Perché le catastrofi

Spesso si dice che più che predicare bisogna testimoniare. Una frase che non è molto convincente perché, se è vero che le parole da sole non bastano, se è vero che le parole esito di comportamenti tutt’altro che coerenti non valgono un fico secco, è pur vero che l’uomo non solo vede ma ascolta anche. E non è un caso che la Dottrina cattolica non parla esclusivamente di opere di misericordia corporale ma anche di opere di misericordia spirituale: ammonire gli erranti, consigliare i dubbiosi, ecc…

Ma questa considerazione varrebbe se i tempi fossero normali. Il problema è invece che i nostri tempi non sono affatto normali. Flaiano soleva affermare (è una frase famosa): la situazione è grave ma non è seria. C’è poco da dire: ci prendeva!

Per cui, dal momento che oggi i tempi non sono normali ma eccezionali (nel senso ovviamente di “eccezione”) ecco che l’osservazione di cui sopra lascia il tempo che trova e forse converrebbe parlare molto poco.

Giorni fa c’è stata l’ennesima catastrofe naturale: in Sardegna un’alluvione ha causato ben 16 morti, fra cui anche due bambini. Ovviamente i commenti sono stati soprattutto del tipo:ecco le conseguenze della stoltezza umanaecco le conseguenze di crimini ecologici operati dall’avidità umana, e via a commenti di questo tipo…

Io non ho la competenza per sapere se effettivamente in queste faccende l’uomo abbia colpa o meno. Posso anche riconoscere nella mia mente tardigrada che certe catastrofi naturali possano causare più o meno morti a seconda se l’uomo costruisce bene o male, se costruisce in un luogo più o meno sicuro; ma da qui a dare all’uomo la principale o addirittura l’unica colpa ce ne corre.

In questi casi – lo scrissi anche in un vecchio articolo – s’innesca una reazione di tipo psicologico. Dal momento che l’uomo moderno tendenzialmente costruisce la sua vita confidando solo in se stesso e autoconvicendosi che tutto sommato la vita è solo quella terrena e non ve ne è un’altra dopo, allora tutto ciò che accade di catastrofico non può essere imponderabile. Avviene perché qualcosa da parte dell’uomo non ha funzionato; se tutto fosse stato fatto per bene, non sarebbe avvenuto. È –come dicevo – una reazione psicologica: tutto dipende da me, nulla (o perlomeno pochissimo) è imponderabile, per cui se catastrofe c’è stata è perché qualcosa non ha funzionato che avrei potuto fare, la prossima volta farò meglio e tutto andrà per il verso giusto.

Ora, fino a quando questa reazione psicologica viene amplificata dalla cultura dominante, pazienza; ma che addirittura venga affermata anche da vescovi, sacerdoti e teologi, è triste.

Ricordo che quando avvenne il famoso tsunami che colpì l’Indonesia con oltre 200.000 morti, un noto cardinale (allora molto anziano, oggi defunto) sentenziò in un talk-showtelevisivo che non si doveva parlare di castigo divino perché certe cose avverrebbero solo per un naturale movimento della Terra. In questo caso l’anziano cardinale non colpevolizzò l’uomo, ma disse una cosa che non spiegava nulla, o meglio: poteva spiegare da un punto di vista naturale ma non da quello teologico e lui era lì in televisione, presumo, per dare un parere teologico. Se è vero, infatti, che tutto ciò che accade non necessariamente è voluto da Dio, è pur vero che tutto ciò che accade è necessariamente permesso da Dio. Dunque, Dio in quel momento permise o non permise? E se permise, perché lo permise?

E in questi giorni ci risiamo. Torniamo alla catastrofe in Sardegna. Il vescovo di Tempio-Ampurias, monsignor Sanguinetti, ha detto nell’omelia dei funerali: «Non possiamo lasciare inascoltato il tragico monito che questa disgrazia porta con sé. Da quello che è successo non è estranea la mano dell’uomo. Ci sarebbero stati esiti meno devastanti se avessimo imparato a rispettare i ritmi del creato».  Appunto, ci risiamo: la colpa è fondamentalmente degli uomini. E il mistero del dolore? E il mistero della sofferenza? E quello della morte? Dove sono? Spariti.

Non ci si accorge (e anche questo già l’ho detto in un mio vecchio articolo) che quando non si ricorda che oltre alla misericordia esiste la giustizia di Dio, che il Paradiso non è una sorta di centro commerciale dove si entra quando si vuole e all’ora in cui si vuole, che la vita terrena non è tutto ma solo una preparazione alla vera vita che è solo quella della comunione con Dio in Paradiso, che Dio non punirebbe né condannerebbe nessuno alla dannazione eterna, che si sarà tutti promossi così come la scuola del post-68 dove la vera abilità sta più nel farsi bocciare che promuovere, Dio invece di apparire buono appare cattivo. Cioè si raggiunge lo scopo opposto a quello che si vuole raggiungere. Il ragionamento è facile: se la vita terrena è tutto, se non c’è dannazione eterna, se tutti vanno in Paradiso, allora perché Dio permette che soffra l’innocente e che il malvagio stia apparentemente bene? Perché permette che muoiano i bambini e che peccatori incalliti e criminali arrivino fino a cent’anni “godendosi” la vita?

Ma la risposta c’è: è perché – come direbbe il buon Totò – è sempre la somma che fa il totale, e il totale è la vita eterna, è la possibilità di accedere in Paradiso, possibilità per nulla scontata. San Tommaso d’Aquino, un teologo con  la “T” maiuscola (nei confronti del quale tanti cosiddetti teologi contemporanei figurano come il monsù Travet, con tanto di pancia, su un campo di calcio a confrontarsi con Cristiano Ronaldo) a proposito del limbo affermava che le anime dei bambini che sono in quel “luogo”, pur non godendo soprannaturalmente ma solo naturalmente di Dio, ringraziano Dio stesso perché ha risparmiato loro la prova, perché la prova potrebbe andare bene … ma potrebbe andare anche male.

E invece nulla di tutto questo si dice più. Le catastrofi sarebbero solo incidenti di percorso, tutto sommato dovute a imperizie umane. Dio è fondamentalmente distratto quando accadono queste cose… e si crede che tutto possa essere spiegato così ingenuamente. E la fede ovviamente va a carte quarantotto, perché, queste, sono spiegazioni che non spiegano.

Un consiglio: se proprio non si vogliono proferire parole come “giustizia”, “castigo”, “ammonimento” ecc… si faccia silenzio e si metta un bel Crocifisso sull’ambone. Si faccia parlare Lui, silenzioso, ma con le sue piaghe e il suo dolore. Si capisca da Lui il perché di quelle piaghe, di quel dolore e quanto gli siamo costati.

Ciò basta in un tempo in cui, se queste sono le prediche… sarebbe meglio predicare… senza predicare.

Corrado Gnerre

Top