.
“Nella nostra monarchia austriaca quasi millenaria tutto pa¬reva duraturo e lo Stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità. La nostra moneta, la corona austriaca, circolava in pezzi d’oro e garantiva così la sua stabilità. Ognuno sapeva quanto possedeva o quanto gli era dovuto, quel che era permesso e quel che era proibito: tutto aveva una sua norma, un peso e una misura precisi. Chi possedeva un capitale era in grado di calcolare con esattezza il reddito annuale corrispondente; il funzionario, l’ufficiale potevano con certezza cercare nel calendario l’anno dell’avanzamento o quello della pensione.
Ogni famiglia aveva un bilancio preciso, sapeva quanto poteva spendere per l’affitto e il vitto, per le vacanze o gli obblighi sociali, e vi era anche sempre una piccola riserva per gli im¬previsti, per le malattie e per il medico. Chi possedeva una casa la considerava asilo sicuro dei figli e dei nipoti; fattorie e aziende passavano per eredità di generazione in generazione; appena un neonato era in culla, si metteva nel salvadanaio o si deponeva alla cassa di risparmio il primo obolo per il suo avvenire, una piccola riserva per il suo cammino. Tutto nel vasto impero appariva saldo e inamovibile e al posto più alto stava il sovrano vegliardo”.
Francesco Giuseppe è stato, con la sua Vienna di Strauss, dell’Opera, della Sacker, del tram, delle avanguardie, e con il suo impero ordinato e cristiano, il canto del cigno della civiltà cristiana, massacrata nelle trincee dell’odio massonico della Grande Guerra.
Con lui è morta una civiltà millenaria. La civiltà.
Lo stesso giorno, divenne imperatore Carlo I d’Asburgo-Lorena, Beato, e ultimo imperatore della storia dell’Europa cristiana.
Non abbiamo avuto la ventura di conoscere quei giorni, come Zweig. Eppure, la nostalgia riempie le nostre anime, solo a guardare il volto invecchiato della nobiltà suprema di quest’uomo, che aveva nelle vene e nell’anima il sangue di Carlo V, di Sant’Enrico Imperatore, di Carlo Magno.
Ogni paragone con il presente diventa blasfemo. Manteniamo nelle nostre anime la nostalgia di un mondo migliore, e per questo odiato, combattuto, assassinato.

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