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Memoriale Viganò: il cerchio si stringe ma l’Italia non ne parla

Autore: Cristiano Lugli

L’affaire Viganò si accinge a far emergere risvolti sempre più importanti per l’attuale situazione nella Chiesa. Per quanto il mainstream italiano cerchi con tutti gli sforzi possibili di insabbiare o, comunque, di attaccare l’ex Nunzio per depotenziare la portata senza precedenti storici del suo memoriale, il muro del silenzio è ormai stato abbattuto, e come una valanga di neve che in discesa prende sempre più velocità e potenza, il macigno della verità si schianta su Vaticano e satelliti intorno.

La tensione è alta, e gli stessi fedeli iniziano a non vederci chiaro. L’establishment allineato tenta di oscurare lo scandalo che colpisce la Chiesa per proteggere Bergoglio, nonostante lui sia l’ultima (importante) ruota del carro. Se è vero che i problemi vengono da molto prima, è altrettanto vero, come dice giustamente il vaticanista Aldo Maria Valli, che adesso conta più Bergoglio degli abusi. Ovvero: se il sistema mass-mediatico liberale, ateo e di sinistra ha speso anni e anni per attaccare la Chiesa sul fronte della pedofilia, oggi abbandona la propria “battaglia” per difendere il papa venuto dalla fine del mondo.

Eppure, nonostante questi vili tentativi, la vox populi si alza – specialmente all’estero. La visita di Francesco in Irlanda non è stata tutta rose e fiori come si è voluto far credere, e nemmeno le parole di denuncia durante l’omelia della domenica sono servite a fermare la manifestazione di protesta che migliaia di cittadini hanno organizzato a Dublino per “accogliere” la visita di Bergoglio.

(foto delle proteste a Dublino per l’arrivo del Papa)

Parimenti nessuno in Italia ha parlato dei sit-in organizzati la settimana scorsa a Washington dagli insegnanti di religione della diocesi, che riuniti davanti alla Cattedrale dell’Immacolata Concezione hanno chiesto a gran voce la rimozione del Cardinal Wuerl, coinvolto nel velo di omertà che coinvolge la diocesi di Washington di cui ora è ancora arcivescovo, succedendo a McCarrick.

Durante la Messa di domenica scorsa celebrata da Wuerl proprio nella sua Washington – dalla quale pare essere sparito per un richiamo a Roma – un fedele, durante l’omelia dedicata ai recenti scandali emersi, ha urlato all’ Arcivescovo “Shame on you!”, che italianamente parlando significa “Vergognati!”. L’urlo ha rotto l’attenzione all’omelia nel momento in cui Wuerl ha chiesto di pregare per Papa Francesco “perché vittima di un palese e violento attacco”, come a sminuire la portate delle accuse e l’oggetto di esse, cioè gli abusi sessuali. Insomma, il malcontento è altissimo perché in America la gente sa, e da Pittsburgh – diocesi in cui Wuerl è stato vescovo dal 1988 al 2006 – le grida di scandalo continuano ad alzarsi. Curioso è che Wuerl, dopo aver chiesto le dimissioni nel 2015 per raggiunti limiti di età e di fine mandato, nonostante le voci che già circolavano sulla sua presunta copertura di diversi sacerdoti che abusavano di bambini, è stato lasciato tranquillamente al suo posto.

Nessuna spiegazione, nessuna risposta. Solo una lettera che Wuerl ha inviato a tutti i sacerdoti della diocesi. Questa è la linea di tutti i prelati coinvolti nel memoriale Viganò: nessuno vuole parlare e nessuno vuole smentire con argomenti solidi. Ci ha provato Semeraro intervistato da Repubblica, ma il paladino dei raduni “catto-gay” ad Albano laziale non ha fatto altro che peggiorare le cose affermando che McCarrick non può aver influito sull’elezione di Francesco al conclave perché non votante. Il vero peccato è che pochi giorni dopo sia circolato in rete il video in cui Mcgayrrick, nel 2013, spiegava della sua forte influenza sulla corrente bergogliana che avrebbe poi eletto Francesco.

Il resto delle berrette rosse sostanzialmente non risponde. Il New York Times ha provato a contattare tutti gli alti vertici coinvolti nel memoriale: da Sodano a Bertone, da Parolin a Wuerl, ma hanno tutti glissato facendo rispondere i propri portavoce. Ciò di cui i media americani sono a caccia è la questione sanzioni Benedetto XVI: ci sono state o no? Erano attuate o no? Di chi è la responsabilità nel caso in cui non fossero state attuate almeno fino all’arrivo di Bergoglio? Anche (e soprattutto qui) nessuna risposta.

Sempre il New York Times ci ha ricordato che il Cardinal Joseph Tobin si è detto allo scuro di ogni tipo di restrizione che sarebbe stata inflitta negli anni a McCarrick il quale, in effetti, non ha mai avuto l’aria di essere uno volto alla penitenza o alla punizione in vista di una redenzione. Oltre ai viaggi a Roma, alle conferenze, alla trasferta in Iran ed altre apparizioni pubbliche, forse non tutti sanno che nell’ormai noto compleanno di Benedetto XVI festeggiato in Vaticano 2012, dove era presente McCarrick, l’oggetto dell’incontro non era il canto del “tanti auguri” e la torta con kiwi e fragole fresche. Venne scelta la concomitanza del compleanno di Ratzinger per ritrovarsi ad una festa sponsorizzata dalla Papal Foundation, sopra la quale McCarrick aveva messo le mani per portare milioni e milioni di dollari in Vaticano ogni anno, in modo da rimanere probabilmente illeso. Il 16 aprile 2012, per questa occasione, erano presenti il Cardinale Justin Rigali di Philadelphia e lo “Zio Ted”, già in pensione, di Washington. Scopo della fondazione quello di raccogliere fondi in onore del papa per costruire poi chiese e seminari. E chi, più di McCarrick, poteva ambire alla costruzione di sempre più numerosi seminari, per farli diventare i nuovi inferni dell’omosessualismo pedofilo presente nel clero? In quell’occasione James Coffey, vicepresidente della Fondazione, dichiarò che solo nel 2012 erano stati raccolti più di sei milioni di dollari.

Ma tornando a questi giorni abbiamo visto come il silenzio promesso da Viganò sia durato strategicamente poco perché, come normale che fosse, tutti sarebbero corsi ai ripari interpellando ed ingranando la macchina del fango da cui il monsignore ha dovuto difendersi. Viganò ha tirato fuori il caso Kim Davis, l’attivista americana condannata per aver negato le licenze “matrimoniali” a persone dello stesso sesso e che incontrò Bergoglio nel 2015, in America. Tutti conosciamo le reazioni della Sala Stampa Vaticana, che volle chiarire come quel “breve incontro del Papa non deve essere considerato come un appoggio alle posizioni della signora”. L’ex Nunzio però torna ad attaccare dicendo che il papa mentì, essendo stato messo a conoscenza di tutta la situazione riguardante la signora Davis. Il 3 settembre, con un comunicato a firma di Padre Federico Lombardi, il Vaticano cerca di difendersi affermando che fu Viganò a proporre l’incontro con la funzionaria anti-LGBT pur sapendo che avrebbe provocato ampio clamore. Lombardi continua affermando che il Vaticano lo approvò senza essere debitamente informato sule ripercussioni che avrebbe potuto creare. Un vero autogol che forse, anche in questo caso, sarebbe potuto essere evitabile attraverso il vil silenzio. Cercare di scagionarsi da un fatto portando a sostegno la non previsione delle ripercussioni è quanto meno ridicolo, visto i soggetti coinvolti nella vicenda. Un’abiura, che Padre Federico Lombardi non ha comunicato da solo, ma in compagnia del suo assistente di lingua inglese Thomas Rosica. Il confitto di interessi del Rosica, completamente appartenente alla lobby gaia che risiede in Vaticano e dintorni è assolutamente palese in questa vicenda. La figuraccia con i movimenti LGBT che Rosica appoggia alla luce del sole doveva essere evitata, smentita, bandita. E già ci provò in tempi non sospetti, mentendo nell’affermare che Francesco non aveva mai incontrato Kim Davis. Fu costretto al dietrofront dopo che i media americani portarono le prove. Rosica, messo con le spalle al muro, specificò però che l’incontro era stato semplicemente uno dei tanti e casuali di quei giorni.

D’altronde il padre basiliano canadese ispira il suo sacerdozio al “prete” eretico e gay Gregory Baum, morto il 18 ottobre 2017 dopo una vita di rigetto dell’insegnamento cattolico su temi morali come contraccezione, omosessualità; passando per temi più teologici e di fede come la devozione alla Santa Vergine, la natura del sacerdozio e l’Autorità della Chiesa.

Ma le sviolinate che Rosica suona all’attivismo gay non si fermano qui, perché nel 2015, a Sinodo già iniziato, concesse un pass stampa a Francis DeBernardo del New Ways Ministry, un gruppo “cattolico” dissidente i cui fondatori, suor Gramick e padre Nugent, furono censurati persino dal Vaticano. Nonostante la sua non appartenenza all’ordine dei giornalisti, l’attivista gay DeBernardo ebbe pure il privilegio di fare una domanda durante una conferenza, essendo stato agevolato dall’addetto alla sala stampa lingua inglese che, di contro, lasciò fuori il resto dei giornalisti cattolici. Era evidente che Rosica, sicuramente con buona riuscita, tentò di influenzare i procedimenti del Sinodo in favore di un programma omosessualista che fosse finalmente aperto in modo pubblico nella Chiesa.

Va da sé che padre Rosica sia anche un forte sostenitore e follower di Padre James Martin, in particolare dopo l’uscita del suo libro “Building a Bridge”. Rosica criticò anche l’arcivescovo di Philadelphia, Charles Chaput, a seguito delle correzioni che il prelato fece a Martin per essersi allontanato dall’insegnamento della Chiesa sul tema dell’omosessualità.

In conclusione: gli specchi diventano sempre più scivolosi, e ora che il rapporto redatto dal Gran Giurì della Pennsylvania sugli abusi sessuali, con 1400 pagine di dossier con tanto di citati nomi e cognomi, è pronto,  la faccenda si fa sempre più complicata perché provocherà reazioni sulle tante vittime che forse ancora non hanno avuto il coraggio di parlare. Alcune delle vittime, dice l’introduzione al dossier, potrebbero essere recenti e quindi in un età ancora molto pericolosa per quanto riguarda le conseguenze degli squallidi abusi dei preti omosessuali e pedofili che sono stati coperti dalla gerarchie locali e non.

Vale la pena leggere, per quanto possa provocare vomito e disgusto, tutta l’introduzione tradotta in esclusiva da Elisabetta Frezza per  il sito di Riscossa Cristiana: ci si potrà rendere conto di come tanti  – e quanti fra vescovi e cardinali, oltre che i sacerdoti colpevoli, quelli ancora vivi – saranno chiamati a rispondere in tribunale. Lì sarà il momento in cui non pochi canteranno, confesseranno e, probabilmente, faranno i nomi di tutti quelli a cui il procuratore Josh Shapiro non è ancora arrivato per il velo di omertà fra i clericali e lo shock tramutato in paura e blocco delle stesse vittime.

Nel mentre, in questi giorni, il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione,  è stato rinviato a giudizio nell’ambito dell’inchiesta sugli abusi avvenuti nella sua diocesi fra gli anni ottanta e novanta. Barbarin avrebbe coperto a suo tempo numerose violenze di un prete su giovani scout.

Un coraggioso prete, di contro, ha organizzato una petizione di firme per chiedere le dimissioni dell’arcivescovo: “Se ha riconosciuto l’errore della mala gestione, perché resta ancora lì?”, si domanda don Pierre Vignon nella lettera di raccolta firme che ha lanciato. “Non voglio essere considerato come un suo complice”, sottolinea il sacerdote francese.

Le voci in difesa di Barbarin sono attualmente poche, segnalando un certo ed ulteriore imbarazzo nelle alte gerarchie ecclesiastiche. Il processo è previsto per gennaio, ma potrebbe essere rinviato proprio a causa della Santa Sede che, guarda caso, non ha ancora risposto alla richiesta della procura di Lione per far partecipare al processo Luis Francisco Ladaria, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, anch’egli rinviato a giudizio insieme all’Eminenza Barbarin e ad altri cinque collaboratori. Secondo alcune voci alzatesi in Francia, Ladaria sarebbe stato informato da Barbarin su alcuni abusi, ma avrebbe cercato di minimizzare la vicenda.

Il Papa, ovviamente, non si è ancora pronunciato sul caso francese, provocando l’ira delle associazioni delle vittime costituitesi lungo gli anni e ora forse giunte ad un verdetto – si spera – di giustizia, e che accusano il Vaticano di essere ancora poco chiaro e collaborativo sull’inchiesta.

I media americani non smettono di chiedersi come mai né Bergoglio né Ratzinger abbiano voglia di fare chiarezza ma preferiscono, vilmente, rimanere nel silenzio che fa pensare inevitabilmente a grandi responsabilità in questo flagello, che come mai prima ha colpito la Chiesa.

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