Tecnocrazia e sinarchia

La tecnocrazia non è solo un fatto recente con quale bisogna fare i conti, ma anche un fenomeno che ha antiche origini, storicamente ben anteriori a quella tecnologia da essa esaltata e usata con abilità e disinvoltura morale.

 

Origini rivoluzionarie

La tecnocrazia nacque dalla svolta ideologica avviata all’inizio del XVI secolo dal filosofo e politico inglese Francis Bacon e dall’ambiente della Royal Society. Essi diffusero una concezione del sapere come strumento di potere, ossia di trasformazione della natura e della società mediante la scienza e le tecniche, allo scopo di ricuperare la felice condizione perduta nel Paradiso Terrestre.

Il programma tecnocratico venne elaborato poco dopo dal filosofo ebreo-polacco Jan Amos Komenski (noto come Comenius), capo della setta hussita dei Fratelli Moravi e forse membro della confraternita occultista dei Rosa-Croce. Nel suo libro Panorthosia (1644), egli progettò di assicurare la pace universale mediante una rieducazione dell’umanità realizzata da una filosofia razionale, una religione ecumenica e una lingua universale. Questa rieducazione doveva essere guidata dalla “Corte Suprema dell’Umanità”, un senato internazionale degli iniziati (con sede a Gerusalemme) diviso in tre sezioni: il “Consiglio della Luce”, ossia il tribunale culturale delle accademie scientifiche; il “Concistoro”, ossia il tribunale religioso delle Chiese; il “Consiglio della Pace”, ossia il tribunale politico dei popoli, composto però non tanto da politici quanto da “saggi illuminati” esperti nelle tecniche per manipolare le coscienze e suscitare il consenso sociale.

Questo programma fu rilanciato nel XVIII secolo da vari filosofi e politici illuministi, poi nel XIX secolo da positivisti come i francesi Claude-Henri de Saint-Simon e Auguste Comte. Secondo loro, le neonate “scienze sociali” da una parte smentivano i “dogmi” (religiosi, morali, politici) finora considerati come base della civiltà e riducevano il verum al factum, il bonum all’utile e lo justum alpracticun; dall’altra parte esse permettevano di abolire ogni autorità politica, gerarchia sociale e potere statale e ridurre la vita sociale alla “gestione delle risorse e delle cose”. La guida spirituale dell’umanità doveva essere affidata ad una setta cosmopolita di tecnici-iniziati che assicurasse l’unità politica animando l’opinione pubblica con un “entusiasmo sociale”, suscitato dai mezzi di comunicazione e basato su una nuova religione umanitaria (priva di dogmi, riti, autorità e istituzioni) che identificasse Dio con l’umanità, il pensiero con l’azione, il diritto col fatto, l’uomo con la società, la felicità con il progresso economico. Questo  progetto fu echeggiato nell’Italia risorgimentale da Carlo Cattaneo e dal cosiddetto Politecnico.

 

La sinarchia

Dalla fine del XIX secolo, la tecnocrazia s’impegnò a costruire una “Repubblica Universale” (massonica) mediante prima la Società delle Nazioni e poi l’O.N.U. Vi collaborarono movimenti come l’utilitarismo, il cooperativismo, la Fabian Societye soprattutto la cosiddetta Sinarchia nei suoi vari club, circoli e commissioni riservati o settari od occulti. Il “progetto sinarchico” fu delineato fin dal 1884 dall’occultista francese Joseph Saint-Yves d’Alveydre e fu formalizzato nel 1934 col Patto Sinarchico Rivoluzionario. Tale progetto fu poi rilanciato dal movimento europeista, guidato da vari politici liberal-socialisti come Jean Monnet, Chaban Delmas e Altiero Spinelli,  e fu infine parzialmente realizzato con l’unione monetaria europea avviata dall’eurocrate Jacques Delors, un “cattolico democratico” seguace di Mounier.

Negli ultimi tempi, tramite sette globalitarie come il Bilderberg Club e la Trilateral Commission, la tecnocrazia sta tentando di passare dalla occulta influenza politico-economica all’aperta presa di potere, per via elettorale o cooptativa, sostituendo i Governi democratici nazionali con amministrazioni composte da tecnici e burocrati – solitamente provenienti dalla finanza internazionale – ritenute più affidabili nel realizzare il progetto tecnocratico senza farsi influenzare dall’opinione pubblica contraria; ne sono esempi significativi i casi dei “Governi tecnici” italiani, affidati ieri a Ciampi e Dini e oggi a Monti.

 

Quadro del fenomeno

La tecnocrazia consiste nel potere esercitato sulla vita civile da una certa classe tecnologica che pretende di essere priva di radici filosofiche e indipendente da ogni valutazione religiosa, morale e politica. In realtà. la tecnocrazia si basa su una precisa ideologia che presuppone: la sostituzione delle verità filosofiche, morali e politiche con gli assiomi delle scienze esatte e sperimentali; l’ideale della società programmata e costruita alla luce delle “scienze sociali”; la totale “razionalizzazione” della vita politica ed economica in senso centralizzato ed egualitario; la riduzione del processo decisionale a risultato di calcoli, statistiche, programmi e previsioni scientifici; la sostituzione del governo politico con la “gestione delle risorse umane” e l’“amministrazione delle cose”; la critica della politica come àmbito d’incompetenza, inefficienza, corruzione e particolarismo; la esaltazione dei tecnici come classe superiore alle divisioni politiche, ideologiche e religiose, capace di assicurare la pace e il benessere universali e salvare l’umanità della crisi generale; il diritto di questa classe a emanciparsi dal controllo politico e di guidare la società in nome del merito, della competenza e della efficienza.

 

Il manager cosmopolita

Modello della tecnocrazia è la figura del manager, ossia il dirigente-esecutore (non specialista ma funzionale a tutti i settori produttivi) consacrato all’applicazione delle regole e delle procedure amministrative, dunque privo d’ideali, di radici sociali, di patria e possibilmente anche di famiglia; tipici esempi attuali ne sono il burocrate e il finanziere cosmopoliti. Sotto la direzione della classe manageriale, la vita politico-sociale, la produzione economica e la stessa proprietà privata diventano anonime e impersonali e dunque si deresponsabilizzano, anche perché l’esercizio e il controllo gestionali degli strumenti esecutivi e produttivi sono ormai separati dalla titolarità ufficiale del diritto.

Con la “terza rivoluzione scientifica” (quella dell’automazione e del computer) è nata una nuova classe tecnocratica che ha creato una economia ancora più astratta, perché estranea non solo alla reale ricchezza ma anche alla concreta produzione e gestione dei beni; questa nuova economia virtuale risulta contraddittoria perché spinge sia alla unificazione e semplificazione dei centri decisionali e operativi, sia alla loro moltiplicazione e conflittualità globale.

 

Breve critica

La tecnocrazia si basa sui seguenti presupposti ideologici e propagandistici: oggettività del dato, primato dei mezzi sui fini, riconoscimento della competenza, efficacia del risultato. Ma la filosofia dimostra che il dato va sempre interpretato in base a giudizi di valore che dipendono dalle concezioni filosofiche e religiose (almeno implicite). La morale dimostra che i mezzi non giustificano di per sé i fini, anzi nemmeno li assicurano, perché ogni strumento è funzionale al suo scopo. La sociologia dimostra che la competenza tecnica non assicura il merito né la responsabilità morale e non può sfuggire al condizionamento del pregiudizio e dell’interesse, specialmente se questi rimangono indipendenti da criteri filosofici, morali e religiosi. La storia recente dimostra che spesso l’efficacia fallisce il risultato, se opera basandosi su criteri e mezzi riduttivi, astratti e impersonali. Il progetto tecnocratico costituisce quindi la caricatura e il surrogato della meritocrazia, perché riduce il merito una competenza astratta, faziosa, irresponsabile e sterile.

Per farsi accettare da una opinione pubblica che disprezza profondamente, la tecnocrazia si abbellisce con un moralismo che predica serietà, competenza, responsabilità, austerità, sobrietà, ecologia, talvolta perfino umanitarismo e religiosità. In realtà, essa mira ad ostacolare, reprimere ed abbattere non tanto l’egoismo, il consumismo e lo spreco, quanto la ricchezza reale, la proprietà privata, il risparmio, l’eredità generazionale, le libertà economiche, le libere professioni, le classi sociali e specialmente il ceto medio, ossia quella base borghese di piccoli-medi proprietari, risparmiatori e produttori che tende ad assicurare ordine, stabilità e bene comune e che quindi è refrattaria sia all’individualismo liberale che al collettivismo socialista. Non potendo sterminare questa classe usando metodi sovietici, la tecnocrazia cerca almeno d’intimorirla, paralizzarla e impoverirla con una persecuzione politica e fiscale che la consegni nelle mani del sistema burocratico-finanziario nazionale o internazionale, e cerca pure di toglierle l’assistenza della sua storica alleata, ossia la Chiesa Cattolica, danneggiandola mediante una politica economica e fiscale che colpisce le sue istituzioni caritatevoli e assistenziali. Ciò spiega come mai la tecnocrazia si allei spesso al mondo delle comunicazioni di massa e al potere socialista e sindacalista, allo scopo comune di distruggere le due basi sociali del vivere civile.

L’attuale crisi politico-economica e la conseguente emergenza sociale dimostrano il fallimento storico del progetto tecnocratico e delle sue promesse. Eppure la tecnocrazia vede di buon occhio questa crisi. Infatti le considera come una occasione storica da sfruttare, allo scopo di far ripartire la Rivoluzione ormai impantanata imponendo al popolo una dittatura tecnotronica, una politica di “austerità”, una economia “eco-solidale” e una rivoluzione sociale altrimenti inaccettabili, per il semplice fatto ch’esse conducono al degrado e alla miseria non solo materiali ma anche spirituali.

Pur di realizzare questo progetto, il vertice liberal-tecnocratico si accorda con la base social-cristiana per sospendere le regole democratiche e le istituzioni rappresentative, fino al punto da rinunciare al vecchio idolo della “sovranità popolare”. Infatti secondo loro, parafrasando un noto motto di Voltaire, “niente libertà per i nemici della libertà”; pertanto, quando un popolo si lascia sedurre dalle “tendenze conservatrici” (ossia di sopravvivenza) e strumentalizzare dalle “forze della reazione” (ossia di risanamento), allora le élites “illuminate e responsabili” debbono “costringere il popolo a farsi liberare” da  loro, secondo un noto paradosso lanciato dalla Scuola di Francoforte. Le dichiarazioni recentemente fatte da guru come Scalfari, Rodotà, Flores d’Arcais, Eco e Asor Rosa, sono illuminanti.

 

La giusta risposta

A quest’assurda e contraddittoria pretesa bisogna rispondere in tre modi. Innanzitutto richiamando le élits a un minimo di coerenza con i loro stessi princìpi ufficiali ed esigendo ch’essa (almeno) rispetti i valori, le esigenze e i diritti di quella società che pretende di moralizzare e salvare. Poi informando il popolo sulle vere intenzioni della tecnocrazia, svelandone l’ideologia occulta e mettendo in guardia da progetti di “redenzione sociale” che si approfittano delle emergenze interne o internazionali per imporre regimi settari. Infine ammonendo élites e popolo a ritornare alla vera e integra dottrina sociale della Chiesa, che riconduce ogni autorità a Dio e ogni potere alla società civile, negando sia ad élites pretese competenti, sia a basi pretese liberatrici, il diritto di tramare contro l’Italia, il suo bene comune e la sua missione storica cristiana. Questa è oggi la vera “emergenza” che ormai richiede princìpi chiari e scelte coerenti.

 

 

Bibliografia attendibile di approfondimento

 

– Louis Daménie, La tecnocrazia punto d’incontro della sovverisone, Il Falvo, Milano1985

– Juan Vallet de Goytisolo, Ideologia, praxis y mito de la tecnocracia, Escelicer, Madrid 1971

– Juan Vallet de Goytisolo, Mas en torno a la tecnocracia, Speiro, Madrid 1982

– Josemarìa Caballo Fernàndez, El mito tecnotrònico, in: La Ciudad Catòlica, Los mitos actuales, Speiro, Madrid 1969, pp. 209-231

– Jacques Ellul, Le bluff technologique, Hachette, Paris 1988

– Claudio Finzi, Il potere tecnocratico, Bulzoni, Roma 1977

– Domenico Fisichella, L’altro potere. Tecnocrazia e gruppi di pressione, Laterza, Roma 1997

– José Pedro Galvão de Sousa, O Estado tecnocratico, Saraiva, São Paulo 1973

– La Ciudad Catòlica, La tecnocracia y las libertades, Speiro, Madrid 1976

– Michel Schooyans, Droits de l’homme et technocratie, C.L.D., Chambrai-lès-Tours 1982

– Michele F. Sciacca, La ofensiva de la tecnocracia contra la cultura, su “Verbo” (Madrid), nn. 85-86

– Sergio Cotta, La sfida tecnologica, Bologna 1968

– G. Tournier, Babel ou le vertige technique, Fayard, Paris 1959

 

Guido Vignelli

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