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Fate scendere Salvini dal Pillon

Autori: Elisabetta Frezza e Roberto Dal Bosco

Fonte: Riscossa Cristiana

 

Questo articolo richiede una premessa. La premessa è una dichiarazione d’amore per Salvini: lo amiamo alla follia, e lo amiamo ogni giorno di più. Nessun politico italiano, a nostra memoria, ha saputo muoversi – e, fatto inaudito, senza montarsi la testa – con pari potenza, lucidità, abilità politica e umana saggezza quanto, a oggi, il Salvini “di lotta e di governo”. A lui va tutto il nostro sostegno, e va anche la nostra preghiera. Quindi, ciò che qui diremo non va inteso contro Salvini: va inteso, semmai, a sua (e nostra) protezione.

Per motivi e con criteri non sempre comprensibili, nelle ultime elezioni la Lega ha aperto le porte ad alcuni candidati che poco o nulla hanno a che spartire con lo spirito profondo, verace di un partito che, peraltro, ha sempre forgiato le proprie truppe sulla militanza effettiva e sul rispetto di un rigoroso ordine gerarchico interno. Beninteso, una certa elasticità in sede di reclutamento è utile e financo necessaria, tanto più in una fase di crescita esponenziale in cui, da forza politica territoriale, la Lega si è trasformata in primo partito su scala nazionale: è il momento, dunque, di incamerare nuova linfa e di arricchire la compagine operativa con personalità autorevoli la cui “conversione” non può che essere, anche per la vecchia guardia, motivo di onore.

Ma la bontà dell’acquisto dipende, oltre che dalla sincerità di questa conversione, anche da chi ci sta dietro e l’abbia, eventualmente, sponsorizzata. Perché i clientes, si sa, si accalcano da sempre sul carro del vincitore.

L’INFILTRAZIONE DELLA LEGA Probabilmente, nell’atterraggio imprevisto di Simone Pillon dentro l’emiciclo di Palazzo Madama ha giocato una buona dose di fortuna: quarto in lizza in un collegio plurinominale lombardo, la trombatura pareva ormai certa quando, trascinato dalla forza d’urto della valanga di voti conquistati dalla Lega, è stato ripescato in extremis per i capelli che non ha.

Una volta occupato lo scranno, il Nostro non ha perso tempo e si è subito accreditato come referente monopolista – piissimo e cattolicissimo, ça va sans dire – per i temi etici, su mandato della neocristianità: quella dei papafrancesco, dei familyday, della vescovanza impegnata, e del sottobosco cattolicoide pullulante di movimentismo e associazionismo assortito, insomma di tutta la varia umanità che viene foraggiata con l’otto per mille per fare coreografia e cooperare, più o meno consapevolmente, all’agenda necrofila dettata dalle tecnocrazie sovranazionali. L’apparato putrescente della chiesa in disarmo – al di là degli edificanti diversivi sessuali che la cronaca ci sta impietosamente disvelando – è diventato ormai, dichiaratamente, il propagatore in via «spirituale» dei dogmi invertiti dettati dalle oligarchie mondialiste.

Il mentore di Pillon è il presentatore neocatecumenale del Family Day, il neurochirurgo bresciano Massimo Gandolfini il quale, a partire da quel famoso 30 gennaio 2016, è impegnato nel ruolo di sbandieratore del titolo di credito farlocco che, nel suo immaginario personale, varrebbe una milionata di teste (di voti): quelle adescate al Circo Massimo per fare vetrina. Lì si è consumato l’ennesimo furto con destrezza della buona fede di tanti, traditi all’indomani della manifestazione dal disinvolto inciucio tra i protagonisti della stessa e quel potere che – poveri illusi –  credevano di andare in piazza a combattere. Di Gandolfini, il sedicente Difensore-capo dei nostri Figli, e del suo brodo di coltura, abbiamo già diffusamente parlato in occasione di una recente illuminante intervista, cui è seguito, di lì a breve, un altrettanto illuminante assolo che ne completa il profilo.

Quanto a Pillon, inviato speciale del Family Day dentro le linee leghiste, egli appare quale ultima proiezione politica del nuovo distributismo di una CEI che versa in evidente stato confusionale: uno dei nostri serve anche lì – avranno pensato gli zucchetti rossi – per tenere i leghisti selvaggi nei binari dell’eticamente corretto, sia mai che a qualche testa calda non addomesticata saltino in mente idee incompatibili con la nuova morale universale diventata obbligatoria ai sensi del codice civile, penale, canonico e militare.

Di fatto, ci troviamo davanti a un’inseminazione artificiale, ovvero a un tentativo (a quanto pare riuscito) di impollinare e infiltrare la Lega coll’imperituro germe democristiano. Lettura più vera che mai, se è lo stesso Pillon a dichiarare: «Sul piano politico il comitato Difendiamo i Nostri Figli è riuscito a fecondare con i suoi valori le forze del centro destra inserendo nei programmi dei partiti tutta la propria antropologia relazionale. La fecondazione è stata completata inserendo nelle liste elettorali già dalle scorse elezioni amministrative molti candidati provenienti dalle file del Family Day. I risultati sono stati ottimi…».

Quale sia questa “antropologia relazionale”, non è difficile capirlo. La “fecondazione”, invece, dovete letteralmente dipingervela così: la DC che inocula il proprio seme nel corpo Lega.

L’ETERNA REINCARNAZIONE DEMOCRISTIANA L’episcopato non rinuncia certo ad avere i propri emissari in Parlamento. Nella legislatura passata erano i vari Giovanardi, Quagliariello, Pagano, soprattutto le Roccella e le Lorenzin, le cerniere tra potere temporale (laico) e potere temporale (ecclesiastico), pedine posizionate nei gangli strategici della politica per sfondare cristianamente, a suon di «paletti», le sempre nuove frontiere della necrocultura, ovviamente facendo finta di combatterla.

Insomma, parliamo della solita vecchia scuola democristiana, quella che nel corso di qualche decennio ha garantito, implacabile, l’erosione progressiva di ogni baluardo di principio nell’ordinamento italiano e, di rimbalzo, nel comune sentire, pensare e agire. Quella che ha insegnato a generazioni di politicanti come, manomettendo la legge, si scardina la morale.

La madre di tutte le aberrazioni fu la legalizzazione del divorzio, che ha provocato lo smottamento di tutto un sistema giuridico di riferimento e il tracollo di un intero sistema di valori, minato dal seducente mito dell’autodeterminazione: il matrimonio inteso quale vincolo indissolubile su cui si fonda la famiglia si è trasformato nella sua controfigura, ovvero in un’unione provvisoria solubile ad nutum per semplice volontà di una delle parti. Ma la stabilità era elemento essenziale del vincolo sponsale, fondamento capace di potenziarne al massimo grado la funzione etica, sociale, educativa e di renderlo qualcosa di unico e irripetibile nello strutturarsi della società e nel susseguirsi delle generazioni.

Depennato democraticamente (e democristianamente) quel connotato, come fosse qualcosa di accessorio e meramente eventuale – perché il dover essere deve conformarsi all’essere, e i giovani non sono più quelli di una volta, e ciò che è nuovo è bello per definizione – la sopravvenuta precarietà legalizzata ha favorito l’indistinzione tra le varie fattispecie «associative» purché fossero accomunate dal presupposto di un generico legame affettivo, durevole quanto dura l’Amore.

Sicché, nella notte in cui tutte le vacche sono nere (e tutte le balene sono bianche), matrimonio e convivenza sono divenuti di fatto pressoché assimilabili – non fosse che per la discriminante scenografica della cerimonia nuziale – e, poi, declinabili in tante combinazioni creative. È così che, dopo qualche prova tecnica di trasmissione, guardacaso democristianissima (i DI.CO., «DIritti dei COnviventi» furono una creazione della indimenticata ipercattolica Rosi Bindi nel governo dell’indimenticato ipercattolico Romano Prodi nel 2007), siamo felicemente approdati alla parodia istituzionalizzata per merito dalla geniale signora Cirinnà (una, per capirci, che si definisce “madre” dei propri animali domestici).

L’ombrello dell’amore cristiano è pronto a offrire riparo e legittimazione a ogni bella novità si affacci all’orizzonte: ora per esempio è il turno della variante pedofila, come ci mostra il premiato modello McCarrick & Co.

Dunque, il germe libertario e nichilista inoculato nel corpo sociale col concorso operoso dei bravi politici cristiani ne ha tarlato in profondità il tessuto, e ha prodotto a cascata tutte le degenerazioni che erano nel conto: dalla legalizzazione dell’omicidio dell’innocente da parte della madre che lo porta in grembo, alla legalizzazione della produzione sintetica degli esseri umani da parte di chi ambisca a detenere, tra gli altri beni mobili, un trastullo sottoforma di bambino (all’occorrenza utilizzabile anche come sex toy).

Intanto, la macchina da guerra omosessualista alimenta la fabbrica dell’umanità sintetica e tutto il fiorentissimo mercato che vi ruota attorno. La desessualizzazione della procreazione, affidata gli apprendisti stregoni della provetta, la disincarnazione della vita, la sua reificazione, la selezione eugenetica, sono gli obiettivi – il progresso! – verso cui stanno remando, a gara, le élite sovranazionali e la gerarchia ex cattolica, finalmente unite in una straordinaria corrispondenza di amorosi sensi; sensi scatenati febbrilmente, ormai in modo completamente disinibito, dalla attrazione per tutto quanto sia contro-natura.

PROVETTA PER TUTTI, PURCHÈ IN UTERI DI PROPRIETÀ Come da libretto di istruzioni, Pillon si è esibito subito – nel suo primo question time al Senato – nella tacita approvazione della fecondazione artificiale. Il silenzio-assenso sulla produzione e il commercio degli esseri umani sintetici, del resto, fa parte dell’agenda episcopale, fotocopiata sul modello di Soros e della Bonino. Lo sdoganamento, e addirittura la promozione, della fecondazione in vitro, omologa o eterologa che sia (nessuno sta più a sottilizzare, men che meno i vescovi afasici), passa proprio per lo sviamento del problema verso uno dei suoi tanti esiti collaterali, qual è l’affitto di uteri.

L’affitto di uteri esiste perché esiste l’orrore della FIVET (fecondazione in vitro con trasferimento di embrione), ma stranamente tutti quelli ossessionati dall’utero in affitto, come Pillon, non dicono una parola che sia una sulla pratica faustiana che ne costituisce il presupposto. Gli anglofoni lo chiamano stalking horse, cioè una specie di specchietto per le allodole che serve a depistare l’attenzione su un bersaglio secondario, persino trascurabile rispetto al baratro aperto dal bersaglio vero, che nel nostro caso è (dovrebbe essere) la fabbrica della vita sintetica. Il dito e la luna, insomma, siamo sempre lì.

Caso vuole che tutti gli pseudo pro life alle dipendenze del padrone episcopale glissino sulla FIVET, fischiettando, nonostante la provetta – tenetelo sempre a mente! – faccia oggi circa 150 mila morti all’anno (numero, ovvio, in crescita costante), cioè, più dell’aborto di Stato. Si stracciano le vesti contro l’utero surrogato giocandosela tutta sul versante femminista dello schiavismo della donna (anche quando è consenziente?) mettendosi così, senza colpo ferire, nello stesso identico ordine di idee di chi giustifica l’aborto libero e spensierato. Ma nemmeno questo importa, basta far finta di niente. Fischiettare sempre.

Ai vari Pillon evidentemente va bene che, in uteri di proprietà, o magari in uteri artificiali (purché non siano in affitto), crescano vite prodotte in provetta, ordinate à la carte, eugeneticamente selezionate. Va bene, anche, che a fronte di un “bimbo in braccio” una ventina di embrioni venga di default sacrificata, soppressa o congelata. Vanno bene gli ibridi e le chimere già in produzione nei laboratori di avanguardia. Vanno bene le diagnosi preimpianto, postimpianto, prenascita e postnascita e le manipolazioni del Dna che mirano a selezionare gli esseri perfetti, e viceversa a eliminare tutte quelle vite che forse, un domani, potrebbero non raggiungere gli standard di qualità richiesti dai consumatori. Il buon Adolf al confronto era un dilettante, ma agli intrepidi pro life va benissimo così. Non disturbiamoli, devono piantare paletti. Se non fosse così, smentiscano e dicano che l’agenda bioetica stilata e sottoscritta dai vescovi di santa romana chiesa è tutta da rispedire al mittente. Altrimenti significa che il mittente, in realtà, è il committente.

IL FANTASTICO MONDO DELLA BIGENITORIALITÀ PERFETTA Non bastavano le sceneggiate sulla locazione di uteri. Il programma è vasto e il cancro del cosiddetto “male minore” può conquistare territori ad oggi inesplorati. Per avventura, è proprio di Pillon la paternità del disegno di legge 735 intitolato «Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità» che, come si desume dal titolo, presuppone l’esistenza di un matrimonio con figli (o di una qualche imitazione che contempli la presenza di minori) e il suo successivo fallimento.

Non è questa la sede per analizzare nel dettaglio l’articolato della riforma la quale, tra l’altro, si propone di novellare nientemeno che la disciplina del codice civile, del codice di procedura civile, del codice penale e della legge sul divorzio, oltre a introdurre ex novo un pacchetto di norme dedicate alle figure del “mediatore familiare” e del “coordinatore genitoriale” di cui qualcuno, evidentemente, sentiva fortemente la mancanza.

Ci basti qui plaudire, con sincera ammirazione, all’estro creativo con cui il Nostro cattolicissimo Legislatore maneggia la materia del diritto di famiglia, a partire dal profilo lessicale. Il perno attorno a cui ruota la Sua riforma è l’ambizioso concetto, in schietta neolingua pilloniana (sempre squisitamente neocattolica) della “bigenitorialità perfetta”. Essa costituirebbe il contenuto di un “diritto” istituito in capo al soggetto minore. Qualora tale diritto gli fosse negato, il minore rischierebbe di essere colpito dalla nota “sindrome di alienazione parentale” (purtroppo non è uno scherzo).

Dopo aver appreso che l’incolpevole minore sarebbe titolare nientemeno che di un “diritto alla bigenitorialità perfetta”, possiamo scoprire che questo suo diritto corrisponderebbe a uno speculare dovere stabilito in capo a una nutrita, variegata banda di adulti – della quale fanno parte anche i contendenti del minore – i quali, obbligatoriamente, devono trovarsi, parlare, interloquire, litigare (con parsimonia), pacificarsi, capirsi, monitorarsi, accordarsi, sentirsi, guardarsi dentro, mettersi in discussione, mettersi in gioco, analizzarsi e farsi analizzare.

Fino a partorire, sempre si intende nell’interesse del minore (suona bene anche in inglese: best interest), un “piano genitoriale” (suona bene anche in inglese: planned parenthood) di affido condiviso che preveda tempi di frequentazione paritetici o equipollenti per ciascuno dei genitori, paritetica assunzione della responsabilità genitoriale, pari opportunità, pari contribuzione economica al mantenimento diretto (sparisce l’assegno forfettario), doppio domicilio. Nemmeno questo è uno scherzo, purtroppo.

E attenzione, perché se alla fine uno dei contendenti si lasci scappare di non condividere il risultato condiviso, si deve ricominciare tutto daccapo: «Il giudice, nei casi di conflittualità tra le parti, invita nuovamente i genitori a intraprendere un percorso di mediazione familiare per la risoluzione condivisa delle controversie» (art. 13, 2° comma).

Da apprezzare, in via incidentale, come il nostro cattolicissimo Legislatore mantenga uno sguardo sempre attento alla creazione di nuovi posti di lavoro, così come di nuovi cespiti di guadagno per certe categorie professionali, tipo la sua.

Alla fine della fiera, tutto questo straordinario spiegamento di forze, che coinvolge, a pagamento, “esperti” di ogni risma, serve per dividersi a metà un bambino. Il suo tempo, la sua casa, la sua vita, i suoi affetti. Basterebbe una spada.

Ma sono superati i tempi di Re Salomone, in cui l’amore materno (ops, genitoriale) si misurava sulla capacità di rinuncia alla propria parte di bambino conteso, pur di preservargli l’integrità. Al tempo di Pillon, invece, sulle ragioni fondate sulla ragione vincono le ragioni della giustizia distributiva, condite di sincero afflato democratico-cristiano. Come conseguenza, file e file di bambini che passano dal nuovo divorzificio neocattolico per essere medico-legalizzati. Per la gioia degli esperti di cervelli altrui, dei mediatori e dei relativi portafogli.

FAVOR MEDIATORIS. CONFLITTO DI INTERESSI? Dicevamo della pletora di improvvisati esperti dei fatti altrui; espertissimi, in particolare, del best interest dei bambini. Tutti costoro, a pagamento, sono chiamati a prestare la propria opera di ingegno nella procedura di disintegrazione familiare secondo Pillon.

Un rilievo tutto particolare viene riservato, nella riforma, all’istituto della mediazione, il cui espletamento diventerebbe ex lege condizione di procedibilità per adire il giudice in sede di separazione o divorzio. «I genitori di prole minorenne che vogliano separarsi devono, a pena di improcedibilità, iniziare un percorso di mediazione familiare» recita l’art. 7, 1° comma. E il ddl esordisce proprio, all’articolo 1, col prevedere l’istituzione ad hoc dell’«albo nazionale per la professione di mediatore familiare».

Poi uno va per caso a vedere la scheda del Senato del senatore Simone Pillon e alla voce “professione” trova due distinte qualifiche: avvocato patrocinante in Cassazione, mediatore familiare. Allora, per capire meglio, prova a dare un’occhiata al curriculum personale del senatore, pubblicato nel sito del suo studio professionale, e legge che egli vanta la «partecipazione al Master breve di Mediazione Familiare accreditato dall’AIMEF e conseguimento della qualifica di mediatore familiare».

L’uno più uno non lo facciamo noi, lo hanno fatto quei birbanti dell’Espresso, con un articolo dal titolo: «Quel curioso conflitto d’interesse del leghista Pillon, difensore della “famiglia tradizionale”». Il sommario spiega: «Nel suo ddl sull’affido condiviso vuole rendere obbligatoria (e a pagamento) la mediazione familiare. E lui fa proprio il mediatore. Tanto che per promuovere la sua attività sul sito del proprio studio legale scrive: “È in corso di approvazione una modifica al codice civile”».

Vien quasi da pensare che si tratti di una mossa programmatica, una legge se non proprio ad personam, per lo meno ad studium. Ma non vogliamo pensare male, ché si fa peccato. Ci limitiamo a costatare come il neo-senatore sia stato forse un pochino ingenuo a sbandierare a destra e a manca una speciale perizia “mediatoria” con titoli connessi, per scriversi poi una legge che parrebbe proprio ritagliata sulla propria figura professionale.

Non ce l’ha fatta, evidentemente, a non esibire il suo particolare pedigree, che in effetti, bisogna riconoscerlo, ha un appeal tutto suo e nient’affatto peregrino, specie se guardato attraverso le lenti clericali care al suo ambiente di riferimento. Linguisticamente infatti, abbinare al mestiere di divorzista quello di mediatore familiare serve a connotare il primo di un significato buono, bello, equo e solidale. Rende il divorzista una bella persona anche agli occhi del cattolicone incallito che pensa ancora, povero lui, al marito e moglie per sempre. Insomma, la mediazione – che evoca i ponti, la condivisione, il dialogo, il confronto – stende sulle rovine matrimoniali e familiari la pietosa foglia di fico “cattolica”, e così sia.

L’ALLIEVO E IL SUO MAESTRO D’altra parte, come i frutti dalla pianta, l’allievo si riconosce dal maestro. Il maestro di Pillon è il padre-padrone del Movimento per la Vita italiano, vero epicentro del democristianismo deteriore, perché – ratione materiae – organo responsabile dell’ecatombe degli innocenti, provocata prima dalla famigerata legge 194 sull’aborto, e poi dalla ancor più famigerata legge 40 sulla fecondazione assistita.

Carlo Casini, che definì la legge 40 la propria personale “Cappella Sistina” (un capolavoro costato all’Italia qualche milione di embrioni morti), è l’uomo del compromesso, il genio del “male minore”, il teorizzatore del “minimo etico” come obiettivo legislativo, il lucido programmatore biotecnologico della sostituzione della procreazione naturale con quella artificiale, il patrocinatore dell’invasione dell’umanità sintetica all’ombra del magistero adulterato.

Era lui a progettare i compromessi – quando ancora nessuno arrivava a prevedere quali potessero essere gli esiti futuri di certe mosse della regia – mentre le sue longae manus in Parlamento, le truppe democristiane coltivate nei vivai della Conferenza Episcopale e annesse dépendance, erano chiamate a concretizzarli a tempo debito presentandoli al pubblico come via obbligata “maleminorista”, necessaria per non incorrere nel male maggiore.

Così, uno dopo l’altro, sono caduti tutti i paletti che venivano piantati apposta per essere abbattuti. E il male maggiore è arrivato. Ed è stata annientata ogni fiera resistenza.

La teoria casiniana del “minimo etico” dello Stato moderno – cioè quello che lo Stato sarebbe chiamato a garantire per conciliare le esigenze della scienza (perché «la scienza progredisce e non bisogna vincolarla troppo») con quelle del magistero – illumina tutto l’orizzonte di pensiero dei cosiddetti pro life italioti.

Lustri fa era già stipulato il patto col diavolo che contemplava il sacrificio seriale degli innocenti, tanto spietato quanto incruento, scatenato dalla legge 40. L’essere umano disincarnato, alieno al ventre di una madre, realizza appieno il sogno faustiano del dominio assoluto sulla vita e sulla morte da parte di quanti, tra alambicchi e frigoriferi, uteri e gameti, si autoproclamano onnipotenti e lo appaiono agli occhi dei consumatori del nuovo mercato della vita. Intanto, nell’immaginario collettivo, si è stracciato come nulla fosse il significato del nascere, del vivere e del morire, e quello dei legami famigliari e generazionali.

Oggi nessuno più grida all’orrore semplicemente perché l’orrore è stato assorbito pian piano nel corpo molle di una società smarrita, dolcemente e piamente somministrato proprio da coloro che indossano la maschera dei difensori della vita. Il blob democristiano è davvero immortale, se sono riusciti a inocularne il virus persino nella forza politica che oggi vince perché è antisistema e tendenzialmente immune al compromesso, in un tempo che chiede senza dilazioni una reazione virile e radicale contro la dissoluzione. I democristiani hanno inflitto all’Italia la pratica dell’autosterminio, una lenta e massiccia eutanasia sociale. È il momento, forse l’ultimo utile, per liberarsi del tutto della loro zavorra.

Fate scendere Salvini dal Pillon.

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