di Fabrizio Lupi
Nel dibattito teologico contemporaneo, la figura del cardinale John Henry Newman viene spesso evocata come una sorta di “giudice supremo” per dirimere le questioni legate al primato della coscienza. Tuttavia, applicare il pensiero del grande teologo inglese alla complessa vicenda di monsignor Marcel Lefebvre richiede un rigore intellettuale non sempre presente. È il caso di un recente articolo, apparso sulla “Nuova Bussola Quotidiana”, del professor Trabucco, il quale, nel tentativo di liquidare la posizione della Fraternità sacerdotale San Pio X (FSSPX), finisce per cadere in tre equivoci di fondo, travisando sia il pensiero di Newman, sia la reale natura della resistenza lefebvriana.
Ecco perché la critica di Trabucco si rivela teologicamente infondata.
- Il feticcio dell’obbedienza cieca contro il deposito della Fede
L’errore centrale risiede nel ridurre l’identità cattolica a una pura obbedienza formale e disciplinare nei confronti dell’autorità papale del momento. Per l’autore, la disobbedienza si traduce matematicamente in scisma. Questo approccio tradisce un legalismo sterile che ricorda da vicino l’atteggiamento censurato da Nostro Signore Gesù Cristo nel Vangelo, quando accusa i dottori della legge di attaccarsi alle minuzie del diritto dimenticando l’essenziale: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’anèto e del cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà» (Mt 23,23).
Il cardinal Newman, in perfetta consonanza con il Vangelo, spiega che l’obbedienza al Pontefice non è un assoluto slegato dal contesto: il Papa è il custode della Rivelazione, non un sovrano assoluto della verità. Quando un’autorità ecclesiastica impone direttive che un cattolico giudica in coscienza – dopo un serio discernimento basato sul Magistero di sempre – come nocive per la fede, si entra in uno “stato di necessità”. In questo caso, l’obbedienza a Dio e alla Tradizione oggettiva prevale necessariamente sull’obbedienza formale alle minuzie burocratiche degli uomini.
- La confusione tra “libero esame” e sottomissione alla Tradizione
Trabucco accusa monsignor Lefebvre di aver usato la coscienza esattamente come Martin Lutero: come fonte di una “nuova verità” alternativa a quella del Papa. Si tratta di un abbaglio storico e teologico.
Newman ha condannato il “libero esame” protestante perché esso rivendica il diritto del singolo di inventare una propria dottrina interpretando la Scrittura a piacimento. Ma la FSSPX e il suo fondatore non hanno inventato alcuna novità. Al contrario, hanno fatto appello alla coscienza per rimanere fedeli a ciò che la Chiesa aveva sempre insegnato per secoli. Non siamo di fronte a una coscienza che crea la verità (Lutero), ma a una coscienza cattolica che si sottomette alla Tradizione ricevuta.
- La coscienza come dovere, non come capriccio relativista
Un altro punto debole dell’analisi della “Bussola” è l’attribuzione a monsignor Lefebvre di una concezione di “coscienza sovrana” intesa in senso moderno e relativista, ovvero come un’emancipazione capricciosa dalle regole della Chiesa.
Per Newman, la coscienza è il «vicario originario di Cristo», una legge divina impressa nel cuore dell’uomo che non conferisce diritti egoistici, ma impone doveri drammatici. La storica decisione di monsignor Lefebvre di consacrare i vescovi nel 1988 non nacque dall’orgoglio o dal desiderio di rottura, ma dal dovere morale di garantire la sopravvivenza del sacerdozio tradizionale. L’intenzione profonda non era l’insubordinazione, bensì la conservazione e la difesa dello stesso Papato e della Chiesa di sempre contro la sovversione teologica, liturgica e pastorale in atto ad opera delle stesse gerarchie cattoliche.
Conclusione
Il celebre brindisi di Newman – prima alla Coscienza e poi al Papa – non era una provocazione liberale, ma la sintesi della teologia cattolica: l’obbedienza è subordinata alla Verità. Quando si confonde la fedeltà al dogma con il rispetto ossequioso delle “minuzie del diritto”, si tradisce la missione stessa della Chiesa. L’argomentazione di Trabucco – e non solo di Trabucco, ma di tutto un ambiente ben preciso – fallisce perché dimentica che difendere la Tradizione non significa essere protestanti, ma essere pienamente cattolici difendendo la Chiesa e i fedeli dai veri protestanti.
da www.aldomariavalli.it