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Non solo “macro” e “micro” storia… ma anche “storia ideale”

Quando si parla di medioevo si pensa ai topi. Si apre un libro di storia e dalla pagina X alla pagina Y: la peste, la sporcizia (pardon, è scritto: “la scadente sensibilità igienica”) … e il gioco è fatto, il medioevo età dei ratti. Il che vuol dire che il medioevo è stata un’epoca tutt’altro che positiva. Quasi da buttare nella fogna. Poi si prende un altro libro e si leggono cose che colpiscono. Per esempio: nel medioevo fu eliminata la schiavitù, l’infanticidio e altro. Nel medioevo si costruivano le cattedrali. Si costruivano opere di tale bellezza che nessun’altra epoca è stata capace di produrre e di riprodurre.

A che si deve questa dissociazione storiografica?

La risposta è duplice. Da una parte c’è la storiografia post-illuminista di chiara impostazione anticattolica, per cui tutto ciò che non è cristiano è positivo e, viceversa, tutto ciò che è cristiano è negativo; dall’altra – ed è su questo che voglio intrattenermi – c’è un approccio insufficiente e, perché tale, sbagliato allo studio della storia.

Lo so che adesso corro il rischio di cadere nella retorica, ma il mio è un discorso un po’ diverso da quello che da tanto tempo si dice in merito allo studio della storia. Si è molto attenti ai grandi fatti e poco a ciò che viene anche definita come microstoria, cioè la storia dei piccoli fatti. Fin qui, affermando una tal cosa, non dico (come anticipavo) granché di diverso rispetto a ciò che ormai da tempo si afferma. E quindi qualsiasi accusa di retorica mi sarebbe meritata. Ma il mio discorso vuole andare oltre. Sostituire la macro con la micro storia non solo non serve a nulla, ma è perfino pericoloso. Pericoloso sul piano scientifico perché la storia della vita quotidiana (ciò che solitamente s’intende per microstoria) acquista senso se introdotta in ciò che significativamente deve essere presente nella memoria storica. Infatti se è vero che la vita quotidiana, i costumi, le mentalità generano la grande storia, è pur vero il contrario e cioè che i piccoli fatti sono fortemente condizionati e influenzati dai grandi fatti. Si può forse negare quanto una guerra che dura decenni non influisca sui comportamenti quotidiani degli uomini? Oppure una crisi economica? O un grande fatto religioso e culturale?

Piuttosto va fatto un altro tipo di discorso. Ed è questo ciò che mi preme dire. Non si tratta di negare né la grande né la piccola storia che in un certo qual modo s’influenzano reciprocamente; si tratta invece di capire che tra la grande e la piccola storia se ne inserisce un’altra: una storia che esprime un’idea di fondo, un giudizio generale sull’esistente che dà senso a tutto. Questo tipo di storia che rende ragione tanto alla macro quanto alla micro storia la possiamo definire storia ideale.

Attenzione: non si tratta di semplice storia delle idee, disciplina ben conosciuta che si pone tra la storia pura e la filosofia, quanto di storia ideale. Con questa definizione intendo una lettura della storia capace d’individuare in un determinato periodo storico un’idea dominante che spiega, o meglio: che può rendere più agevole la spiegazione dei fatti storici di quel ben preciso periodo storico.

Faccio un esempio. Perché pochi conquistadores riuscirono in un tempo relativamente breve a sconfiggere gli eserciti degli imperi precolombiani? La risposta non sta nelle armi né in altro. I pochi conquistadores riuscirono ad avere la meglio perché si unirono a loro diverse popolazioni della costa (in particolare i Totonachi e gli Huaxtechi) le quali da tempo subivano le vessazioni da parte degli imperi centrali che li avevano sottomessi. In quelle terre le guerre si facevano unicamente per sottomettere altri popoli e farsi “pagare” in tributi umani. Le religioni precolombiane praticavano decine e decine di sacrifici umani al giorno nella convinzione che bisognasse soddisfare la sete di sangue da parte degli dei che altrimenti non avrebbero fatto sorgere il sole il giorno seguente. Tutto questo si può leggere nei libri di storia. Ciò che invece non è riportato è altro. Quando, insieme ai conquistadores, arrivarono i missionari questi pensarono bene di portare con loro dei dipinti con i ritratti di Gesù e della Madonna. Il viso dolcissimo della Vergine colpì gli indigeni ch’erano abituati a rappresentare le loro divinità in maniera orrida. Ciò che colpì ancora di più fu Gesù crocifisso. Ai missionari bastò dire: Voi finora avete creduto in dei che desideravano che moriste per loro. Noi vi portiamo un Dio che è venuto a morire per voi! Un semplice cambiamento nel rapporto tra il divino e l’uomo: non l’uomo che muore per Dio, bensì Dio che muore per l’uomo. Tutta la conquista e la conseguente fine delle civiltà precolombiane si spiega prevalentemente con l’irrompere di questa idea di fondo. Ecco la capacità della storia ideale: saper individuare un giudizio sulla vita che è dominante in un certo periodo storico e che, proprio perché dominante, “informa” (nel senso di “dare forma”) il periodo stesso.

Siamo partiti parlando del medioevo. Come mai da quell’ “oscurità” è venuta la luce e la grandezza delle cattedrali? Anche qui tanto la macro quanto la micro storia non possono rispondere. Risponde la storia ideale che sa trarre dalla particolarità storica l’universalità di un giudizio di fondo. Il medioevo, con le sue apparenti (più apparenti che reali) contraddizioni, si spiega solo con la fede nel mistero dell’Incarnazione e la convinzione che la bellezza della vita sta nel concepirla come un pellegrinaggio verso la pienezza della vita. Queste verità spiegano il perché l’uomo medievale, pur vivendo nella miseria, pur patendo l’insidia di continue carestie e pestilenze, costruiva la bellezza, desiderando lasciare alle generazioni successive la maestosità dell’arte… perché come dalla terra sporca può fiorire lo splendore della rosa, o dalla durezza della roccia la morbidezza del muschio, così dalle croci della vita… si può conquistare la gioia del paradiso. 

Corrado Gnerre

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