7 luglio 2025
Il suicidio è omicidio, ovvero uno dei 4 peccati che grida vendetta al cospetto di Dio (Catechismo della Chiesa Cattolica).
Ma è peggiore dell’omicidio. Infatti, l’omicida normalmente uccide ma continua a vivere; quindi, ha tempo per pentirsi, redimersi, pagare il fio, insomma, salvarsi l’anima (si veda l’esempio dell’assassino di santa Maria Goretti).
Il suicida, invece, nell’istante stesso in cui uccide, muore. Quindi, con ogni probabilità, a meno che non abbia potuto sopravvivere un poco per pentirsi, non ha tempo di pentirsi, redimirsi, salvarsi l’anima. Ovvero, non solo uccide il suo corpo, ma contemporaneamente uccide anche la sua anima, condannandosi alla dannazione eterna.
Quanto detto non è una nostra teoria personale, ma è quanto ha insegnato la Chiesa in tutti i tempi. Ed è anche cosa logica in sé, ovvero razionalmente ineccepibile.
Infatti, nei secoli cristiani, quando il clero era ancora cattolico, i suicidi non ricevevano esequie e non potevano essere sepolti in terra consacrata.
Il suicidio è il più grave di tutti gli atti che un uomo possa compiere, perché bestemmia con il suo stesso atto Chi gli ha dato la vita.
Ma allora, non v’è mai proprio nessuna speranza di salvezza dell’anima in nessun caso?
Come in tutte le cose della vita, ci sono sempre eccezioni. Che però, in quanto eccezioni, non sono la regola, bensì l’eccezione che conferma la regola.
Vediamone alcune:
1) Una persona tenta di consumare un suicidio, ma non vi riesce, non muore (capita). In questo caso, se, a seguito del suo folle gesto e della grazia immensa della persistenza della vita che ha ricevuto, si pente e cambia per sempre la sua intenzione, ha imboccato la via della salvezza eterna: perché, finché c’è vita, c’è speranza. Ma, chiaramente, deve pentirsi amaramente e porre rimedio per tutta la vita al folle gesto;
2) Il suicida non era mentalmente padrone di se stesso al momento dell’atto assassino. In questo caso, se veramente mancava la piena avvertenza, in effetti, come insegna sempre la dottrina morale della Chiesa, può salvarsi, in quanto non pienamente esercitante il deliberato consiglio del suicidio;
3) Se anche al momento del suicidio era lucido mentalmente, possono darsi delle cause di fortissima e incontrollabile depressione psicologica, di scoramento dell’anima, di incapacità di gestione della propria volontà, che possono essere delle attenuanti nel giudizio di Dio. Ma solo attenuanti, non scusanti. Quindi, in questo terzo caso, solo Dio può sapere quale sarà il suo giudizio. A noi, sulla terra, non è dato di sapere.
Pertanto, nessun suicidio può mai essere giustificato, tanto meno quasi esaltato, tanto meno per un sacerdote, che è un pastore di anime, delle quali ha la responsabilità dinanzi a Dio e che ha tradito nel peggiore dei modi.
Non è giustificato nemmeno il suicidio dei kamikaze o di coloro che decidono di sacrificare la propria vita per onore personale o per ideologia, Infatti, la Chiesa ha sempre scomunicato i duellanti, tanto per fare un esempio.
Solo chi dona la propria vita per amore del prossimo, può essere giustificato, come Gesù stesso ha insegnato: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.” (Gv, 15,13). E come Egli stesso ha fatto per noi.
Salvo D’Acquisto ne è un esempio.
Ma chiunque si suicida per qualsiasi altra ragione al mondo, nella piena avvertenza, e muore senza il tempo di pentirsi, si è condannato alla dannazione eterna.
In ogni caso, spesso noi non sappiamo se il suicida era nella piena avvertenza. O se ha avuto comunque il tempo di pentirsi (basta un attimo). O se è stato spinto da meccanismi incontrollabili. Per questo, almeno in alcuni casi, è sempre legittimo pregare e sperare.
Ma da qui a inventarsi sciocchezze sulla salvezza intrinseca del suicida, ce ne corre e molto. E’ quel confine che divide la carità dall’eresia e dal sentimentalismo modernista che uccide ogni principio della legge naturale e della legge divina. Soprattutto, si svilisce la gravità di questo folle peccato, inducendo le persone ad abituarsi all’idea. E, oggi, tutto la distruzione della società umana e degli uomini si fonda proprio sulla progressiva azione di rendere accettabile ciò che prima era ritenuto immondo.
Magari, tramite “eutanasia” di Stato o ospedaliera, così si diventa anche “eroi” e “moderni”.
Chi avalla tutto questo, è complice di omicidio. Chi avalla il suicidio e l’eutanasia, è assassino.
Un conto è la carità per il prossimo e anche una forma di speranza, un conto è la complicità con l’omicidio.
Siccome noi non sappiamo ciò che ci attende nei prossimi tempi, è bene che ognuno si informi presso sacerdoti di assoluta integrità morale e di tradizionale dottrina, per sapere come comportarsi in ogni evenienza. (MV)