Inghilterra, 1559. Elisabetta I non avrebbe potuto imporre da subito la sua Chiesa artificiale con la forza: avrebbe rischiato di perdere il trono. Per questo, perché, cioè, nella sua prudenza, iniziò in punta di piedi, si disse di lei che fu tollerante. Addirittura, secondo alcuni (ignoranti) libri di testo, che concedesse la libertà religiosa. Lungi da lei e da tutti i sovrani del tempo. Fu essenzialmente un gioco di astuzia, giacché il governo rifiutò sempre la parte dell’aggressore e negò sempre l’evidenza: in Inghilterra, continuò a sostenere William Cecil–Lord Burghley strenuamente, nessuno era mai stato perseguitato per motivi religiosi ma solo per dissidenza politica. Vale a dire per alto tradimento. Il fatto che tutti i cattolici fossero traditori era un’equazione data per scontata e sottolineata il meno possibile. In tutto ciò, il governo si dava tempo: pazientemente canalizzata, la gente si sarebbe allineata con un sistema che, in fondo, richiedeva solo una presenza formale al servizio domenicale. I cattolici inglesi, dal canto loro, impiegarono qualche tempo per capire esattamente cosa fosse da farsi: nei primi anni alcuni sacerdoti sostennero addirittura che i fedeli potessero tranquillamente presentarsi al servizio religioso di Stato purché poi andassero anche a Messa. Per questo, ad esempio, il marchese di Montague divenne un papista di chiesa. Persino Roma non fu lestissima a pronunciarsi in proposito, giacché la situazione era deliberatamente confusa. Ma il Papa proibì ufficialmente di frequentare il servizio anglicano nel 1566, ribadendo il giudizio del Santo Uffizio di due anni prima. Finalmente i due schieramenti si delinearono per quel che erano in realtà: radicalmente incompatibili. La ricusanza, cioè il rifiuto di partecipare alle funzioni di Stato, divenne così per il governo un fenomeno preoccupante. Cecil e compagni, però, non potevano non essere ottimisti: il papismo non avrebbe potuto che affievolirsi con gli anni, soprattutto per via della naturale estinzione degli anziani sacerdoti di Mary Tudor. Avendo il governo reso impossibili nuove ordinazioni, l’antica fede si sarebbe semplicemente estinta e la gente non avrebbe potuto fare a meno di confluire nella Chiesa di Stato. Ciò che nessuno aveva previsto era che quei rami appassiti potessero ricevere nuova linfa. William Allen e il seminario L’idea geniale venne a William Allen, un giovane ricusante, ex professore di Oxford, braccato in tutto il regno, che fuggì all’estero per essere ordinato sacerdote. Nel 1568, a Douai, nelle Fiandre, egli ebbe l’onore di essere il primo in Europa, dopo san Carlo Borromeo, ad applicare i decreti tridentini fondando un “seminario”, vale a dire un “vivaio” per i semi: terreno fertile di coltura per i virgulti destinati a diventare i pilastri della Chiesa. Linfa vitale del cattolicesimo. Fu quell’idea rivoluzionaria a sancire la sopravvivenza del cattolicesimo inglese. I giovani cattolici che fossero riusciti a lasciare l’Inghilterra avrebbero potuto ricevere un’istruzione consona alla loro fede ed eventualmente farsi sacerdoti. L’iniziativa ebbe un successo strepitoso. Da qui all’idea, da parte di alcuni, di tornare segretamente in patria per dare assistenza spirituale e amministrare i sacramenti ai propri correligionari, salvando così l’antica fede dall’estinzione. Non partirono per convertire gli anglicani, ma solo per prendersi cura del gregge abbandonato. Il successo strepitoso della missione, e la riconversione di moltissimi papisti di chiesa, furono però fatti innegabili che spinsero i più arditi dei missionari a cercare il dialogo con i protestanti e persino con i parlamentari, con i ministri e con la sovrana in persona. Di tutto ciò, come del resto del Pellegrinaggio di Grazia, non c’è traccia nei libri di storia italiani, rimasti ostinatamente ancorati all’obsoleta teoria whig-protestante del XVIII secolo, che volle fare di Enrico VIII, Edoardo VI ed Elisabetta I i portavoce del loro popolo. In realtà il popolo inglese si fece “anglicano” lentamente e dolorosamente, solo attraverso persecuzioni, propaganda anticattolica, falsificazioni della storia, finte congiure, diffamazione istituzionalizzata. La missione inglese è invece uno degli episodi più gloriosi della Riforma Cattolica. Cominciata dai sacerdoti di Allen, che sapevano benissimo di rischiare lo squartamento se scoperti, dopo qualche anno ricevette l’agognato rinforzo della Compagnia di Gesù, l’ordine recentemente fondato da sant’Ignazio pronto a evangelizzare, o rievangelizzare, il mondo intero. A questo punto, se il cattolicesimo non era disposto a lasciarsi cancellare, non esisteva una soluzione pacifica. Dopo gli imprigionamenti degli anni Sessanta, negli anni Settanta le esecuzioni si fecero sempre più frequenti. Le solite, infamanti esecuzioni per alto tradimento, quasi sempre dopo insopportabili torture. Ma non trattavasi di persecuzione religiosa: assolutamente no. Quei traditori morivano, si affrettò a spiegare Burghley al mondo intero, perché essendo fedeli al Papa non erano più fedeli alla regina. La quale, nel frattempo, mano a mano che invecchiava senza sposarsi né tanto meno concepire, andava sempre più appropriandosi di attributi mariani e divini facendo di necessità virtù, trasformando un gravissimo problema dinastico e nazionale in un mito giunto fino a noi. Gloriana, la Regina vergine, era pronta per l’adorazione incondizionata del suo popolo. Gli occhi della regina Il famoso “ritratto dell’arcobaleno”, del 1601, ritrae la Regina vergine al colmo della potenza e dello splendore, e senza mezza ruga nonostante i suoi 67 anni, mentre tiene nella destra un arcobaleno, simbolo di pace e anche della dea Iride, messaggera di Giunone, e con la sinistra dispiega il suo sfarzoso manto dorato come per invitare i fruitori a osservarlo da vicino. Ma perché mai, invece di motivi floreali o semplicemente ornamentali, l’interno del manto porta impresse innumerevoli immagini di bocche, orecchie, soprattutto occhi? E perché quel grosso, sinuoso serpente sulla manica sinistra? Semplice: per intimidire i suoi sudditi. Il manto che l’avvolge e la protegge indica infatti gli efficientissimi servizi segreti, grazie ai quali ella vede e sente tutto. La Grande Sorella li guardava. Quanto al serpente, con le sue spire, è il simbolo minaccioso della sua saggezza e della forza della sua mente, che porta in bocca il suo cuore (un grosso rubino) impadronendosene. Per chi abbia letto qualcuna delle lettere ufficiali da lei scritte, il parallelo tra le curve del serpente e la contorta mente regale viene spontaneo. Giacché i servizi segreti erano la sua arma più potente: di fatto, riuscirono a mantenerla sul trono ancora per 33 anni dopo la fatale scomunica. È proprio nel 1570 che William Cecil aveva cominciato a tessere la trama delle spie governative dando loro un ordine e una gerarchia. La prima impresa era stata un gran successo: il rapimento, nelle Fiandre, di un esule cattolico che era stato molto influente sotto Mary, John Story, e a cui Cecil e compagni avevano giurato vendetta. Nonostante avesse da anni cittadinanza spagnola, l’anziano professore di Oxford fu catturato, portato a Londra, barbaramente torturato nella Torre, fino ad avere l’onore di inaugurare la famosa forca triangolare di Tyburn, dove in tempi di abbondanza si potevano impiccare fino a dieci condannati insieme. Seguì lo squartamento rituale. Fu questa la risposta della regina alla scomunica di Pio V. Essendo Cecil-Burghley un uomo molto indaffarato, egli affidò le redini del nuovo efficiente servizio al suo fedele collaboratore, Francis Walsingham, che lo trasformò in un’arma praticamente invincibile avvalendosi di professionisti di prim’ordine e maestri di contraffazione. Esperti imitatori di sigilli e calligrafie, decifratori di codici segreti, fluenti in diverse lingue, gli agenti di Walsingham erano uomini svelti, intelligenti, pronti a tutto. Spesso erano ex cattolici, da lui “girati” con la corruzione o con il ricatto, che si infilavano in tutti gli ambienti nemici: comunità di ricusanti, di esuli politici, persino nei seminari di Douai-Rheims, persino nell’English College di Roma. Spesso erano anche uomini disperati, pronti a tradire chicchessia in cambio di un lauto compenso. Alcuni si misero a lavorare su due fronti, diventando doppi o tripli agenti; diversi ci rimisero la pelle. Quanto alle informazioni che passavano al loro padrone, non erano necessariamente vere: capitava che la realtà fosse amplificata a dismisura per amplificare il compenso. Così fece a tratti un agente che non rimase a lungo su suolo inglese ma che fu estremamente utile a Walsingham: un sedicente francese, tale Henri Fagot, che tradì il suo benefattore, l’ambasciatore Castelnau, il quale stava cercando di ottenere la liberazione legale di Mary Stuart attraverso la mediazione della Francia. Molti furono i cattolici inglesi (uno dei quali imparentato con Shakespeare) mandati al patibolo da Fagot; che poi altri non era che l’italiano Giordano Bruno, che dava sfogo così al suo odio anticattolico. Gli anni Ottanta furono, a dire del governo, tutto un fiorire di “complotti cattolici” contro la regina. Chissà, forse qualcuno era anche autentico ed era realmente promosso dai Guisa o dal Re di Spagna; per la maggior parte, però, furono opera di agenti provocatori che poi facevano brillare la bomba prima che scoppiasse. Così fu, probabilmente, la congiura sventata da Bruno, quella di Throckmorton; così fu, sicuramente, come dicemmo altrove, quella che portò i risultati maggiori e più graditi ai collaboratori della regina, quella di Babington. Gli “occhi” delle regina continuarono così a proteggerla lungo tutto l’arco del regno. Ormai non erano più soltanto i suoi occhi, ma anche le sue orecchie e la sua bocca. Come ammonisce il Rainbow Portrait, i suoi agenti la proteggono, la avvolgono, e nulla le potrà sfuggire. State bene attenti, sudditi, a quel che dite e fate. E anche a quello che non dite, non fate, non pensate, ma che viene comodo supporre che diciate, facciate, pensiate. Quanto al cuore che sta in bocca all’involuto serpente, è davvero quello della regina o è quello di un traditore, strappato sul patibolo? Alla morte di Walsingham, nel 1590, i servizi segreti passarono sotto l’egida del ventisettenne Robert Cecil, degno continuatore della politica paterna. Alla morte del padre, nel 1598, egli divenne l’uomo più potente del regno; quando morì anche la regina, orchestrò sapientemente la pacifica successione del protestante re di Scozia. Poi, nel 1605, secondo alcuni storici, agenti da lui assoldati diedero vita al “complotto” che diede il colpo di grazia alla causa cattolica: la Congiura delle Polveri. Padre Thomas Wodehouse e padre Cuthbert Mayne Per quanto il governo potesse fingere che l’assetto religioso non fosse poi cambiato di molto, e che tutto andasse bene nell’epoca aurea della regina vergine, il seminario di William Allen era un’autentica spina nel fianco: per colpa sua il cattolicesimo inglese non si sarebbe tranquillamente estinto e avrebbe minacciato di distruggere la vacillante Chiesa di Stato e il regime totalitario che dietro a essa si nascondeva. Per questo i primi sacerdoti consacrati a Douai, e che tornarono in patria a tener viva la fede tra i ricusanti (e non, per ora, a rievangelizzare i protestanti), rischiavano grosso. La scomunica di Pio V aveva dato al governo il pretesto che cercava: l’evidenza del fatto che nessun cattolico potesse essere fedele a una regina eretica e già deposta dal Papa. Non per nulla il 1570 vide una importante riedizione, riveduta, corretta ed ampliata, del Book of Martyrs di Foxe, le cui immagini di persecuzione e martirio erano ormai le uniche fruibili da parte del popolo. Dopo John Felton, John Story era stato la seconda vittima sacrificale pubblica del regime: il loro sangue servì a formare una nazione più consapevole della cosiddetta minaccia cattolica. Di lì a tre anni il seminario di Allen consacrò i primi sacerdoti; non a caso, proprio il 1574 vide un’altra vittima, questa volta un sacerdote, padre Thomas Wodehouse. Non apparteneva alla nuovissima generazione di missionari ma a quella precedente dei sacerdoti mariani. Il suo reato quello di mettere in discussione il nuovo assetto religioso e, forse, la legittimità della regina. Non ci sono giunti i dettagli della vicenda; sappiamo solo che gli fu chiusa la bocca per sempre, probabilmente per squartamento. Poi, nel 1577, fu la volta del primo martire del seminario di Douai, padre Cuthbert Mayne, ex pastore protestante, arrestato perché sacerdote cattolico. Nato nel Devonshire nel 1543 o ‘44, fu ordinato ministro anglicano intorno ai diciotto anni. Mentre studiava a Oxford, però, entrò in contatto con studenti poco ortodossi, molti dei quali erano sul punto di riconciliarsi con l’antica fede. Quando il governo intercettò una lettera in cui comparivano diversi nomi, fece scattare i conseguenti ordini di arresto; al che il giovane Cuthbert fuggì al seminario di Douai, fu riconciliato al cattolicesimo e poi ordinato sacerdote. Lasciò le Fiandre solo nel 1576. Giunto in patria, trovò rifugio presso il cattolico sir Francis Tregian, in Cornovaglia, e fu tradito da un nemico di quest’ultimo. Puntualmente, dopo il fatto, Tregian fu espropriato di tutti i suoi beni, passò ventotto anni in prigione e dovette poi ringraziare di non essere finito sul patibolo ma di essere invece spedito a morire in Spagna. Padre Mayne fu arrestato dall’alto sceriffo della contea, uno dei nemici di Tregian che per il suo atto eroico fu fatto cavaliere. Processato, fu condannato a essere squartato per alto tradimento. I capi di imputazione non accennavano neppure a eventuali complotti contro la regina, bensì applicavano le recenti leggi introdotte a partire dall’atto di uniformità: era tradimento, ad esempio, celebrare Messa. Il gioco si faceva sempre più duro. Padre Edmund Campion, padre Robert Persons & co. Da tempo William Allen cercava rinforzi, per la sua contro-riforma, presso l’ordine più prestigioso scaturito dalla Controriforma: la Compagnia di Gesù. Il Padre generale, però, preferiva formare i suoi prodigiosi missionari per mandarli in Estremo Oriente, piuttosto che vederli macellare nella vicina Inghilterra. Finché, nel 1579, anche per via della pressione di alcuni gesuiti inglesi, egli cedette. In quell’anno fu infatti ufficialmente aperta la missione inglese dei gesuiti per ordine della Santa Sede. Il primo gruppo in partenza era formato da due padri e un fratello laico gesuiti, più quattro sacerdoti del seminario di Allen e due giovani laici. Avevano due ordini principali: uno, tener viva la fede tra i ricusanti e i papisti di chiesa senza per nessuno motivo immischiarsi in questioni politiche né tentare di far apostolato tra gli eretici. Due, cercare di rimanere in vita il più a lungo possibile. Tutte cose non facili, naturalmente. I giovani missionari partirono separati, uno o due alla volta, per cercare di passare indenni attraverso il setaccio preparato per loro dai servizi segreti di Walsingham, che avevano frattanto divulgato in tutto il Regno la notizia che una falange di agenti segreti papali stava per sbarcare su suolo inglese per spodestare la regina e consegnare l’Inghilterra a Filippo di Spagna e al Papa, che avrebbero provveduto a mandare al rogo tutti i protestanti. Tutti i porti furono allertati come se si temesse un’invasione su larga scala. I missionari però passarono sotto mentite spoglie. Il padre gesuita Robert Persons, travestito da capitano delle guardie, riuscì persino a farsi regalare un cavallo e a preparare la via senza intoppi a un “mercante” che stava aspettando, ossia padre Edmund Campion. La missione dei due gesuiti fu un successo travolgente. Padre Persons riuscì addirittura a mettere in piedi una tipografia “magica”, che si poteva smontare, trasportare e rimontare altrove in tempi brevissimi, e a bombardare il Paese di scritti politicamente e religiosamente scorrettissimi, che mettevano a nudo tutte le debolezze del colosso statale dai piedi di argilla (ma mai accennavano a questioni politiche e tanto meno alla legittimità della regina). Spostandosi velocemente, e avvalendosi dell’aiuto di una quantità incredibile di laici, i due gesuiti riuscirono a coprire intere contee. Non solo amministrarono i
sacramenti e offrirono formazione ai ricusanti più incalliti, ma riconciliarono alla fede migliaia di “lapsi”, che avevano aderito alla Chiesa di Stato per debolezza o per paura. Di questo passo, l’impalcatura del “nuovo assetto” rischiava di barcollare e cadere. Fu data loro una caccia senza quartiere e senza esclusione di colpi; naturalmente fu messa una taglia esorbitante sul loro capo. Gli effetti non si fecero attendere. La prodigiosa missione gesuita durò appena un anno; quasi tutti i missionari, gesuiti e seminaristi, furono scoperti, torturati, condannati per aver complottato contro la regina. Solo padre Robert Persons riuscì a fuggire e i superiori gli negarono categoricamente di tornare in patria. Dall’estero, dunque, padre Persons divenne, insieme a padre Allen, il nemico numero uno del regime elisabettiano e dedicò la vita a smascherarne le strategie: gli scritti di Allen e Persons divulgarono la verità, in tutto il Continente, sulle atrocità che si commettevano oltre Manica in nome della legge. I dodici martiri che soffrirono tra il 1581 e il 1582 sono: Edmund Campion, S.J., Thomas Ford, William Filby, Ralph Sherwin, Alexander Briant, S.J., Luke Kirby, Robert Johnson, John Shert, Laurence Richardson, John Paine,Everard Haunse, Thomas Cottam, S.J. Il più anziano, probabilmente, padre Campion (41 anni); il più giovane, padre Briant (non ancora 25). Il martire più famoso, oltre che il missionario più carismatico e colto, è senz’altro padre Edmund Campion. La sua storia è però emblematica, molto simile a quella di tanti altri che rientrarono in Patria per tenere in vita l’antica fede e che finirono prima ferocemente torturati, poi altrettanto ferocemente squartati, tra atroci tormenti, sul patibolo dei criminali. Padre Campion era stato lo studente più promettente dell’università di Oxford, uno dei giovani “diamanti” d’Inghilterra, quanto a cultura, eloquenza e personalità. Quando, fuggendo all’estero, passò al nemico, il governo si sentì pertanto doppiamente tradito. Figuriamoci la reazione di Cecil e compagni quando vennero a sapere, dai loro agenti segreti, che egli era entrato nel famigerato ordine, spagnolo e papale, dei gesuiti. Appena tornato in Patria, padre Campion si lanciò nella sua impresa evangelizzatrice con grande impeto; anche perché sapeva benissimo (come testimonia il suo epistolario) che sarebbe stata soltanto una questione di tempo. Il suo arresto avvenne per una serie di coincidenze. Uno: decise, diversamente da quanto era solito fare, di tornare in un grande maniero appena lasciato, mosso a pietà dalle suppliche dei cattolici che vivevano nei paraggi e si erano persi la grande occasione di sentirlo predicare. Due: un cattolico rinnegato che ora serviva Walsingham passò di lì proprio quella domenica sperando che vi si celebrasse una qualche Messa clandestina; quale non fu la sua gioia quando venne a sapere che a celebrare sarebbe stato proprio il famoso padre Campion. Tre: la perquisizione del grande maniero era quasi terminata, dopo quasi ventiquattr’ore di smantellamenti e demolizioni, e i pursuivants (cacciatori di preti professionisti) stavano per porgere le loro scuse alla padrona di casa, quando uno di loro scorse una debole luce che filtrava dalla fessura tra due gradini, smontati i quali scoprirono il nascondiglio di Campion e di altri due sacerdoti. Portato a Londra e fatto sfilare per le strade tra il pubblico ludibrio, egli fu rinchiuso nella Torre e, rifiutatosi di abiurare e di passare alla Chiesa di Stato, fu prima selvaggiamente torturato, poi subito costretto a una disputa impari con un gruppo di teologi elisabettiani (dalla quale emerse vincitore), poi processato per alto tradimento. Non per aver rifiutato la supremazia regia, non per aver celebrato Messa, ma per aver tramato contro la regina in persona: era come criminale comune che si voleva la sua testa, non certo come martire. Tutti coloro che lo avevano ospitato o appoggiato finirono agli arresti e passarono guai seri. Qualcuno fu processato; qualcuno fu semplicemente arrestato ed eliminato in circostanze misteriose. L’esecuzione di padre Campion e di alcuni dei suoi compagni, il primo dicembre 1581, avvenne davanti a una folla che non credeva minimamente che quegli uomini fossero traditori della patria. Ancora una volta, un istante prima di morire, padre Campion difese se stesso e la propria fede in modo mirabile. La sua testimonianza provocò diverse conversioni, persino di giovani cortigiani, alcuni dei quali pagarono poi, a loro volta, con la vita. Padre Thomas Cottam Thomas Cottam morì quasi per sbaglio, giacché si trovava in Patria solo di passaggio. Nato nel 1549 nel Lancashire da genitori protestanti, studiò a Oxford, la più filocattolica delle due università, e divenne maestro a Londra. Anche il fratello maggiore, John, cattolico come lui, si diede all’insegnamento e fu assunto per la Grammar School locale dalla municipalità di Stratford, nel Warwickshire, la scuola quasi sicuramente frequentata dal giovane Shakespeare. Torniamo al fratello minore. Thomas Cottam si riconciliò con il cattolicesimo grazie al laico Thomas Pounde, di cui diremo tra breve; poco dopo fuggì all’estero, come tutti gli aspiranti seminaristi, che attraversarono la Manica senza permesso, e cominciò gli studi a Douai. In realtà si sentiva chiamato ad andare missionario in India; anche per questo entrò nell’ordine dei gesuiti, a Roma. Ebbe però problemi di salute: fece dunque ritorno a Reims per qualche tempo in attesa di guarire, dopodiché sarebbe potuto finalmente partire per l’Oriente. Ma purtroppo non vide mai quelle terre. Appena ordinato sacerdote, nel 1580, si stava recando in Patria per ristabilirsi definitivamente e per dire addio alla famiglia quando venne tradito da una spia ed arrestato, subito allo sbarco a Dover. Uno dei suoi compagni di viaggio escogitò un sotterfugio per farlo rilasciare ed egli riuscì così a raggiungere Londra sano e salvo. Quando apprese, però, che il suo salvatore stava ora passando guai seri per causa sua, si costituì. Arrestato, fu sottoposto a diverse sessioni di tortura con diversi strumenti, tra cui la famigerata Scavenger’s daughter, che comprimeva il corpo fino a farlo sanguinare. Processato insieme a padre Campion e ai suoi compagni, fu condannato a morte, ma dovette attendere sei mesi prima di giungere al patibolo. Condivise la pena dei traditori con i sacerdoti di Douai Filby, Kirby e Richardson. Furono tutti beatificati nel 1886. I dodici sacerdoti macellati ritualmente nella stagione 1581-82 furono resi celebri, e la loro memoria fu ripulita da ogni accusa politica, grazie a un fondamentale scritto apologetico di padre Allen, intitolato Breve storia del glorioso martirio di dodici reverendi sacerdoti giustiziati negli ultimi dodici mesi per aver confessato e difeso la fede cattolica, ma sotto la falsa accusa di tradimento, con una nota di varie cose accadute loro nella vita e nella prigionia e una prefazione riguardante la loro innocenza. Intanto il parlamento del 1584-85 inasprì le leggi anticattoliche. Padre Henry Walpole e padre Robert Southwell Nel frattempo Allen e Persons avevano fondato altri seminari, a Roma, in Francia, in Spagna. Padre Henry Walpole fu il primo martire del seminario di Valladolid. Nato nel 1558 da una famiglia cattolica, riuscì a ricevere l’istruzione da gentiluomo che gli spettava in quanto, come il giovane Campion, aveva giurato fedeltà alla supremazia regia e aveva quindi potuto laurearsi a Oxford. A ventidue anni assistette al dibattito impari tra un sanguinante e storpio padre Campion e i teologi della regina; in seguito, fu presente alla cruenta esecuzione sua e dei suoi compagni; Addirittura, Walpole si ritrovò il bianco corsetto che indossava macchiato del sangue del martire. Convertitosi, scrisse una poesia in onore di padre Campion e fuggì in Francia. Andò a studiare per il sacerdozio al collegio inglese di Roma, dove fu ammesso nella Compagnia di Gesù. Completò gli studi di nuovo in Francia; poi, ordinato sacerdote a trent’anni, seguì le truppe spagnole nelle Fiandre e fece loro da cappellano. Fu imprigionato per un anno dagli inglesi, che combattevano a fianco degli indipendentisti fiamminghi; poi si trasferì a Valladolid. Partì per la missione inglese nel 1593. Fu però identificato in una locanda, tradito da un compagno di viaggio, subito dopo lo sbarco, e immediatamente arrestato: era ormai reato, per un inglese, essere consacrato sacerdote all’estero e rientrare in Patria. Fu trasferito nella Torre di Londra, dove fu orrendamente torturato, dal notorio Richard Topcliffe, in almeno quattordici sessioni, fino a perdere definitivamente l’uso delle dita. Tenuto prigioniero per due anni, subì lo squartamento di rito nel 1595, dopo che, al processo, rifiutò come tutti i suoi compagni di pena di sottoscrivere la supremazia regia. Padre Robert Southwell fu certo il martire più celebre di fine secolo. Nato nel 1561 da una famiglia arricchitasi con le spoliazioni monastiche enriciane, fu però cresciuto nella fede cattolica. Fuggì a Douai giovanissimo; si diresse poi a Roma per entrare nella Compagnia di Gesù. Cominciò dunque gli studi sotto la direzione spirituale di padre Persons. Fu amico di padre Simon Hunt, che era stato (come il fratello di padre Cottam) precettore a Stratford, il paese del giovane Shakespeare. In breve, dopo l’ordinazione, Southwell fu nominato prefetto dell’English College nonostante la giovane età. Rientrò in patria nel 1586 insieme al nuovo superiore della missione inglese, padre Henry Garnet. Grazie al perfezionamento delle tecniche di nascondimento e di fuga e ai miglioramenti che erano frattanto stati apportati, i due riuscirono a sopravvivere molto più a lungo dei padri Campion, Cottam, Walpole. Di padre Garnet diremo in seguito. Southwell rimase nascosto nel sottosuolo ricusante per due anni, dicendo Messa, evangelizzando, predicando, scrivendo opere apologetiche e poesie. Poi, nel 1588, mentre il Paese affrontava l’Armada spagnola (e i cattolici subivano l’isteria di massa che ciò comportava), trovò dimora stabile presso Lady Anne, contessa di Arundel, il cui marito, Philip Howard (del quale altresì diremo tra breve), era prigioniero nella Torre per la sua fede. Di giorno stava nascosto in una camera segreta di cui solo pochissimi servitori erano a conoscenza; di notte portava avanti la sua attività missionaria tra i cattolici della zona. Nel frattempo scriveva e, grazie all’appoggio dei suoi ospiti e alla fitta rete di amici, stampava e divulgava. I suoi furono i primi scritti cattolici a essere stampati in Inghilterra dai tempi di Campion e Persons. Le sue opere, in prosa e poesia, gli valsero non solo la fama di grande apologeta, ma anche di esperto poeta e uomo di lettere. Le sue poesie furono i migliori esempi di barocco inglese e diffusero, tra l’altro, la “letteratura delle lacrime” (di dolore per i propri peccati e di conversione); la sua prosa, elegante e bilanciata, cercò sempre di rifuggire la polemica quanto più possibile; la sua apologetica fu sempre un accorato appello al lucido ragionamento. Cominciò a scrivere al marito della sua ospite che, dal carcere, aveva disperato bisogno di direzione spirituale. La loro corrispondenza sfociò presto in una intensa amicizia. Padre Southwell riprese la vita del missionario ramingo e braccato quando Lady Anne cadde in disgrazia, perché cattolica, e fu sfrattata. In ogni caso, il regime voleva la testa del gesuita a tutti i costi e per lui (e per i suoi ospiti) era diventato troppo rischioso fermarsi troppo a lungo in un unico luogo. Mentre girava le case dei ricusanti, divenne direttore spirituale anche del giovane Henry Wriothesley, conte di Southampton, il futuro mecenate di Shakespeare. È ormai certo che tra il missionario e il drammaturgo ci sia stato quantomeno un fitto rapporto letterario. La sua missione terminò nel 1592, mentre si trovava di passaggio nel maniero della famiglia Bellamy. Fu infatti tradito dalla giovane Anne Bellamy, che, arrestata, non resse alle sevizie e rivelò al torturatore ufficiale di Sua Maestà, Topcliffe, tutti i nascondigli segreti (priest holes) della casa e i giorni esatti in cui egli avrebbe potuto trovare l’ambita preda. Padre Southwell fu arrestato mentre ancora indossava i paramenti sacri. Per torturarlo meglio addirittura Topliffe se lo portò nella cantina di casa; egli, però, non proferì neppure una parola, nonostante fosse sottoposto a supplizi peggiori della morte. Rimase prigioniero per quasi tre anni prima di subire il solito processo-farsa e di essere condannato allo squartamento. Ma, diversamente da padre Campion e da tanti altri, non fu squartato da vivo: mentre penzolava dalla forca un gruppo di giovani nobili, non cattolici, si fece largo tra la folla e uno di loro lo tirò per i piedi per affrettargli la fine. Quando il boia ebbe finito il suo lavoro di accanimento sul corpo ed elevò la testa spiccata con il tradizionale grido «Ecco la testa di un traditore!», non ci fu nessuna ovazione da parte della folla, come da copione, ma tutto un ammutolito scoprirsi il capo. Le opere poetiche di padre Southwell vennero date alle stampe quello stesso anno senza alcuna obiezione da parte della censura ed ebbero un successo clamoroso. Evidentemente, dunque, non contenevano nulla di sedizioso. Anche William Shakespeare, che le aveva già lette in manoscritto, ne fu profondamente influenzato. Ex cortigiani: Pounde di Belmont e Philip Howard La ricusanza elisabettiana fu un fenomeno trasversale, non confinato a una classe sociale o a un ordine di vita, ed ebbe diversi rappresentanti persino a Corte. Ciò fu tanto più stupefacente quanto più aumentavano le pressioni governative. Alcuni, come il maestro di cappella reale William Byrd (il quale, tra l’altro, coraggiosamente musicò l’inno di padre Walpole in onore di padre Campion), furono lasciati relativamente in pace; altri dovettero pagare. Thomas Pounde di Belmont, nato nel 1539, era primo cugino del conte di Southampton. Come il favorito regio Christopher Hatton, si fece strada a Corte danzando e recitando negli intrattenimenti di palazzo (detti masques). Era un bel giovane e la regina lo ricoprì di favori, fino ad ammetterlo tra i gentiluomini che le facevano da guardie del corpo. Ma un giorno, si dice, nel 1573, il bel cortigiano fece uno scivolone mentre ballava e si prese un calcio e un commento cattivo da Sua Maestà, il che lo ferì nell’orgoglio e gli rivelò un lato relativamente nascosto di Elizabeth. Secondo la tradizione, fu lì che prese la decisione definitiva di convertirsi. Si diede allora all’assistenza dei prigionieri per la fede. Il suo comportamento destò sospetti; in breve, fu arrestato e gettato in prigione, dapprima per sei mesi, poi in modo definitivo. Dalla prigionia pregò un amico di scrivere al padre generale dei gesuiti, Everard Mercurian, implorandolo di ammetterlo nella Compagnia a distanza e sulla fiducia. Nel frattempo, insieme all’amico George Gilbert, aveva fondato una società di giovani laici consacrati che, provenienti da famiglie aristocratiche, rinunciavano a quasi tutti i loro beni per sovvenzionare la causa cattolica. Dopo tre anni di “prova”, nel 1578, padre Mercurian lo accettò nella Compagnia come fratello laico. Subì intanto numerosi interrogatori umilianti; fu fatto sfilare in catene, lui, nobile, per le vie di Londra. Fu messo alla tortura, ma non deviò di una virgola. Il passo successivo di tutta la trafila sarebbe stato la condanna a morte; invece Pounde fu gettato in un sotterraneo, poi in varie prigioni, poi di nuovo nella Torre. Come padre Southwell, scrisse diverse poesie dalla prigionia; la più famosa è una satira contro il martirolgo protestante John Foxe, bersagliato anche da padre Persons per le bugie contenute nel monumentale Book of Martyrs. Pounde rimase prigioniero, in tutto, ventinove anni. Fu rilasciato sotto Re Giacomo, quando fu rilasciato anche il conte di Southampton (arrestato da Elizabeth per motivi politici). Morì dieci anni dopo, nel 1614. C’è chi, tra gli studiosi, vede un riferimento a lui nella località di Belmont (il mondo cattolico), opposta a Venezia (la Londra protestante), citata ne Il mercante di Venezia shakespeariano.
ARTICOLO TRIARII
I martiri elisabettiani
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