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Mozart, formazione e segreto di un genio

All’epoca di Mozart, la civiltà europea sembrava giunta al culmine. L’ambiente naturale laboriosamente coltivato, quello economico arricchito dall’artigianato e dal commercio, quello sociale regolato dai miti costumi, quello culturale illustrato da varie scienze, quello artistico raffinato dal barocco e dal rococò, quello religioso spiritualizzato dalle sontuose cerimonie: tutto contribuiva ad elevare lo “spirito pubblico” e sembrava condurlo a un’epoca di felicità.

 

Genio di un’epoca giunta alla fine

La cultura settecentesca tentava di contemperare ragione e passione, rigore e fantasia, austerità e sensualità, laboriosità e divertimento, cercando una “via media” che in realtà non era possibile praticare in quel contesto fortemente mondano. L’atmosfera generale era ben espressa da questa celebre frase di Talleyrand: «non ha conosciuto la dolcezza del vivere, chi non ha vissuto nell’Europa dell’Ancien Régime», ossia prima della Rivoluzione Francese.

La personalità e lo stile di Mozart esprimono al meglio quella mentalità amabile e simpatica, tipicamente austriaca, che spiritualizza le gioie della vita nelle dolcezze dell’arte, trascurando le banali contingenze materiali. Inoltre la frequentazione degli ambienti aristocratici europei raffinò ed elevò la sensibilità del giovane, rendendolo capace di scrivere «la più nobile musica della storia» (Romain Rolland), riflesso di quella raffinata “civiltà della conversazione” che era vanto dell’Europa del tempo. Il musicista «raccolse le svariate e molteplici manifestazioni di un’epoca al tramonto, s’impossessò di quanto esse avevano di più prezioso e diede a loro una formula eterna» (Bernhard Paumgartner). Insomma, «Mozart ha saputo sintetizzare tutto il suo secolo trasfigurandolo in linguaggio musicale» (Alfred Einstein).

 

Oltre l’illuminismo, padre di una nuova epoca

Eppure il genio mozartiano non era un mero riflesso della società settecentesca ed era nettamente superiore e parzialmente in contrasto con la civiltà illuministica da lui ritenuta superficiale in quanto rifletteva una  mentalità vana e cinica che inaridiva le più profonde fonti della vita spirituale.

Con intuito prodigioso, Mozart assimilò ma non copiò, scelse il meglio e respinse il peggio, compose per il pubblico ma non ne seguì i gusti e anzi lo educò a una estetica superiore, purificando e spiritualizzando quello “stile galante” che deliziava la società colta settecentesca.

Così egli realizzò la propria personalissima riforma musicale applicando la massima di “ritornare all’antico”, ossia alle radici della grande musica europea (polifonia e contrappunto), anticipando quella riscoperta di Bach e Händel che verrà realizzata dal  miglior Romanticismo. In questo modo, Mozart riconciliò l’antico col moderno e fuse il genio musicale nordico con quello meridionale, portando lo “stile classico” alla sua massima espressione e aprendo una nuova epoca artistica.

Purtroppo il talento di Mozart, come precocemente era sorto, così prematuramente si spense a soli 35 anni; il suo esempio rimase isolato e la sua riforma non venne proseguita. Secondo il musicologo inglese Harold Robbins Landon, se quel genio fosse vissuto più a lungo, influenzando personalmente Beethoven e il nascente Romanticismo, la storia della musica avrebbe preso un’altra strada, suscitando un’arte più nobile di quella che poi prevalse lungo il XIX secolo, un’arte che avrebbe realizzato un superiore equilibrio tra reale e ideale, tra sentimento e ragione, tra antico e moderno. Ma la storia, anche quella della musica, non la si può fare con i “se”…

 

Il segreto del successo mozartiano

Il segreto del sempre rinnovato successo dell’arte mozartiana, capace di affascinare tutte le epoche e tutte le generazioni, sta nella sua “inattualità”. La sua musica cioè non riflette uno “spirito del tempo” né si adegua ad alcuna moda, ma esprime una bellezza ideale con spontaneità fanciullesca e fragranza primaverile. Riascoltata oggi, essa costituisce un balsamo lenitore delle ferite spirituali del nostro tempo, una medicina curatrice dalla volgarità, sensualità e stupidità della vita contemporanea, un antidoto alla falsa musica oggi propinataci da correnti, conservatori, auditorium e mass-media.

Il magistero artistico mozartiano è tanto gradevole e peculiare quanto autorevole e universale. Non esiste un solo genere musicale ch’egli non abbia portato al livello di capolavoro, non esiste un solo strumento di cui non abbia esaltato le possibilità esecutive. «La sonorità incantevole, la chiarezza e la potenza espressiva della sua strumentazione, la bellezza e cantabilità delle sue linee vocali, la profondità e la pregnanza delle sue sintesi formali, sono rimaste tuttora esemplari e raramente eguagliate» (Bernhard Paumgartner).

Il genio di Mozart si manifesta principalmente nella capacità di unire armonicamente queste caratteristiche della sua arte: misura, semplicità, purezza, letizia. Esaminiamole brevemente.

 

Le caratteristiche mozartiane

Misura: la musica mozartiana si attiene sempre ad un “giusto mezzo” che non eccede i limiti dell’espressione e tuttavia non s’impantana nella mediocrità. Mozart riassunse la propria estetica in questa celebre frase: «Poiché le passioni, anche violente, non devono mai arrivare fino a provocare disgusto, così pure la musica, anche nel momento più terribile, non deve mai offendere l’orecchio, ma dev’essere sempre godibile e rimanere pur sempre musicale» (Lettera del 26-9-1781). Questo senso della misura equilibra il sentimento con la ragione, l’esuberanza con la raffinatezza, l’allegria con la melanconia, l’umorismo con la serietà; Dioniso ed Apollo (ma anche Mercurio) vengono sottomessi a Giove, ossia temperati da quella proporzione che «gl’ineguali unisce e i dissimili accorda, ordine e norma delle create cose», come diceva allora il poeta Metastasio. Il risultato è appunto un mirabile ordine musicale (espresso soprattutto dalla forma-sonata), nel quale le contrapposizioni si riconciliano in una unità superiore, producendo quell’appagamento spirituale che tanto consola l’ascoltatore.

Semplicità: l’ordine artistico mozartiano non nasce da una complicata architettura sonora, ma da un “gioco” musicale apparentemente facile e spontaneo. Come tutte le grande creazioni dello spirito, l’arte mozartiana ha il dono di saper esprimere le cose più difficili e profonde nella maniera più semplice e leggera. Inoltre l’efficacia della sua musica è spesso proporzionata alla modestia dei mezzi sonori usati, riuscendo ad ottenere il massimo effetto col minimo sforzo; solo i geni conoscono il segreto per ottenere un tale risultato. Secondo un falso dilemma dell’estetica contemporanea, l’arte o è tecnica razionale ma artificiale, arida e quindi impopolare, o è fantasia spontanea ma irrazionale, immorale e quindi massificante. Mozart smentisce questo pregiudizio, creando una musica insieme razionale e fantasiosa, casta e seducente, luminosa e umbratile, spontanea e profonda, pertanto accessibile a tutti e da tutti godibile.

Purezza: pur usando una tavolozza espressiva fervida e vivace e pur manifestando una esuberante pienezza di vita, Mozart ha sempre pudore delle passioni che esprime; ben lungi dal lasciarle libere, le sottomette ad una rigorosa ascesi musicale che le purifica, nobilita e spiritualizza, trasformandole in un’arte capace di educare lo spirito. «In lui neppure la bruciante esuberanza interiore turba il miracolo della forma; il suo sguardo spazia libero e puro» (Bernhard Paumgartner). «Mozart non compie il processo di fermentazione delle passioni, ma anzi, dopo aver totalmente sottomesso ogni impurità e offuscamento, evoca la pura e perfetta bellezza» (Otto Jahn). Questo gli permette di evitare la volgarità e la sensualità mondane, mantenendosi in quel casto riserbo e in quella limpida purezza che evoca una innocenza perduta ma riconquistabile.

Letizia: le caratteristiche sopra analizzate non producono un’arte fredda o triste, ma quasi sempre serena e gioiosa. L’effetto principale provocato dalla musica mozartiana sull’ascoltatore è quello di rallegrarlo, tanto che viene usata per curare la depressione. Opposto alla cupa problematicità protestante, «Mozart è l’uomo di una serena cattolicità gioiosamente dispiegata nell’arte, lontanissimo da inquietudini luterane e rigori calvinisti» (Giovanni Carli Ballola).

Smentendo in anticipo il falso dogma del Romanticismo, secondo il quale “solo il dolore è profondo”, l’arte mozartiana dimostra che dubbio, inquietudine e sofferenza debbono essere accidentali e passeggeri fattori di crisi, per cui vanno usati solo per arrivare a una sintesi conclusiva che procuri certezza, pace e letizia; la gioia è insomma più profonda del dolore.

Misura, semplicità, purezza e letizia si realizzano e si compiono in una giocosità sonora che appaga l’ascoltatore perché rendende facile il difficile, semplice il complesso, spontaneo l’elaborato. “Pare che giochi”, esclamavano stupiti Muzio Clementi e Ludwig Tieck, l’uno ascoltando il Mozart pianista e l’altro il Mozart compositore; «per lui creare è un gioco, come se imitasse Dio», diceva con ammirazione il suo maestro e amico Franz-Joseph Haydn; «pare che scriva musiche con la stessa facilità con cui gli altri scrivono lettere», osservavano gli esecutori delle sue composizioni, notando con sconcerto che gli spartiti originali erano quasi privi di correzioni.

 

Il limite di Mozart

Epure, quest’arte prodigiosa ha la pecca di essere poco sacrale. La sincera ma superficiale religiosità dell’uomo Mozart è più umana che divina, più naturale che soprannaturale, è più quella lunare di Piccarda Donati che quella solare di Beatrice, per usare un paragone dantesco. La  sua musica evoca il perduto paradiso terrestre abitato da un’umanità felice nella sua innocenza, e nel quale si pretende di tornare grazie a una filosofia che sappia riconciliare ragione e passione, virtù e piacere, dovere e libertà, insomma Cielo e Terra (Massimo Mila), ma in modo egualitario, senza subordinare i secondi ai primi. Riconosciamo qui l’utopia illuministica, insinuata in Mozart dalla iniziazione massonica, che postula la bontà naturale dell’uomo, sminuisce le conseguenze del Peccato Originale e nega la necessità della penitenza per salvarsi. Questa utopia verrà ben presto messa in crisi politicamente dalla Rivoluzione Francese e culturalmente dal Romanticismo.

Tuttavia, la mozartiana musica mundana va apprezzata e goduta come un incantevole imitazione e surrogato della musica coelestis, ossia delle eterne armonie sacrali, e costituisce una valida base naturale per uno slancio soprannaturale. Inoltre, Mozart talvolta esprime un anelito mistico, intuendo che la felicità non può venire dallo spontaneo recupero di una natura incontaminata ma dal doloroso riscatto di una natura decaduta. Questa spiritualità si manifesta soprattutto nelle composizioni più meditabonde: innanzitutto in quelle religiose, come il Kyrie K. 341, la grande Messa incompiuta K. 427, il mottetto Ave verum Corpus K. 618 e il Requiem K. 626; ma anche in alcune profane, come la Musica funebre massonica K. 477 e in certi passi degli ultimi concerti per pianoforte, quartetti per archi e sinfonie, e perfino di alcune opere liriche come il Don Giovanni e il Flauto Magico. L’inquietudine e la problematicità che emergono da queste tardive composizioni costituiscono uno spiraglio aperto verso il mistero e una domanda che attende una risposta trascendente.

 

Il periodico ritorno a Mozart

Quando, nella propria evoluzione storica, l’arte vede invecchiati o smentiti quegl’ideali o progetti nei quali si era impegnata, sente il bisogno di ristorarsi attingendo a una fresca fonte di energie; allora riscopre e rivaluta il patrimonio delle tradizioni popolari e soprattutto dei grandi filoni “classici” sempre validi e fecondi. Pur essendo legato a un certo periodo storico, lo stile detto classico manifesta anche un modello ideale, perché esprime nobiltà, decoro, purezza, misura, ordine e armonia; tutto il contrario della musica “seria” contemporanea, che è artificiosa eppure superficiale, astratta eppure brutale, volgare eppure (meritatamente) impopolare.

Il tentativo di “tornare all’antico” per rigenerarsi è un fenomeno periodico che sta ripetendosi tuttoggi, anche nel campo musicale; lo dimostra il crescente interesse per autori classici come Palestrina, Vitòria, Corelli, Monteverdi, Gluck, Vivaldi, Bach, Händel, Haydn, Mozart, Beethoven. In particolare, lo stile mozartiano costituisce un modello che molti hanno tentato di rinnovare o almeno d’imitare, da romantici come Schubert e Mendelssohn fino a contemporanei come Respighi, Busoni, Britten, Orff e perfino lo Strawinski della fase (pretesa) neoclassica. «Nelle oscurità della vita, Mozart ci mostra un chiaro e luminoso orizzonte di bellezza, nel quale noi torniamo a sperare con fiducia», diceva Franz Schubert già all’inizio del XIX secolo.

Eppure, l’imitazione dei classici è andata sempre più calando fino a produrre ormai scarsissimi risultati. Questo fallimento è dovuto al fatto che la musica ha perso proprio quelle qualità che, come abbiamo visto, sono il segreto del genio mozartiano: misura, semplicità, purezza, letizia; ma ciò è dovuto al fatto che il mondo artistico ha ripudiato quella civiltà cristiana che aveva favorito il fiorire di un’arte così originale, varia e profonda. Una società e una cultura sciocche, sensuali e brutali come le nostre, come potrebbero produrre un’arte degna di questo nome? E come potrebbe rinascere quest’arte, se la Chiesa stessa non s’impegna più a ispirarla col proprio esempio?

Comunque sia, l’uomo d’oggi sta imparando a proprie spese che è impossibile sia restaurare l’originario paradiso terrestre, sia costruire il finale paradiso rivoluzionario; dopo il fallimento dei progetti razionalistici e scientistici, non gli resta che rinunciare a queste rovinose utopie nella prospettiva che sia la bellezza a salvare il mondo, come sperava Dostojewskij. Ma questa bellezza salvatrice potrà vincere quella corruttrice solo se sorgerà dalla rinascita della santità cristiana, come emanazione del divino Spirito creatore, l’unico capace di «rinnovare la faccia della Terra», come canta la liturgia citando i Salmi. È a questo Spirito che dunque debbono rivolgersi gli uomini e le società per salvarsi dalla bruttezza non tanto materiale quanto spirituale, ponendo fine alla crisi non tanto artistica quanto a quella culturale e religiosa.

 

 

 

Libri consigliati su Mozart:

– Hermann Abert, Wolfgang Amadeus Mozart, Il Saggiatore, Milano 1986, 2 vv.

– Giovanni Carli Ballola e Roberto Parenti, Mozart, Rusconi, Milano 1996

– Alfred Einstein, Mozart, Ricordi, Milano 1978

– Massimo Mila, Mozart, Einaudi, Torino 2006

– Bernhard Paumgartner, Mozart, Einaudi, Torino 2001

– Maynard Solomon, Mozart, Mondadori, Milano 2005

– Norbert Elias, Mozart: sociologia di un genio, Il Mulino, Bologna 2006

– Henri Ghéon, Passeggiate con Mozart, Nuova Accademia, Milano 1958

– Harold Robbins Landon, Mozart: gli anni d’oro, Garzanti, Milano 1989

– Harold Robbins Landon, 1791: l’ultimo anno di Mozart, Garzanti, Milano 1981

– Edward Dent, Il teatro di Mozart, Rusconi, Milano 1979

– Stephan Kunze, Il teatro di Mozart, Milano 2000

– Charles Osborne, Tutte le opere di Mozart, Sansoni, Firenze 1992 (solo quelle teatrali)

– C. De Lys, La musica religiosa di Mozart, Napoli 1987

– Gernot Gruber, La fortuna di Mozart, Einaudi, Torino 1987

 

Guido Vignelli

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