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La questione delle “colpe” della Chiesa e la santità della Chiesa

Se è vero che la storia non può giudicare il Cristianesimo è anche vero che il Cristianesimo non può prescindere dalla storia. Infatti, se il Cristianesimo non si esaurisce nell’ambito della storia ma va al di là (indicando all’uomo una mèta che supera la dimensione terrena e temporale) è pur vero che il Cristianesimo non è un’astrazione ma costituisce risposta tanto alle ansie escatologiche (attinenti all’al di là) quanto terrene dell’uomo.

Ecco perché è importante conoscere, almeno a grandi linee, la Storia della Chiesa; e quando parliamo di “Storia della Chiesa” non intendiamo la conoscenza di tutti i fatti (che è degli specialisti) quanto possedere categorie generali per capire… e soprattutto per non farsi truffare da chi vuol presentare alcuni fatti emblematici in maniera poco veritiera.

Sull’operato della Chiesa nella storia spesso ci si inganna e si crede, a torto, che le posizioni possibili siano solo due:

  1. La Chiesa ha sempre operato bene e tutto ciò che ha fatto è indiscutibilmente giusto. Si tratta di una posizione minoritaria; anzi, più nominale che esistente. Ed è, chiaramente, una posizione che non convince affatto.
  2. La Chiesa ha spesso operato male in passato. Si tende ad immaginare la Chiesa del passato come una sorta di covo di lupi famelici. Ma anche questa è una posizione che non convince. È storicamente serio pensare che la Chiesa fino a una certa epoca fosse immersa nella malvagità? E i Santi? E i tanti uomini giusti che pur appoggiarono molte scelte della Chiesa del passato? Diciamolo francamente: non è affatto intelligente pensare ad una Chiesa in cui tutti siano stati cattivi.

Ma allora come risolvere la questione?

La risposta non è semplice, ma possibile. Prima di tutto bisogna sforzarsi di “maneggiare” con cura la storia, scontando la fatica della contestualizzazione, che è un’operazione chiave se si vuol fare seriamente un’indagine storica. Qui sarà necessario fare una chiarificazione nominalistica ma che non si riduce soltanto ad una formale questione di nomi. Il verbo contestualizzare, per quelli che hanno a che fare con una disciplina che si chiama “filosofia della storia”, ha un significato diverso rispetto al verbo storicizzare. Ci spieghiamo.

Storicizzare vuol dire relativizzare, cioè fare della storia il bene in quanto tale. Tutto ciò che accade nella storia, solo perché accade, sarebbe giusto; e come la storia procede e si sviluppa, così procederebbe e si svilupperebbe anche il concetto di bene. Insomma, bene e male non sono categorie immutabili (metafisicamente fondate) ma si realizzerebbero nella storia e non esisterebbero al di fuori della storia. Quindi, la Chiesa del passato non poteva non sbagliare, perché la verità di ieri era ancora incompleta rispetto alla verità di oggi. Il destino della Chiesa del passato era quello di essere più fallibile rispetto alla Chiesa del presente… e, di conseguenza, quella del presente di essere più fallibile rispetto a quella del futuro.

Contestualizzare, invece, ha un altro significato. Non vuol dire relativizzare le categorie morali, ma cercare di capire perché il bene nel passato era anche nell’utilizzare mezzi che noi oggi non ci sogneremmo di utilizzare.

Insomma, per dirla ancora più chiaramente, la storicizzazione implica la convinzione che quel bene che noi oggi possiamo conoscere, prima non c’era, non si era ancora completamente rivelato e si è potuto manifestare solo grazie al progresso della storia. Per cui chi viveva nel passato, anche se cristiano, non poteva non applicare il male o, nei casi migliori, una sorta di bene dimezzato. La contestualizzazione, invece, dice che il bene e il male sono categorie eterne ed immutabili; ciò che può cambiare nel corso della storia sono le motivazioni e le considerazioni che spingono a scegliere per il bene una cosa o per il male un’altra cosa.

Il cristiano dei secoli scorsi era perfettamente cosciente del nostro stesso bene e del nostro stesso male; ma poteva considerare altre motivazioni riguardo ai mezzi per raggiungere questo bene o evitare questo male; mezzi – è ovvio – da scegliere sempre nell’ambito della legittimità morale, altrimenti si cadrebbe in una sorta di machiavellismo (il fine giustifica i mezzi) che è cristianamente inaccettabile.

Facciamo un esempio. Utilizzare l’uso delle armi per ripristinare una situazione di giustizia è moralmente legittimo. Oggi si è più portati a insistere sulla proporzione tra l’uso delle armi e la restaurazione dell’ordine morale, anche perché le armi di oggi non sono quelle di ieri; nel passato invece non era sempre così. Ecco la differenza della considerazione dei mezzi, fermo restando tanto la legittimità del mezzo quanto la considerazione del bene che è uguale ieri come oggi.

 

La santità della Chiesa

Da più parti si sente parlare di “colpe” della Chiesa Cattolica e di relativi “perdoni”. Sembra che al cattolico non tocchi altro che fare “mea culpa” su presunte colpe, per giunta non personali ma di altri.

Prima però di immolarci in questo “perdonismo”, chiediamoci se la Chiesa può davvero peccare?

La risposta è semplicemente: no. Semplicemente, perché semplice ne è il motivo: la Chiesa Cattolica non può peccare perché è santa. Anzi: la santità (insieme all’unità, alla cattolicità e all’apostolicità) è una delle quattro cosiddette note (cioè attributi) della Chiesa Cattolica.

Ma vediamo perché la Chiesa è santa.

  1. Perché santo è il suo capo invisibile (Gesù).
  2. Perché santi sono molti suoi membri.
  3. Perché santa è la sua fede.
  4. Perché santa è la sua legge.
  5. Perché santi sono i suoi sacramenti.
  6. Perché al di fuori di essa non vi può essere vera santità.

Dunque, perché santa, la Chiesa Cattolica non può peccare; santità e peccabilità sono inconciliabili. A dire il vero ogni tanto c’è qualche “teologo” contemporaneo che parla di possibile coesistenza di peccabilità e santità della Chiesa, ma si tratta di tentativi di conciliare l’inconciliabile negando palesemente il principio di non contraddizione; tentativi tanto fallimentari quanto ingenui sul piano logico e teologico.

Piuttosto, la peccabilità può riguardare (e di fatto riguarda) gli uomini di Chiesa; d’altronde tra i sei motivi elencati in precedenza ve n’è uno che dice: perché santi sono molti suoi membri, il che vuol dire che non tutti i membri della Chiesa sono santi. Questa peccabilità può riguardare tutti (dall’ultimo laico fino al Papa stesso). E, a proposito del Papa, questa peccabilità può coesistere anche con l’infallibilità dottrinale; basta leggere i Vangeli per rendersene conto. Pensiamo a ciò che avvenne presso Cesarea di Filippo: «Gesù disse loro: “Voi chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”» (Matteo 16, 16-18). Ma Pietro, pur avendo confessato la verità, arrivò poi a rinnegare Gesù per tre volte… e, malgrado questo gravissimo peccato, sarà da Gesù riconfermato capo della Chiesa (Giovanni 21,15). Nel Papa l’infallibilità dottrinale non si traduce necessariamente in infallibilità comportamentale.

 

 

Ma allora cosa si deve intendere quando si parla di perdono dei propri “peccati” da parte della Chiesa cattolica?

Prima di tutto va detto che un vero perdono per gli uomini della Chiesa non ci sembra si possa chiedere, perché il perdono è un atto personale e non si può chiedere per conto terzi. Si può invocare che Dio perdoni i peccatori, ma ciò è diverso dal chiedere personalmente perdono per altri. Invece quello che si può fare – ed è stato fatto – è una sorta di “purificazione” della memoria per probabili atteggiamenti incoerenti da parte dei cristiani nella loro storia; tenendo però presente che i criteri di valutazione storica spettano prevalentemente agli storici e, tenendo ancora presente, che dominano vere e proprie bugie sul comportamento dei cristiani nella storia.

Ha scritto monsignor Giacomo Biffi, cardinale di Bologna, nella prefazione a Pensare la Storia, uno dei tanti successi editoriali di Vittorio Messori: «Bisognerà che ci decidiamo a renderci conto del cumulo di giudizi arbitrari, di sostanziali deformazioni, di vere e proprie bugie, che incombe su tutto ciò che è storicamente attinente alla Chiesa. Siamo letteralmente assediati dai travisamenti e dalle menzogne: i cattolici in larga parte non se ne avvedono, quando addirittura non rifiutano di avvedersene. Se io vengo percosso sulla guancia destra, la perfezione evangelica mi propone di offrire la sinistra. Ma se si attenta alla verità, la stessa perfezione evangelica mi fa obbligo di adoperarmi a ristabilirla: perché, dove si estingue il rispetto della verità, comincia a precludersi per l’uomo ogni via di salvezza».

 

Corrado Gnerre

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