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Enrico VIII Tudor, l’anglicanesimo e il totalitarismo moderno

È necessario fare una premessa: la storiografia inglese, come anche quella europea e mondiale scritta da sudditi britannici, ha risentito fino a pochi anni fa di un forte pregiudizio anticattolico. Alcuni studiosi faticano ancora oggi a superare il binomio, da loro assorbito insieme al latte materno, che associa il Vescovo di Roma al padre di tutte le menzogne. In ambito anglosassone l’anticlericalismo più acceso, e le varie leggende nere sul cattolicesimo, hanno trovato un terreno particolarmente fertile e sono entrate a far parte della vulgata ufficiale. Bisogna dire, d’altra parte, che proprio in ambito anglosassone si è sviluppato nel corso del XX secolo un sano e serio revisionismo che ha reso nota una versione dei fatti più aderente alla realtà; questo è valso anche, e soprattutto, per lo scisma anglicano e per il suo artefice.

 

Enrico e Caterina

Enrico VIII d’Inghilterra (1491-1547) è universalmente noto per due motivi: perché ebbe sei mogli e perché ruppe i ponti con il Papa.

Salì al trono nel 1509, alla morte del padre, e in gioventù fu un cattolico fervente; tanto che nel 1521, poco dopo lo scoppio della bomba luterana, scrisse di suo pugno un libro in favore dei sette sacramenti e della supremazia papale (l’Assertio septem sacramentorum) che gli ottenne da Leone X il titolo onorifico di Defensor fidei.

La sua prima moglie, Caterina d’Aragona (1485-1536), era l’ultima figlia dei Re Cattolici, Ferdinando e Isabella di Castiglia. Donna di fede e di cultura, Caterina ebbe un ruolo fondamentale nella diffusione degli studi umanistici. I due non avevano avuto eredi maschi giacché, per problemi (forse) di incompatibilità genetica, tutti i loro figli erano morti a pochi giorni dalla nascita. Era sopravvissuta soltanto una bambina, Mary, la quale, essendo legittima e in salute, avrebbe comunque potuto tranquillamente salire al trono.

 

Il ruolo di Anna Bolena e del cardinale Wolsey

Il desiderio di avere un erede maschio legittimo divenne però preponderante per Enrico nel momento in cui si innamorò di una dama della regina, la famosa Anna Bolena, che rifiutò il ruolo di concubina ma accettò quello di eventuale regina. Fu proprio allora che, per pura coincidenza, il re cominciò a essere assalito da dubbi feroci riguardo la validità del proprio matrimonio, quasi ventennale, con Caterina. Incaricò dunque il suo cardinale di fiducia, Thomas Wolsey, Gran Cancelliere, di procurargli un annullamento, in quanto Caterina era stata moglie di suo fratello, il principe Athur Tudor, morto adolescente.

Quando, tra il serio e il faceto, Enrico minacciò Clemente VII di uno scisma, il Paese rimase con il fiato sospeso. Caterina, infatti, non era solo la regina legittima; era anche molto amata dal popolo e, non ultimo, incarnava la tradizionale alleanza con l’Impero asburgico (Carlo V era figlio di sua sorella Juana), la più logica per gli interessi economici inglesi. Il Papa tergiversò per anni, non volendo scontentare né Enrico, né Carlo.

 

Il distacco da Roma

La questione si fece intricata e quello che avrebbe dovuto essere un divorzio-lampo si trascinò per anni fino a giungere a uno stallo. Al che Wolsey cadde rovinosamente. Il Gran Cancellierato, ora vacante, fu offerto all’irreprensibile Thomas More, il miglior statista del momento. Egli accettò a patto che il re non sollecitasse mai il suo consenso al “divorzio”. Come tutti sanno, fu una delle numerose promesse che Enrico non mantenne.

Nessuno dei consiglieri del re sapeva come risolvere la questione; nessuno, naturalmente, tranne i pochi criptoprotestanti che si erano insinuati al suo fianco. Furono loro a intuire l’importanza di quello screzio tra il re e la Santa Sede; loro ad approfittarne per i propri fini. Due i fondamentali artefici dello scisma e del “divorzio”: Thomas Cromwell, un politico abilissimo e senza scrupoli, e Thomas Cranmer, un sacerdote-luterano al servizio di Anna. Oltre, naturalmente, ad Anna stessa, che pare nutrisse un astio personale per gli ordini religiosi.

Senza rivelare le proprie inclinazioni personali, poiché Enrico continuava a odiare il protestantesimo, essi finsero di avere come obiettivo esclusivo la felicità del sovrano e il bene del Paese. Il re, che da solo non avrebbe avuto il coraggio di realizzare la sua minaccia, accettò di buon grado di lasciarsi condurre fuori dall’ovile di Roma pur di soddisfare il suo capriccio; tanto più che Cromwell gli promise il bene aggiunto di enormi ricchezze se gli avesse lasciato mano libera.

Il piano si articolò essenzialmente in tre mosse: uno, fare in modo che il Papa riconoscesse la nomina di Cranmer alla cattedra di Canterbury; Cranmer avrebbe poi reso nullo il matrimonio aragonese e valido quello (segreto) con Anna, semplicemente ignorando il pronunciamento papale in materia. Due, ben più importante, approfittare del conflitto che ne sarebbe scaturito per staccare l’Inghilterra da Roma attraverso un atto del parlamento che riconoscesse il re come capo supremo della Chiesa anglicana. Tre, passare al saccheggio dei beni ecclesiastici a partire dai monasteri; creare poi, con la loro vendita, una nuova aristocrazia terriera che rimanesse fedele al nuovo ordine per interesse.

Il piano riuscì perfettamente: Cranmer “annullò” il matrimonio a prescindere dal giudizio del Papa, che lo scomunicò all’istante; Anna fu subito solennemente incoronata. In fretta e furia perché era ormai incinta di quasi sei mesi. Particolare apparentemente irrilevante: quel bambino, l’erede maschio tanto agognato per il quale era valso la pena di buttare all’aria l’assetto politico e religioso di tutto il regno, era in realtà un’altra bambina, la futura Elisabetta I, ed era stata concepita al di fuori di qualsiasi matrimonio, cattolico o “anglicano” che fosse. Elisabetta fu dunque figlia illegittima e, quando si aggiudicò il trono, non aveva alcun diritto dinastico.

 

Complici del male ed eroi della Fede

Il piano di Enrico e di Cromwell riuscì perfettamente anche grazie all’estrema duttilità, e anche viltà, dei nobili e dell’alto clero, che non vollero riconoscere la gravità della situazione e continuarono a sperare che lo scisma fosse solo temporaneo. Le mirabili eccezioni di coloro che accettarono il martirio sono note a tutti: John Fisher, Thomas More, numerosi monaci e frati, soprattutto francescani, certosini, brigidini. Tra i nobili il posto d’onore spetta a una donna, l’anziana Margaret Pole, contessa di Salisbury.

 

L’Atto di Supremazia e l’inizio del terrore contro i cattolici

La formale sottomissione del clero inglese al re è del 1532; nel 1534 fu approvato un Atto di Successione il cui preambolo, stilato da Cromwell, ufficiosamente recideva il legame tra la Chiesa anglicana e quella universale: esso recitava infatti che il Papa non aveva alcun potere di intervento nelle faccende matrimoniali del sovrano. L’atto, naturalmente, diseredava Mary e conferiva il trono ai figli di Anna (prima agli eventuali maschi e poi alle femmine). Esso fu sottoposto a tutti i sudditi perché lo sottoscrivessero e vi giurassero adesione; coloro che rifiutarono furono imprigionati. Fu l’inizio del Terrore. Seguì (sempre nel 1534) il famoso Atto di Supremazia, che sanciva ufficialmente quanto già avvenuto: il re era il capo supremo della Chiesa inglese.

Divenuto padrone assoluto di tutti i beni ecclesiastici, Enrico cominciò a darsi da fare per incamerarli: subito Cromwell istituì un nuovo tribunale, la sinistra “Corte per gli Aumenti delle rendite del Re”, attraverso la quale la Corona si annesse i primi beni monastici, quelli dei piccoli conventi, che, a detta degli ispettori inviati da Cromwell, erano irrimediabilmente corrotti. Ma avrebbe potuto tale ispezione avere un esito diverso?

 

La fede del popolo inglese e “il pellegrinaggio di grazia”

La notoria corruzione del clero regolare inglese si è invariabilmente infiltrata in tutti i manuali scolastici. Che essa sia palesemente falsa è dimostrato, oltre che da documenti e da testimonianze del tempo, dal fatto che il popolo cominciò a sollevarsi proprio in nome dei diritti monastici.

Contrariamente a quanto afferma la vulgata politicamente corretta, infatti, nell’operare lo scisma Enrico non seguì affatto i desideri del suo popolo. Il popolo inglese era fortemente legato all’antica fede e lo dimostrò in una delle ribellioni più efficaci, più partecipate e meno sanguinose (e meno note) della storia, il “Pellegrinaggio di grazia”. Almeno 60.000 uomini marciarono dal Nord verso Londra chiedendo, essenzialmente, che il re rinnegasse la politica antipapale e antiasburgica degli ultimi anni e che togliesse le mani dai piccoli monasteri. La ribellione fu sedata soltanto con l’inganno e con false promesse; la repressione fu spaventosa e servì a tener buono il resto della popolazione. Servì anche a fornire al re il pretesto per completare la “dissoluzione” di tutti i monasteri del regno, spesso squartandone gli abati, accusati di tradimento, e facendone esporre i corpi straziati alle porte delle rispettive Case. Ma il popolo inglese rimase profondamente, pertinacemente cattolico e ci vollero molto tempo, molto sangue e molti martiri (oltre a una propaganda sfacciata e spietata) per sradicare l’antica fede dal cuore della gente.

 

Una vita spesa nella lussuria e nel sangue

Allo stravolgimento dell’anima del Paese si era accompagnata una grave crisi di palazzo: per motivi non chiarissimi, infatti, Anna Bolena cadde rovinosamente e irrimediabilmente, forse per via di una lotta all’ultimo sangue con Cromwell. Fatto sta che fu sbrigativamente accusata di aver tradito il re con almeno cinque uomini e di averne tramato la morte. Nel giro di un mese fu accusata, processata, condannata e giustiziata (19 maggio 1536). Aveva regnato meno di tre anni; era sopravvissuta a Caterina, morta al confino, di neppure cinque mesi.

Undici giorni dopo il re convolava a nuove nozze con un’altra damigella, Jane Seymour, la quale riuscì a dargli un figlio maschio, il principe Edoardo (nel 1537), ma morì subito dopo di febbri puerperali. Quarta moglie cercasi.

Questa volta il re si mise completamente nelle mani di Cromwell, il quale però, per una volta, commise un errore fatale e fece sposare al re, per procura, una principessa tedesca, Anna di Clèves, che poi non gli piacque per nulla. Il matrimonio fu presto annullato dal fedele Cranmer. Quanto a Cromwell, il re lo diede in pasto ai suoi nemici di Corte, che in quattro e quattr’otto lo accusarono di eresia zwingliana e lo fecero decapitare (1540).

La quinta moglie, Catherine Howard, era una giovane cugina di Anna Bolena che, stupidamente, tradì davvero il re. Anche il quinto matrimonio fu dunque annullato e l’ex regina finì al patibolo (1541). Due anni dopo Enrico convolò a nozze con una vedova trentunenne, Catherine Parr, che gli sopravvisse ma che non gli diede eredi.

Enrico morì nel 1547, capo supremo della Chiesa d’Inghilterra, lasciando un unico figlio “legittimo”, il piccolo Edoardo di nove anni, e due figlie “illegittime”, Mary ed Elisabetta. L’ambiguità della situazione creò in seguito mille problemi.

 

La “Chiesa” anglicana e l’inizio del totalitarismo moderno

Quanto alla Chiesa “anglicana”, essa rimase per il momento in uno stato ibrido. Lungi dall’allinearsi con il protestantesimo, infatti, l’anglicanesimo si caratterizzò essenzialmente come religione di Stato. Suo requisito fondamentale, che i sudditi demandassero al sovrano e al parlamento ogni questione inerente la salvezza o la perdizione eterna.

Unico tratto caratteristico, nel periodo enriciano, fu l’antipapalismo; giacché il re in persona difese a spada tratta la presenza reale di Cristo nelle Specie eucaristiche, il celibato ecclesiastico e la liturgia in latino. Semplicemente, con il suo scisma egli si era autonominato collega del Papa e aveva incamerato i beni ecclesiastici, compresi i ricchi tesori dei santuari e delle mete di pellegrinaggio. Il che non significa assolutamente, ovvio, come recitano diversi manuali, che Enrico fosse rimasto cattolico.

Il protestantesimo subentrò a quella forma scismatica ambigua solo alla morte di Enrico VIII, sotto Edoardo VI e poi, notoriamente, dopo la parentesi di Mary Tudor, sotto Elisabetta I. Diversamente da come aveva pensato Enrico, infatti, una via di mezzo semplicemente non esisteva: una volta reciso il legame con Roma, l’unica alleanza possibile, politica e religiosa, era con i protestanti. Anche se Enrico aveva continuato a mandarli al rogo come eretici.

Il protestantesimo britannico degli anni a venire rimase dunque sempre molto a sé stante, perché si trattò di una scelta secondaria e relativamente tardiva. Quella primaria fu l’obbedienza assoluta al sovrano, in campo tanto spirituale quanto temporale. Fu la nascita del totalitarismo moderno, con tanto di culto della personalità.

 

Bibliografia:

Elisabetta Sala, L’ira del re è morte. Enrico VIII e lo scisma che divise il mondo, Milano, Ed. Ares, 2008.

Elisabetta Sala

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