Necessità della fede per la salvezza

Da sempre ci è stato insegnato che la Fede è fondamentale per essere salvati. Ed è un fondamentale indubitabile per un cattolico, dato che ci è stato insegnato da Cristo in persona.

Nel Suo insegnamento, infatti, «la Fede figura come l’obbligo fondamentale che gli uomini devono soddisfare per essere salvati» e «…agli occhi di Cristo il peccato per eccellenza è la ripulsa volontaria della Fede (Gv 16, 9)» (Enciclopedia Cattolica, 1950, voce Fede).

Il Catechismo Tridentino definisce la Fede in questi termini: «noi ne parliamo come di una disposizione, in forza della quale prestiamo assenso completo alle verità divinamente manifestate» e specifica «Che una tale fede sia necessaria al conseguimento della salvezza, nessuno potrà porlo seriamente in dubbio, specialmente ricordando quanto è scritto: “Senza la fede è impossibile piacere a Dio” (Eb 11,6)» (Catechismo Tridentino, 9).

Cristo, a differenza di molti insegnamenti odierni che confondono, è chiarissimo ed inequivocabile: «Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo; chi invece non crederà sarà condannato» (Mc 16, 16); «In verità, in verità vi dico: Chi ascolta la mia parola e crede in Colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non è sottoposto a giudizio, ma passa da morte a vita» (Gv 5, 24); «Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me quand’anche fosse morto, vivrà, e chi vive e crede in me non morrà in eterno» (Gv 11, 25-26).

Gesù esige una fede senza incertezze (Mc 11, 22 ss); per il cattolico è quindi indispensabile credere in Cristo per salvarsi (Gv 3, 18). E credere in Cristo significa adempiere la sua volontà, convertirsi e vivere secondo il Vangelo. «Professare la Fede significa, in genere, manifestare esternamente in modo qualunque l’intima adesione del proprio animo alle Verità rivelate da Dio, e la sottomissione all’autorità magistrale della S. Chiesa che la propone. La manifestazione esterna della Fede è obbligatoria, in linea di massima, per tutti i credenti» (Enciclopedia Cattolica, 1950, voce Fede).

Eppure, nonostante Gesù sia chiaro circa la necessità della fede, al giorno d’oggi troppo spesso si afferma che per salvarsi sia sufficiente amare. E, se si chiede di chiarire cosa si intende per “amare” e di indicare dove è scritto nelle Sacre Scritture, ci si sente citare la carità, e le parole di San Paolo (1Cor 13, 1ss) e di San Giacomo (Gc 2, 17; 2, 26).

Prima di entrare nel merito, si ricorda che «…nessuno, fidandosi del proprio giudizio, nelle materie di fede e morale, che fanno parte del corpo della dottrina cristiana, deve osare distorcere la sacra Scrittura secondo il proprio modo di pensare, contrariamente al senso che ha dato e dà la santa madre chiesa, alla quale compete giudicare del vero senso e dell’interpretazione delle sacre Scritture; né deve andare contro l’unanime consenso dei padri, anche se questo genere di interpretazioni non dovesse essere mai pubblicato…» (Concilio di Trento, Decreto sulla Vulgata, 8.4.1546, Denzinger 1507).

Questo errore sul rapporto fede/carità ha effetti gravi: trasforma la carità cristiana in semplice compassione (così la Chiesa diventa automaticamente una società di solidarietà puramente materiale e terrena) e di conseguenza convince che non è necessario credere in Cristo e che qualsiasi religione porti alla salvezza.

Se infatti basta amare, avere carità, per salvarsi, non serve credere obbligatoriamente in Gesù ed essere cattolico. La compassione possono averla tutti, anche chi crede in altre religioni.

È lampante che c’è qualcosa che non va.

Ragionare così significa all’atto pratico togliere significato alla Incarnazione di Cristo: se per salvarsi è sufficiente amare (avere compassione) e dato che questo tipo di amore (compassione) si può avere credendo in qualsiasi dio, si toglie senso alla Vita, Morte e Resurrezione di N.S. Gesù Cristo!

È Cristo stesso, nella Sua eterna sapienza, a smontare preventivamente questo errore, quando insegna il vero significato ed il vero fine della carità, rispondendo alla domanda di un dottore della legge su quale fosse il più grande comandamento della legge: «“Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il più grande comandamento. Il secondo poi è simile a questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”» (Mt 22, 37-39; cfr. Mc 12, 29-31).

Quindi Gesù pone una importantissima gerarchia: prima amate il Signore Dio, quindi abbiate fede, poi, solo poi, amate il prossimo, quindi abbiate carità.

Certo, è vero che «Gesù non si contenta quindi di una fede sterile, non accompagnata dalle opere», è vero anche però che «richiede anche l’osservanza di tutti i suoi comandamenti» (Commento ai Vangeli, Borla-Testore), ed osservare i comandamenti significa credere. Che a sua volta significa avere fede e cioè adesione totale a Cristo e alla Sua Rivelazione.

Sarebbe sufficiente questo, la parola del Maestro, per non avere dubbi. A quanto pare non è così, dato che c’è chi continua a distorcerla.

Andiamo allora a rileggere i passi portati ad inverosimile prova delle suddette interpretazioni della carità, e si verificherà che i due Apostoli, nei detti passi ed in generale, insegnano proprio l’esatto contrario di ciò che si vuol far intendere. E lo fanno nel loro dato letterale, senza dover attingere alla spiegazione ecclesiale.Basta non soffermarsi solo sulle frasi che fanno gioco, senza leggerle unitamente alle altre.

Permettetemi prima una considerazione: far passare San Paolo e San Giacomo (mica due qualsiasi!) come sostenitori del “basta amare” è quanto meno inverosimile.

Il passo di San Giacomo in cui si afferma che «la Fede, se non ha le opere, è morta in se stessa» (Gc 2, 17), infatti, non potrà mai essere inteso come non necessità della fede e sufficienza delle opere (carità). È lo stesso Apostolo a dirci che la Fede non può mancare, ma chiaramente ci spiega anche che non può essere una fede astratta, solo nominale, deve essere messa in pratica.

Solo pochi versetti dopo, infatti, nel portare l’esempio di Abramo giustificato dalle opere (l’offerta del figlio Isacco) chiede «Vedi come la fede cooperava alle opere di lui, e per mezzo delle opere fu resa perfetta la fede?».

Padre Ricciotti, nella Bibbia Salani del 1958 così commenta questi passi:         «Giacomo invece vuol far risaltare che una fede astratta, teoretica, come quella dei demonii, non basta, bensì deve tradursi nella pratica d’una vita virtuosa e caritatevole».

San Giacomo si allinea quindi alla gerarchia stabilita da Cristo in Mt 22, 37-39 ed aggiunge la spiegazione sulla funzione della carità: perfezionare la fede per non farla essere pura forma.

Altro forte assertore della assoluta necessità della Fede per salvarsi e del suo valore giustificante è proprio quel San Paolo che con il suo inno alla carità ogni tanto cercano di arruolare per sovvertire l’insovvertibile.

L’Apostolo delle genti non ha scritto solo i versetti 1Cor 13, 1-13, ma è stato il più prolifico quanto a Lettere, così che estrapolare una parte in cui elogia giustamentela carità, dimenticandosi però tutte le altre volte in cui ha espressamente insegnato che senza la fede non ci si salva, è come minimo riduttivo (per non dire altro).

Il solo versetto di Eb 11, 6 «Or senza fede non è possibile piacere a Dio, poiché chi si accosta a Dio deve credere che Egli esiste, e che Egli è rimuneratore di quelli che lo cercano», rende vano ogni sforzo di poter riuscire nel suddetto tentativo di arruolamento.

Se la prima Lettera ai Corinzi (13, 1-13) è il giusto inno alla carità, si può tranquillamente intendere il capitolo 11 della Lettera agli Ebrei come l’inno alla fede, con tutti gli esempi di fede che elenca.

La Lettera ai Romani, poi, è chiara sulla necessità delle fede per la salvezza. «Ma ora all’infuori della Legge s’è manifestata la giustizia di Dio, attestata dalla Legge stessa e dai Profeti; giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristoestesa a tutti quelli che in essa credono; giacché non v’è differenza; tutti hanno peccato e rimangono lontani dalla gloria di Dio, e son giustificati gratuitamente per la grazia di Lui a mezzo della redenzione in Cristo Gesù» (Rm 3, 21-24).

Nel capitolo 4 insiste sulla necessità della fede senza la quale le opere poco potrebbero (in questo caso la circoncisione, che dichiara non necessaria, Rm 4, 9-10 «Poiché noi diciamo “Fu imputata ad Abramo la fede a giustizia”: come fu imputata? quand’era circonciso o quand’era incirconciso? non nel tempo della circoncisione, ma prima»).

«Nella lettera ai Romani San Paolo conclude che non la pratica di opere esteriori rende giusto l’uomo, bensì la sottomissione del suo spirito a Dio, sostanziata nella Fede alla sua parola» (Enciclopedia Cattolica 1950, voce Fede). (cfr. ad esempio Rm 3, 27-28)

Lo stesso concetto esprime, anche in modo polemico, nella Lettera ai Galati, «…sapendo che non è giustificato un uomo dalle opere della Legge, bensì solo per la fede di Gesù Cristo, anche noi abbiamo creduto in Cristo Gesù per essere giustificati in forza della fede in Cristo, e non già in forza della Legge … Se poi procurando d’esser giustificati in Cristo…». Padre Ricciotti così commenta l’espressione «Giustificati in Cristo»: «mediante la fede in Lui» (Bibbia Salani 1958).

Ancora nella Lettera ai Galati: «Riconoscete dunque che quelli che provengono dalla fede, questi sono i figli di Abramo.» (Gal 3, 7).

San Paolo, dunque, chiarisce in modo netto che la fede, oltre ad essere legata alla carità, è però legata anche all’obbedienza e soprattutto alla conversione (Rm 1, 5).

In definitiva, nella Lettera ai Romani ed in quella ai Galati, San Paolo pone la fede quale presupposto indispensabile per la giustificazione, negando tale caratteristica alle “opere”.

E questo chiude i giochi.

Per mero spirito di approfondimento, vista la chiarezza di quale sia l’originale concetto di fede e di carità e del loro rapporto, verifichiamo anche i “pareri” autorevoli di altri Apostoli, primi e diretti depositari della parola di Cristo, per riscontrare come il Suo insegnamento non sia mai stato cambiato.

Già il Concilio di Gerusalemme, sotto la presidenza di San Pietro, confermò il primato dell’obbligo della Fede su tutti gli altri obblighi (At 15, 7 ss; cf. 10, 34-43).

San Giovanni, apostolo della carità, quindi più che autorevole in materia, lo dichiara espressamente: «Questa è la legge che Dio ci impone: di credere al Figlio suo» (1Gv 3, 23).

La spiegazione perfetta di come sia da intendere la carità cristiana ce la dà qualche versetto dopo: «Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio. E chiunque ama Colui che lo generò, ama anche colui che è nato a esso. Da questo conosciamo che amiamo i figli di Dio, se amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. Poiché questo è amare Dio, che noi osserviamo i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Poiché tutto quello che è nato da Dio, vince il mondo; e questa è la vittoria che vince il mondo, la fede nostra» (1Gv 5, 1-5).

San Giovanni, quindi, evidenzia l’intima connessione tra l’amore di Dio e del prossimo e, soprattutto, evidenzia come senza il primo non ci potrebbe essere il secondo, non inteso solo come compassione umana, («Da questo conosciamo che amiamo i figli di Dio, se amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti»), ci dice espressamente che la vera carità è in primis l’amore verso Dio, senza il quale amore non potremmo amare in modo giusto. Ci si fermerebbe appunto alla pura e semplice compassione.

In definitiva «Dio è l’oggetto primo e principale della carità, conformemente al precetto … (Mt 22, 37). Il prossimo è l’oggetto secondario della carità» (Enciclopedia Cattolica, 1950, voce Carità).

Amiamo il prossimo solo se amiamo Dio. E come si ama Dio se non credendo in Lui ed osservando la Sua legge? E come si farebbe ad avere la carità senza la fede?

Alla luce dei passi riportati, se la carità è principalmente essere amici di Dio ed essere amici di Dio significa credere in Lui e nel Suo essere rimuneratore; se solo in secondo piano la carità è amare il prossimo, appare dunque impossibile trasformare la carità in semplice amore naturale, in quella che è solo compassione, e sminuire l’importanza della fede nell’economia della salvezza della nostra anima; diventa difficile poter interpretare la carità in modo diverso, diametralmente diverso, dal suo reale significato cristiano, se non quando si cade nell’errore, frequentissimo ai nostri giorni, di fare “l’autoesegesi” dei testi biblici.

La sintesi è che carità = amore per Dio e, sulla scia dell’amore per Dio, amore per il prossimo. Non solo amore per il prossimo, dimenticandosi di Dio.

Solo in Dio e per Dio, infatti, la carità si estende agli altri, al prossimo. La carità è, in sostanza, l’unità di misura con cui valutare il proprio amore verso Dio.

«Nell’ordine sovrannaturale mentre amiamo Dio, nostro Padre comune, dobbiamo amare per Lui tanto i suoi figli naturali, come pure tutti quelli che sono chiamati a diventarlo» (Enciclopedia Cattolica, voce Carità, 1950).

La carità dunque non può sostituire la fede; non è sufficiente per la salvezza; è invece complementare alla fede, la perfeziona, la completa.

Vediamo però come questo rapporto tra fede e carità è stato spiegato dal Magistero della Chiesa Cattolica, in conformità con il vero significato delle due virtù teologali.

Il Catechismo di San Pio X definisce la carità come «quella virtù soprannaturale per cui amiamo Dio per se stesso sopra ogni cosa, e il prossimo come noi medesimi per amor di Dio» (Can. 240).

Padre Dragone, nella nota Spiegazione al Catechismo di San Pio X, così scrive al can. 240: «[La carità, nda] Come virtù è una capacità e una buona inclinazione, che spinge a compiere atti buoni. Essendo soprannaturale, viene infusa con la grazia santificante ed è superiore alle nostre capacità naturali», «La carità induce a osservare la volontà di Dio espressa nella sua legge. L’amore di carità dev’essere sommo e farci amare Dio sopra tutte le cose», «Dio è l’oggetto primario o principale della nostra carità, ma è anche il motivo della carità», «Oggetto secondario della carità è il nostro prossimo … Il motivo per cui amiamo il prossimo è sempre l’amore di Dio» (Spiegazione del Catechismo di San Pio X, Dragone).

In definitiva conferma in toto quel che sopra si è detto: c’è distinzione tra compassione umana e carità cristiana, la carità è innanzitutto amare Dio, credendo in Lui e in Cristo ed osservando la Sua legge.

Altra conferma è il can. 249 del Catechismo di San Pio X: «Come si dà prova della carità? Si dà prova della carità osservando i comandamenti ed esercitando le opere di misericordia, e se Dio chiama, seguendo i consigli evangelici».

Tutte i Simboli professione della fede hanno evidenziato come il credere sia necessario.

Nel Simbolo pseudo-atanasiano Quicumque, ad esempio, è affermato che «(1) Chiunque voglia venir salvato, è necessario anzitutto che abbia la fede cattolica: (2) se qualcuno non l’avrà conservata integra e inviolata, senza dubbio perirà in eterno».

Anche il Simbolo trinitario-cristologico del 4° Sinodo di Toledo, iniziato il 5.12.633 confermava che «chi l’avrà custodita [la Fede, nda] con grande fermezza, avrà la salvezza perpetua».

Nella Bolla Unam sanctam del 18.11.1302 Bonifacio VIII nel confermare l’unicità della Chiesa Cattolica ribadiva che «Noi siamo obbligati, spinti dalla fede, a credere e a considerare una sola chiesa, santa, cattolica e questa stessa apostolica, e noi questa con fermezza crediamo e con semplicità confessiamo, al di fuori della quale non c’è salvezza né remissione dei peccati…»

Il Concilio di Trento (Sessione 5°), nel Decreto sul peccato originale (17.6.1546)  ricorda che senza la fede cattolica «non si può essere graditi a Dio» (Eb 11,6). E nel cap. 8 del Decreto sulla giustificazione (13.1.1547), elimina ogni dubbio: «Quando l’Apostolo dice che l’uomo viene giustificato ‘per la fede’ e ‘gratuitamente’ [Rm 3, 22-24], queste parole si devono intendere secondo il significato accettato e manifesto dal concorde e permanente giudizio della Chiesa Cattolica, e cioè che siamo giustificati mediante la fede, perché ‘la fede è il principio dell’umana salvezza’, il fondamento e la radice di ogni giustificazione, ‘senza la quale è impossibile essere graditi a Dio’ [Eb 11, 6]».

Il Concilio addirittura aveva anatemizzato l’idea protestante delle opere sufficienti per la salvezza senza la fede.

Can. 1: «Se qualcuno afferma che l’uomo può essere giustificato davanti a Dio con le sole sue opere, compiute mediante le forze della natura umana, o grazie all’insegnamento della legge, senza la grazia divina che gli viene data per mezzo di Gesù Cristo: sia anatema».

Innocenzo XI il 2.3.1679 condanna 65 proposizioni della dottrina morale lassista, alcune delle quali purtroppo sembrano riecheggiare anche ai nostri giorni, quando si sentono discorsi che rendono la Fede un orpello non necessario e la giustizia di Dio inesistente.

Tra queste proposizioni condannate, infatti, vi sono «4. L’infedele che non crede, guidato dall’opinione meno probabile, è scusato dall’infedeltà»; «16. Non si ritiene che la fede cada sotto un precetto speciale e relativo a se stessa»; «17. È sufficiente compiere una volta sola nella vita un atto di fede».

Nella Costituzione «Unigenitus Dei Filius», 8.9.1713 sugli errori giansenisti di Pasquier Quesnel, tra gli errori condannati da Clemente XI, vi è il nr. 54 «È solo la carità che parla a Dio; e questa sola Dio ascolta»

L’ovvia conseguenza di un concetto come quello che stiamo confutando è l’indifferentismo, purtroppo molto in voga anche oggi. Questo porta a pensare che, se basta la carità (amare) per salvarsi, sia irrilevante la religione che un uomo sceglie, che ognuno è libero di scegliere quella che vuole. Insomma, ogni religione è buona per salvarsi.

L’indifferentismo fu fortemente condannato da Pio IX, che nel Sillabo (8.12.1864), sulla scia di Leone XII (Ubi primum, 5.5.1824), di Gregorio XVI (Mirari vos, 15.8.1832) e della sua enciclica Qui pluribus (9.11.1846), tra i vari errori condanna le seguenti proposizioni: «15. Ogni uomo è libero di abbracciare e professare quella religione che, guidato dal lume della ragione, ciascuno avrà ritenuto vera», «16. Gli uomini, nel culto di qualsiasi religione, possono trovare la via della salvezza eterna, e conseguire l’eterna salvezza», «17. Per lo meno si deve ben sperare per quanto riguarda l’eterna salvezza di tutti quelli che non si trovano in alcun modo nella vera chiesa di Cristo».

Pio IX, poi, nell’enciclica Quanto conficiamur moerore ai vescovi d’Italia del 10.8.1863 ribadisce quanto oramai inequivocabilmente chiaro circa l’importanza della fede, specificando anche che è la fede cattolica l’unica via di salvezza: «Ma è pure notissimo il dogma cattolico, che cioè nessuno può salvarsi fuori della chiesa cattolica, e che non possono ottenere la salvezza eterna quelli che sono pertinacemente contumaci verso l’autorità e le definizioni della medesima chiesa e quelli che sono separati dall’unità della chiesa stessa e dal romano pontefice, successore di Pietro, a cui dal Salvatore venne affidata la custodia della vigna …».

Il Concilio Vaticano I, nella Costituzione dogmatica Dei Filius, nel capitolo 3 sulla Fede, conferma, in sintonia con l’insegnamento di Gesù e con tutto il precedente Magistero, che prestare il proprio consenso alla predicazione del Vangelo, quindi la Fede, «è necessario per ottenere la salvezza» e che «l’atto di Fede è un’opera che riguarda la salvezza, con cui l’uomo offre a Dio stesso la sua libera obbedienza, acconsentendo e cooperando alla sua grazia, alla quale potrebbe resistere» (3010, pag. 1051, Denzinger).

Poco dopo è ancora più esplicito: «Poiché ‘senza la fede è impossibile essere graditi a Dio’ [Eb 11, 6] e condividere le condizioni di suoi figli, nessuno può essere mai giustificato senza di essa e nessuno conseguirà la vita eterna se in essa non ‘persevererà fino alla fine’ [Mt 10, 22; 24, 13]».

Il Concilio Vaticano I arrivò ad anatemizzare alcuni concetti sulla non necessità della Fede. Su tutti, riprendendo quanto suddetto, riportiamo il canone n. 6: «Se qualcuno dice che i fedeli sono nella stessa condizione di coloro che non sono ancora pervenuti all’unica vera fede, così che i cattolici potrebbero avere un giusto motivo di mettere in dubbio, sospendendo il loro assenso, quella fede che hanno abbracciato sotto il magistero della chiesa, fino a che non avranno completato la dimostrazione scientifica della credibilità e della verità della loro fede: sia anatema»

Lo stesso concetto viene espresso anche da Pio XII nell’enciclica Mystici corporisdel 29.6.1943.

Anche nel Concilio Vaticano II, si afferma che Cristo ha inculcato con parole esplicite la necessità della Fede e del Battesimo e che «non potrebbero essere salvati quegli uomini che, pur ignorando il fatto che la chiesa cattolica è stata fondata come necessaria da Dio per mezzo di Gesù Cristo, non volessero però entrarvi o rimanervi» (Lumen Gentium, 14, 4136 Denzinger).

Lo stesso Concilio Vaticano II, nella Costituzione pastorale Gaudium et spes, n. 28, specifica l’impossibilità di intendere la carità da sola come sufficiente per la salvezza, ma sia da intendere come collegata alla fede: «Certamente tale amore e tale amabilità non devono in alcun modo renderci indifferenti verso la verità e il bene. Anzi lo stesso amore spinge i discepoli di Cristo ad annunciare a tutti gli uomini la verità che salva».

Non è certo l’equivocità dell’insegnamento di N.S. Gesù Cristo o del Magistero perenne, quindi, il problema di chi continua a ripetere che “basta amare per salvarsi”, rispondendo che non c’è alcun bisogno di convertirsi.

Come abbiamo visto, sono tantissimi i passi in cui la Chiesa Cattolica spiega che invece è la Fede in Dio ed in Cristo la via della salvezza.

«Da quanto sopra si deduce immediatamente che l’obbligo della Fede è, per sua natura, grave … Anzi tra gli obblighi gravi quello della Fede è, dal punto di vista oggettivo, il più grave» (Enciclopedia Cattolica, 1950, voce Fede).

Tutte le opere del mondo non ci aiuteranno se non crederemo in Dio.

Un ultimo pensiero si deve avere per quel che si intende per opere. Queste non sono solo ed esclusivamente solidarietà ed aiuto materiale ai poveri, agli ammalati, in generale a chi ha bisogno, ma qualsiasi atto che, partendo da un apertura del cuore verso il prossimo scaturente dall’amore di Dio, si estrinsechi in un prodigarsi per gli altri. Così potranno intendersi come opere anche l’annuncio del Vangelo a chi non crede o il riprendere fraternamente un amico che sta sbagliando.

Altrimenti si arriverebbe anche al paradosso che l’unico vero cattolico è solo chi fa della solidarietà, che, invece, può essere fatta meccanicamente, senza vero amore inteso come carità cristiana.

Non si sta asserendo, in conclusione, che la carità non conta nulla, si commetterebbe l’errore opposto a quello che si sta confutando.

Si sta invece affermando il principio reale: sia la fede che la carità sono fondamentali. La seconda perfeziona e rende vera la prima. Non bastano però le sole opere a salvarci. Si deve credere in Colui che è la Carità per antonomasia.

 Pierfrancesco Nardini                     

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