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UN’ALTRA SCUOLA di Olavo de Carvalho

Traduzione a cura di Stefano Dal Lago

Olavo de Carvalho, saggista, giornalista e filosofo “tradizionalista”, nato nel 1947 nello stato di San
Paolo, è stato acclamato dalla critica come uno dei più originali e audaci pensatori brasiliani. Il tratto
chiave della sua opera è la difesa dell’interiorità umana contro la tirannia dell’autorità collettiva,
specialmente quando quest’ultima si fonda su un’ideologia “scientifica”. Per Olavo de Carvalho
esiste un legame indissolubile tra l’oggettività della conoscenza e l’autonomia della coscienza
individuale, vincolo che si perde di vista quando il criterio di validità del sapere viene ridotto ad un
formulario impersonale e uniforme ad uso della comunità accademica.
Informazioni biografiche tratte da Internet
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IL MODELLO GRECO

(originale qui: http://www.olavodecarvalho.org/a-educacao-grega-e-nos/ ,
http://www.rplib.com.br/index.php/artigos/item/3465-ainda-a-educacao-grega )
L’ISTRUZIONE NELL’ANTICA GRECIA
L’istruzione nell’antica Grecia, il cui innegabile successo è ampiamente dimostrato dalla creatività profusa in
tutti i campi della conoscenza e dell’arte, consisteva soprattutto nel preparare i giovani ai più alti incarichi nei
vari settori della vita pubblica: politica, potere giudiziario e la stessa istruzione. Se non è quindi una formula che
può essere riproposta per l’educazione delle masse in generale e se oggi sarebbe utopistico tentare di replicarla
anche per la formazione della classe dirigente – politici, dirigenti d’impresa, comandanti militari, vescovi e
cardinali – rimane, tuttavia, un modello eccellente per l’istruzione dell’élite intellettuale.
Non intendo dire che sia possibile o addirittura auspicabile istituire una scuola, per non parlare di un sistema
educativo nazionale, che segua il modello greco. Non è in questo senso che uso qui la parola “modello”. Me ne
servo solamente per designare un’”unità di misura” o un termine di confronto che possa essere utilizzato per
l’orientamento personale da parte di chiunque, si tratti di insegnanti, genitori impegnati in attività di
homeschooling o studenti dediti all’educazione o ri-educazione di se stessi. Alcuni dei miei allievi sono ben
consci di ciò e hanno già fatto tesoro dell’esempio greco sia per sé che per i loro figli o, in qualità di insegnanti,
per i loro allievi.
I FASE: LA FORMAZIONE LETTERARIA E ARTISTICA
Dando per scontato il limite suddetto, la prima cosa che dovrebbe attirare la nostra attenzione è la priorità
assoluta che nella Grecia antica veniva assegnata, per l’istruzione della prima infanzia, alla formazione letteraria
e artistica. Dopo un’educazione morale di base impartita nell’ambito domestico, ciò che ai bambini si
insegnava, non appena alfabetizzati, era in pratica solo a leggere e mandare a memoria le opere dei grandi
poeti, partecipare a produzioni teatrali, cantare, ballare e fare ginnastica. Questo era tutto. Il resto, ciascuno lo
apprendeva da solo o con insegnanti privati.
Ecco come Platone descrive la situazione:
“Quando hanno imparato a leggere e sono in grado di capire il senso degli scritti, come prima il senso delle parole,
offrono loro da leggere sui banchi opere di grandi poeti e li costringono a imparare a memoria queste opere ricche
di ammonimenti, celebrazioni, elogi ed esaltazioni di antichi uomini di virtù, affinché il ragazzo, preso da
ammirazione, li imiti e desideri diventare simile a loro… Dopo che abbiano imparato a suonare la cetra, insegnano
loro carmi di altri buoni poeti melici, facendoli accompagnare al suono della cetra e costringono così i ritmi e le
armonie a penetrare intimamente negli animi dei fanciulli, perché siano più miti e, acquistato maggior equilibrio e
interiore armonia, sappiano parlare e agire come si conviene. Infatti, tutta la vita dell’uomo ha bisogno di equilibrio
e di armonia. Poi li mandano anche dal maestro di ginnastica, affinché possano disporre di corpi sani al servizio di
una mente sana e per la cattiva condizione del corpo non siano costretti a scoraggiarsi in guerra e nelle altre azioni.”
Protagora 325 d7 (traduzione italiana di Giovanni Reale)
Nel suo documentatissimo saggio, A rte Libéraux et Philosophie dans la Pensée Antique (Parigi, Vrin, 2005), la
studiosa franco-tedesca Ilsetraut Hadot aggiunge:
“I giovani provenienti da famiglie benestanti ricevevano, in questo caso gratuitamente, un’istruzione
supplementare, entrando a far parte di un coro tragico o lirico durante le feste religiose locali. Queste esibizioni
erano spesso prime rappresentazioni di un’opera teatrale o recite di un poema di un autore contemporaneo;
davano quindi ai giovani l’opportunità di restare in contatto con tutte le nuove creazioni letterarie del loro tempo e
di impararle a memoria. Un simile tipo di formazione era così importante che Platone nelle L eggi (II, 654 ab) tende a
identificare l’uomo colto ( pepaidymênos) con chi ha fatto parte di un coro per un tempo sufficiente ( ikanos
kekoreykôta) e al contrario l’uomo incolto con chi non ne ha mai frequentato uno ( akôreytos). ”
Non è esagerato affermare che i giovani greci, molto prima di esordire nella vita pubblica, possedevano già una
cultura letteraria superiore a quella media dei nostri attuali insegnanti di lettere.
II FASE: L’EDUCAZIONE CIVILE
La preparazione all’esercizio della cittadinanza aveva inizio solo dopo la chiusura della fase dell’istruzione
scolastica:
“Quando lasciano la scuola, la Città, dal canto suo, li costringe ad imparare le leggi ed a vivere secondo queste,
affinché non agiscano di testa loro e di capriccio.”
Ciò accadeva ben prima dell’avvento dei sofisti, professori itineranti che girovagavano di città in città
insegnando l’arte della parola e della discussione in pubblico. I sofisti introdussero queste discipline
nell’educazione di studenti già dotati non solo di una buona formazione letteraria e artistica di base, ma con
una certa conoscenza delle leggi e dei principi che governavano la vita sociale, competenze rispetto alle quali la
sofistica forniva soltanto un complemento specialistico avanzato.
Platone approvava l’addestramento dei giovani nella tecnica del dibattimento in pubblico, ma sosteneva che il
modo in cui i sofisti la insegnavano rischiava di corrompere gli allievi, instillando in loro il vizio di contestare
tutto e tutti e rendendoli polemisti vani che, confidando nel potere illimitato della confutazione, finivano per
non credere più a niente. Si riducevano così a contestatori cinici e amorali carrieristi:
“I giovanetti, non appena hanno preso gusto alle prime discussioni, si servono di queste come di un gioco, sempre
intenti a contraddire e, imitando quelli che li confutano, essi stessi, a loro volta, continuano a confutare,
divertendosi, come fanno i cuccioli, a portare in giro e a fare a brandelli, a furia di argomentazioni, chi man mano
capita loro a tiro… A questo punto, dopo che molti ne hanno confutati e da altrettanti sono stati confutati, tutto in
un colpo sprofondano in una generalizzata e radicale sfiducia in ciò che prima credevano… Invece, chi abbia
raggiunto una certa età, dovrebbe essere immune da questa specie di mania e scegliere come modello chi usa la
dialettica per cercare la verità e non chi se ne serve come di un giocattolo per il gusto di contraddire.”
La Repubblica VII 539 b2-c8 (traduzione italiana di Roberto Radice)
III FASE: IL METODO DIALETTICO
L’arte di fare della discussione un metodo per la ricerca della verità, piuttosto che un semplice gioco o un modo
per aver successo nella vita, è proprio ciò che Socrate introdusse nella formazione greca e Platone perfezionò
col nome di dialettica. Il pubblico che si rivolgeva a Socrate per imparare quest’arte non era costituito, dunque,
di bambini e ragazzi, ma di adulti giovani e meno giovani che avevano già superato le prime due fasi
dell’istruzione greca: la formazione letteraria e artistica e l’addestramento ai pubblici dibattiti. Con Socrate
apprendevano un modo di discutere che non mirava a sconfiggere un avversario, ma a confrontare idee e
ipotesi diverse tra loro conflittuali, allo scopo di individuare i principi comuni che di tutte davano ragione,
avanzando così di un passo nella direzione dell’accertamento della verità sull’oggetto discusso. Un simile
esercizio era a tal punto alieno dalla ricerca della vittoria sofistica, che poteva essere compiuto tanto in gruppo
quanto singolarmente, tanto ad alta voce quanto col pensiero.
Aristotele apprezzava la dialettica socratico-platonica e la impiegò in abbondanza nel corso delle sue ricerche
filosofiche, giudicandola addirittura l’unico metodo scientificamente praticabile per l’esame delle questioni
nuove e inesplorate, quando non si dispone di alcun principio o premessa generale e si tratta appunto di
scoprirli per la prima volta La sistematizzazione aristotelica della dialettica contenuta nel libro dei T opici
costituisce, storicamente, la prima formulazione generale di ciò che in seguito verrà denominato appunto
“metodo scientifico”.
IV FASE: L’ARTE DELLA LOGICA
Aristotele si rese conto del fatto che alla base degli scontri dialettici si poneva un criterio implicito, non
formulato, per misurare la coerenza dei discorsi. Ogni discussione dialettica mirava a identificare le premesse, i
principi fondativi per lo studio di questa o quella questione, premesse da cui si potessero poi trarre conclusioni
valide. Ma, da un lato, la dialettica non aveva modo di distinguere se questi assunti fossero assolutamente veri o
solo più ragionevoli di quelli da cui la discussione aveva preso inizialmente le mosse. E, d’altro canto, l’intero
sforzo dialettico era guidato da un ideale di coerenza discorsiva che la stessa dialettica non giungeva ad
esplicitare. Ciò che fece Aristotele fu quindi rendere palesi i requisiti sottesi a tale ideale e formulare l’insieme
delle regole che si dovevano adottare per conseguirlo. Fu questa l’arte che chiamò “analitica”, in seguito detta
“logica”.
Aristotele insegnava questa tecnica nel Liceo, scuola da lui fondata come una sorta di prolungamento
specialistico dell’Accademia platonica. Gli studenti che vi si recavano per apprendere l’arte della logica dal
maestro giungevano quindi già equipaggiati con l’intero bagaglio di competenze accumulato nelle tre fasi
precedenti: la formazione letteraria e artistica, l’addestramento sofistico alle discussioni pubbliche e infine la
dialettica socratico-platonica.
I GRECI E NOI
Questa succinta panoramica mostra come in Grecia tanto il percorso generale di sviluppo dell’istruzione
quanto la successione delle fasi di apprendimento attraversate da ogni singolo studente presupponessero già
implicitamente e di fatto la scala dei gradi di credibilità che Aristotele avrebbe poi definito stabilendo la
gerarchia del discorso poetico, retorico, dialettico e logico-analitico, teoria che mi piace chiamare “dei quattro
discorsi”. Questa concordanza di progressione tra l’evoluzione storica di una cultura e la struttura a tappe
dell’apprendimento personale prova che l’ordine inerente all’educazione greca rappresenta realmente un
modello ideale, nel senso proposto sopra.
Ovunque siano sorti un ceto intellettuale e una classe dirigente capaci, adatti ai più alti compiti della vita
culturale e politica, il sistema educativo che li ha preparati ha ricalcato a grandi linee il modello greco.
L’amministrazione coloniale britannica è un esempio. La serie quasi completa dei presidenti americani ce ne
presenta un’altro. Quando la scuola cessa di perseguire la trasmissione di valori universali e perenni e coltiva
l’ambizione di infondere nei fanciulli il culto di quanto appare più recente e fugace – che vada sotto il nome
pomposo di “conquiste avanzate della scienza e della tecnologia” o qualsiasi altro – il risultato è sempre,
immancabilmente, decadenza, barbarie, stupidità generalizzata.

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