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L’eredità di Alfie

di Elisabetta Frezza

Fonte: Riscossa Cristiana

La vicenda di Alfie Evans si è conclusa quaggiù come i cattivi avevano deciso si dovesse concludere, ovvero con l’omicidio premeditato di un innocente sequestrato e torturato dai suoi “pietosi” aguzzini. Ora, sull’abbrivio del loro temporaneo successo, essi continueranno ad adoperarsi per farci sembrare buona e giusta la propria furia assassina e per normalizzare agli occhi del mondo il delitto sacrilego. Hanno molte truppe al loro servizio, di attacco e di difesa, di avanguardia e di retroguardia, e molti agenti infiltrati nelle fila dei presunti avversari.

Per questo, la vera storia del piccolo Alfie non deve, per nessun motivo, essere riassorbita nella rassegnazione o rimossa per autodifesa. Deve restare, nella sua tragica crudezza, a indicare una frontiera reale, prossima, visibile e terribile per chi conservi ancora un barlume di ragione.

Tutti noi che abbiamo seguito gli avvenimenti avvicendatisi nell’ultimo periodo a ritmo incalzante, in un’altalena crudele di speranze e delusioni, di orgoglio e di rabbia, di fiducia e di smarrimento, ci sentiamo come svuotati. Questa vicenda ci ha messo davanti agli occhi l’epicentro di quel male le cui propaggini lambiscono anche casa nostra e ci ha fatto toccare con mano l’orrore allo stato puro. Ma insieme all’orrore, per grazia di Dio, ci ha mostrato anche la vitalità di un popolo che ha saputo per istinto infischiarsene degli inganni del mainstream alimentati persino da chi, per mestiere se non per vocazione, aveva l’imperativo morale di smontarli nella piazza globale e si è guardato bene dal farlo. In molti, per grazia di Dio, sono riusciti stavolta a scansare l’influenza nefasta delle sirene del dialogo e della diplomazia trasversale – sempre più goffe e sempre più sfacciate – e a tenere lo sguardo puntato al cuore di una questione umana (e sovra-umana) che si è manifestata subito come cruciale per la vita di tutti noi, dei nostri figli e della nostra stessa civiltà. L’Italia per bene s’è destata, ha gridato allo scandalo e si è inginocchiata in preghiera. Lo ha fatto tanta gente comune, lo hanno fatto – onore a loro – tanti politici di buon cuore che hanno saputo cogliere l’essenziale elevandosi al di sopra delle beghe di partito e di retrobottega.

Attraverso Alfie è arrivata all’orecchio dei giusti una sorta di ultima chiamata.

Tra le migliaia di messaggi, ci pare che riassuma il senso di quanto diciamo quello recente di un amico: “Siamo svuotati, stremati, estraniati. Con un senso quasi di colpa per goderci i figli e col rimorso di fare cose quotidiane allontanandoci pian piano ogni giorno da ciò che di essenziale ci ha coinvolti e travolti. Abbiamo finito le lacrime, resta la comunione che sappiamo di avere con alcune persone, nella coscienza e nella preghiera, e la determinazione a proseguire la battaglia in modo più intenso e più alto, perché Alfie è uno spartiacque”.

“Con i fianchi cinti e le lampade accese”

L’omicidio di Alfie Evans è davvero uno spartiacque. E molte cose questo bimbo ha ancora da dirci e non mancherà di dirle a quanti siano disposti a guardare alla realtà delle cose senza piegarsi alla menzogna delle parole né alla suggestione del sentimentalismo fine a se stesso.

Intanto, va detto che quanto è apparso sotto i riflettori, assurto all’onore delle cronache, dei tweet e dei selfie, non è tutto di questa storia. Vorremmo qui raccontare di certi risvolti rimasti dietro le quinte, ma densi di significato quando si tratti, con grande dolore, ma con altrettanta onestà, di ricostruire i contorni della vicenda e di mettere a fuoco le diverse responsabilità. Lo facciamo cominciando a parlare di Christine Broesamle, l’attivista pro life americana che per otto mesi è stata accanto alla famiglia Evans e ne ha sostenuto, sui vari fronti, la disperata battaglia contro il perverso ingranaggio di potere apparecchiato dal sistema “sanitario”, giudiziario ed ecclesiale britannico, straordinariamente alleati nella realizzazione di un tremendo obiettivo comune: quello di sopprimere un essere umano innocente.

Dedicando a questa missione i giorni e le notti, Christine è ripartita da zero ogni volta che la via intrapresa veniva beffardamente sbarrata dai mostri in camice o in parrucca (col concorso esterno di quelli in talare).

Ora è indagata dalle autorità britanniche insieme a uno degli avvocati della famiglia Evans. Dal poco che ci è dato sapere, i due dovranno rispondere delle parole mosse a medici e giudici e ritenute calunniose nei confronti di costoro. Ma non basta, perché questa donna è stata anche diffamata e non solo dalla stampa di regime, ma persino da certi ambienti catto-tradizionali che vedevano nella sua opera decisa e intransigente una minaccia ai buoni rapporti con la gerarchia “amica” (che, dal canto suo, nulla ha fatto e nulla ha detto per salvare Alfie).

In cosa è consistito il suo comportamento tanto sconveniente? Dopo la visita di Thomas Evans a Bergoglio, Christine, dinanzi al precipitare degli eventi e al prevedibile disinteresse mascherato da azione diplomatica, ha deciso di trattenersi a Roma per recarsi di persona presso il Sant’Uffizio a chiedere il passaporto vaticano per Alfie, e di non muoversi di lì fino a che non lo avesse avuto in mano. L’estrema speranza, l’ultima chance per evitare il distacco del respiratore al piccolo (distacco che, ricordiamolo, nelle previsioni dei medici dell’Alder Hey, avrebbe dovuto determinare la sua morte in tempi molto veloci, ovvero nell’ordine di una quindicina di minuti).

Era sola e, su sua richiesta, essendo lontani da Roma, abbiamo cercato con una catena di telefonate qualcuno che potesse accompagnarla e darle sostegno in questa iniziativa disperata. Di domenica mattina si è così creato un piccolo tam tam tra persone di buona volontà che ha portato alla costituzione di un gruppetto improvvisato davanti al Sant’Uffizio.

In mattinata Christine ha consegnato alla gendarmeria vaticana la lettera di cui abbiamo parlato nel nostro articolo dello scorso 22 aprile, in cui implorava un intervento di Bergoglio.

A sera, avvicinandosi l’ora dell’ultimo volo per tornare a Liverpool, Christine, vedendo sfumare ogni speranza, sfinita dalla tensione e dalla fatica, si è gettata in ginocchio davanti alla cancellata e, aggrappata alla grata, si è messa a piangere, gridare, pregare, supplicando aiuto per salvare Alfie. Senza ricevere alcuna risposta.

Lidia Polisano era lì con lei in quei momenti e rende per Riscossa Cristiana la sua testimonianza dell’accaduto. Quanto racconta è confermato da altre persone presenti e che, come Lidia, sono rimaste profondamente toccate da una scena definita da tutti come lancinante:

Insieme a tre ragazzi che fanno parte dell’associazione “Universitari per la vita” e ad altre quattro persone, siamo stati fuori dal Sant’Uffizio con Christine. Christine ad un certo punto si è messa a gridare e a piangere con tutta la voce che aveva in gola. È stata una scena a dir poco straziante, che ci ha fatto toccare con mano tutto l’amore e la devozione che questa donna nutre per il piccolo Alfie. Urlava: “Santo Padre salva il tuo figlio! Santo padre tu hai promesso! Santo Padre fai qualcosa! Ci hai promesso che avresti fatto di tutto per salvare Alfie!” Era disperata. 

In ginocchio, aggrappata alla grata del sant’uffizio, ha pianto per più di un’ora. Sicuramente dentro Santa Marta l’hanno sentita, perché era impossibile non sentirla e ne abbiamo avuto conferma dalle guardie.

Avrei voluto scattare una foto perché la scena era molto eloquente, ma mi pareva di violare il suo dolore: la disperazione di un figlio che chiede aiuto alla Santa Madre Chiesa. Non nascondo che anch’io mi sono messa a piangere.

Siamo stati lì per un po’, abbiamo attirato l’attenzione solo delle guardie svizzere e della polizia, che sono venuti, ci hanno detto che non potevano fare nulla e hanno chiesto un documento di Christine (Christine ha risposto che tutti già conoscevano la sua identità), poi ci hanno invitati ad andare via da lì, hanno messo delle transenne e noi ci siamo spostati sulla piazza.

Poi Christine doveva andare via perché aveva il volo per Liverpool (che peraltro ha perduto) e una mia amica l’ha portata a Fiumicino. 

Nel frattempo noi abbiamo comunicato a tutti i nostri contatti che avremmo fatto una veglia di fronte al Sant’Anna per il piccolo Alfie. Ad un certo punto una rappresentante di “Universitari per la vita” di nome Chiara ha parlato con un addetto all’ufficio passaporti che lavora con monsignor Borgia, gli ha fatto presente la situazione drammatica di Alfie, ha chiamato telefonicamente Christine e li ha fatti parlare insieme. L’impiegato ha detto che per il rilascio del passaporto servono i documenti e l’autorizzazione dei genitori e che è prescritto che il bambino debba presentarsi di persona in ambasciata (cosa evidentemente impossibile per Alfie, piantonato in ospedale).

Anch’io ho parlato con questo stesso impiegato e gli ho detto che il Santo Padre aveva promesso che avrebbe fatto di tutto per salvare Alfie, che erano passati quattro giorni ma non era stato fatto nulla. Mi ha risposto che se anche si salvasse Alfie, poi degli altri venti e poi degli altri duecento cosa ne sarà? Degli altri bambini come Alfie, che avranno un domani le sue stesse aspettative? Mi ha detto che loro non possono salvarli tutti. Al che ho replicato “bene, quindi abbiamo fatto morire Charlie, poi abbiamo fatto morire Isaiah ora forse faremo morire anche Alfie e non facciamo nulla perché ci preoccupiamo di cosa potrà avvenire in futuro!”.

Chiara ha fatto presente che il papa durante la guerra ha salvati migliaia di ebrei dando loro asilo politico.

L’impiegato ha concluso dicendo che la questione è delicata e dovevamo lasciar fare a chi di competenza perché noi non capiamo niente di queste cose e poi così si rischia di mettere in difficoltà la segreteria vaticana e di deteriorare i rapporti diplomatici.

L’ho lasciato ricordandogli che proprio il giorno prima si leggeva in tutte le chiese la parabola del Buon Pastore, che da la vita per le sue pecorelle. Non lascia le 99 per salvare la pecorella dispersa?

Il Potere e i suoi alleati

La pecorella Alfie, figlia prediletta di Santa Madre Chiesa, è stata abbandonata in pasto ai lupi. I suoi pastori non l’hanno difesa, anzi, l’hanno consegnata quale vittima sacrificale al Leviatano statale dietro chissà quale ricompensa, o in nome di chissà quale patto scellerato.

A futura indelebile memoria restano le lettere scioccanti dell’arcivescovo di Liverpool McMahon e di tutto l’episcopato inglese a un’unica voce, restano le parole condiscendenti e untuose del presidente della Pontificia Accademia per la Vita, restano quelle di Bergoglio citate ad adiuvandum nella sentenza del giudice Hayden, restano i messaggi vacui e i discorsi ambigui, restano le colpevoli inerzie e i troppi eloquenti silenzi.

Resta, infine, a suggello di tutto, il richiamo a Londra di don Gabriele Brusco, assistente spirituale della famiglia Evans, che è stato sottratto al capezzale del piccolo proprio a ridosso dei preliminari della sua esecuzione, avvenuta al di fuori di ogni protocollo saltato per motivi di urgenza. Un gesto estremo e sinistro, quello del richiamo del sacerdote, e spietato oltre ogni misura; un atto d’imperio che, per forma e per sostanza, non può non lasciare atterriti.

Alfie – dicevamo – è uno spartiacque. Lo è perché la breve vita di un bambino che messo a morte non voleva morire, la sua agonia mediatica e la sua vigliacca soppressione nel silenzio e nella penombra di una prigione di massima sicurezza, devono segnare il tempo di un risveglio, se ancora esistono una fede e una civiltà. Ma non solo.

Alfie è uno spartiacque anche perché ha fatto venire a galla il meglio e il peggio del materiale umano che abita oggi questo nostro mondo impazzito: da una parte chi si è fatto trovare con i fianchi cinti e le lampade accese, e ha sfidato frontalmente col coraggio della disperazione la sfacciata arroganza di un potere iniquo; dall’altra chi di questo potere si è fatto collaboratore più o meno dichiarato, prestandosi in qualche misura al mercimonio della vita.

Il Potere, agli occhi del mondo, questa mano l’ha vinta. Beato chi in coscienza potrà dire: non in mio nome.

 

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