ARTICOLO TRIARII

La Chiesa dell’Amoris Laetitiae e il mondo della Tradizione

Il giorno di san Giuseppe Leone XIV ha reso pubblico un Messaggio di celebrazione per il decimo anniversario dell’Esortazione apostolica Amoris laetitiae di Francesco.

Questo breve documento è una celebrazione acritica dell’Amoris laetitiae, che viene presentata come un “luminoso esempio”, un “messaggio di speranza”, qualcosa di cui “rendere grazie a Dio”, un “insegnamento prezioso”. Anzi, Leone ha anche convocato per il prossimo ottobre i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo per progettare la nuova dottrina ecclesiastica – sempre nell’ormai immancabile spirito sinodale, nuova struttura sovversiva dell’attuale Chiesa conciliare – in materia morale alla luce appunto del dettato dell’Amoris laetitiae.

Nel documento di Leone, i passi che aprono alla mutazione della dottrina di sempre e anche al rinnegamento e sovvertimento del Vangelo stesso e quindi dell’insegnamento di Gesù Cristo sull’indissolubilità del matrimonio – indissolubilità che comporta consequenzialmente l’impossibilità all’accesso all’Eucarestia per i divorziati risposati e per le coppie di fatto (di qualsiasi natura e genere siano), non vengono neanche nominati.

E, siccome chi tace acconsente, di fatto vengono accettati come sono. Tradotto: Leone XIV ha fatto propria la rivoluzione a-morale, anti-evangelica e contraria alla legge naturale, di Bergoglio.

Del resto, nello scorso autunno le sue aperture, a dir poco incredibili e sconvolgenti, all’ideologia omosessualista erano già testimonianza inequivocabile della posizione rivoluzionaria di Leone XIV, che solo i finti ciechi che si fanno ciechi potevano fingere di non vedere. Su questo punto specifico, ci permettiamo di far notare come Prevost sia andato oltre Bergoglio.

Il mondo conservatore sta commentando con il solito imbarazzato disappunto questo ultimo documento di Leone XIV, borbottando la solita fraseologia rituale (“inopportuno”, “equivoco”, ecc.), prendendo le distanze, ma alla fine di fatto accettando la realtà per quella che è. Del resto, questo è esattamente il ruolo del mondo conservatore (non solo cattolico): quello di cercare di frenare la Rivoluzione, o di avanzare alcune proteste per la troppa precipitazione, ma al contempo di garantire ogni forma di potere costituito perché possa sempre e comunque portare avanti la Rivoluzione stessa. Quindi, nulla di nuovo sotto al sole: quello che vale nella società, in politica, vale anche nel mondo della Chiesa, fra i cattolici: i conservatori protestano e obbediscono e in questo modo garantiscono la Rivoluzione.

Occorre invece prendere atto che la Rivoluzione del Concilio Vaticano II, con il suo famoso “spirito” della “Nuova Pentecoste” che ha preso il posto del vero unico Spirito Santo, per l’edificazione della “Nouvelle Église” conciliare, procede senza intoppi, sotto la guida dei vari pontefici conciliari che si susseguono. Dopo più di sessant’anni, è impossibile non vederlo.

E se con Bergoglio era più che lecito porsi la questione della legittimità del suo pontificato (per la mai chiarita e pesantissima ambiguità della rinuncia di Benedetto XVI, per i dubbi sulla correttezza dell’elezione di Bergoglio e, soprattutto, per le eresie alla fede da lui pervicacemente insegnate pubblicamente senza alcun ravvedimento nemmeno dinanzi ai Dubia presentati dai cardinali), con Prevost tutto questo, alla luce di quanto ne sappiamo, non può essere fatto valere.

Pertanto, occorre prendere atto che la Cattedra di Pietro celebra e avalla il rinnegamento del Vangelo e della legge naturale. Perché questo è l’Amoris Laetitiae.

Naturalmente, ora si scateneranno i soliti conservatori (e non solo) a distinguere fra insegnamento dogmatico del pontefice e opinione personale del “privato dottore”: senza entrare in queste inveterate discussioni senza soluzione pratica, notiamo solo che, nei fatti, quanto detto nell’Amoris laetitiae è divenuto prassi nella Chiesa conciliare. E ora è pure confermato, e anzi celebrato e programmato per il futuro, anche dal pontefice successore di colui che ha scritto l’Amoris Laetitiae.

Tutto il resto, sono chiacchiere. Questi sono i fatti.

Anzi, possiamo aggiungerne ancora uno, solo per restare al presente immediato. Ormai, dopo che Monsignor Carlo Maria Viganò, sempre il 19 marzo, ha reso noto il suo reiterato tentativo di essere ricevuto da Leone XIV per chiarire la propria posizione, possiamo dirlo: Leone XIV, dopo aver dato all’arcivescovo un appuntamento (con sei mesi di attesa), pochi giorni prima lo ha annullato, senza rinnovare la sua disponibilità all’incontro.

Sulla scia sempre di Bergoglio con il suo “todos, todos, todos”, anche Prevost, che ha ribadito più volte la sua apertura a tutti, intende todos solo per eretici, apostati, sodomiti, genderisti, pagani, esponenti di tutte le altre religioni… ma non certo per i cattolici legati alla Tradizione di sempre. Con loro, non c’è dialogo alcuno.

Anche per quanto concerne le prossime consacrazioni episcopali della Fraternità San Pio X, la cui gerarchie avevano richiesto udienza presso il pontefice, abbiamo visto che è stato loro concessa un’udienza dal Prefetto della Congregazione della Fede, ma senza – come ovvio che fosse – risultato concreto alcuno e sempre sotto la minaccia, apertamente ribadita, della scomunica latae sententiae.

Con il mondo della Tradizione non si dialoga, e se si dialoga, lo si fa pro forma.

A coloro che vivono immersi impenitentemente, e anzi, rivendicandolo come un diritto indiscutibile e pure imponibile al prossimo, nel “peccato che grida vendetta al cospetto di Dio”, si spalancano le porte, perfino gettando la spugna sulla concessione dei sacramenti.

Per coloro che testimoniano la fede di sempre, sforzandosi di vivere seguendo il Vangelo e la legge naturale, che combattono la buona battaglia andando ogni giorno contro il mondo e contro la Rivoluzione anti-umana e pagandone l’alto prezzo, non c’è pietà. Le porte si chiudono, in piena coerenza con il todos bergogliano.

Cosa resta da fare? Inutile litigare su questioni irrisolvibili (“è papa”, “non è papa”, ecc.). Occorre solo seguire il monito lucidissimo dell’ultimo grande santo della Chiesa di sempre: come disse san Pio da Pietrelcina, “quando verranno quei giorni”, resta solo da seguire il Vangelo, la dottrina e il Magistero di sempre, la Tradizione e la legge naturale, frequentando i sacramenti da sacerdoti degni e fedeli, che non sono molti, ma non mancano affatto.

Questo possiamo e dobbiamo fare: restare uniti nella Chiesa di sempre, con la Messa di sempre, seguendo la dottrina di sempre e sostenendo il clero fedele e coerente.

Senza dare spazio ai soliti manipolatori d’anime e divisori interni del mondo della Tradizione, che gettano fango e odio e calunnie per ragioni squisitamente personali (invidie irrisolte, rancori del passato, gelosie, indicibili interessi economici o di carriera, frustrazioni psicologiche), giocando sulla ingenua devozione dei semplici che non riescono a distinguere la verità nella sua pienezza. Tutti costoro risponderanno a Dio del loro operato (e delle loro calunnie e maldicenze, del loro spirito manipolatore e divisorio).

Perché solo Dio può risolvere la immensamente rovinosa e tragica situazione della sua Chiesa. È la “sua” Chiesa, infatti, non appartiene a nessun altro, nemmeno ai papi, che sono i servi del Padrone. E solo il “padrone del campo” può salvare il suo campo, facendo giustizia dei servi infedeli. Noi che siamo gli invitati, dobbiamo andare e restare nella fedeltà all’unico Padrone di sempre e nell’unica Chiesa di sempre, perché “nessun servo è più del suo padrone” (Mt, 10,24), e chi segue il servo infedele, tradisce il Padrone giusto e immutabile nella sua Giustizia e Verità.

Auspichiamo quindi che il mondo della Tradizione, nei giorni sempre più neri (anche nel senso meteorologico del concetto) che viviamo, nella Chiesa come nella società, sappia ritrovare unità di intenti e d’azione, smettendola di “scomunicare” pateticamente e odiosamente gli altri. “Scomuniche” che poi, nella quasi totalità delle volte, si traducono sempre in calunnie o al massimo soggettive e interessate interpretazioni della realtà, che è sempre molto più complessa di come viene descritta.

Questi sono i giorni della fedeltà irriducibile (al Padrone del campo) e della speranza oltre ogni speranza. I giorni che ci richiedono il massimo sforzo per l’unità.

Standoci dentro, in questo mondo, da 35 anni, e conoscendo benissimo gli uomini (chierici e laici) che ne fanno parte (almeno qui in Italia) e le nostre miserie, ridicole pretese e patetiche incostanze, sappiamo perfettamente che questo è solo un pio desiderio irrealizzabile senza la grazia divina. Ma noi lo abbiamo scritto invocando la grazia divina su tutti. Perché ognuno si faccia carico della propria responsabilità nei giorni più terribili della storia della Chiesa e della società umana. A partire da chi scrive.

E perché “nulla è impossibile a Dio”, per l’uomo che ha fede e sinceramente ama e cerca solo la Verità e il Bene. Sono i giorni della speranza eroica in Dio, signore unico della storia e della Chiesa, garante eterno della Verità immutabile e gestore infallibile e onnipotente della sua Chiesa.

Altro che Amoris Laetitiae.

Massimo Viglione

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