Come “Duc in altum” ha riferito [qui, qui e qui], il giorno della Candelora, 2 febbraio 2026, la Fraternità sacerdotale San Pio X (FSSPX) ha comunicato che il prossimo 1° luglio avverrà la consacrazione di nuovi vescovi, a distanza ormai di trentotto anni da quella compiuta direttamente dal fondatore, Monsignor Marcel Lefebvre. È un evento di grande importanza, comunque lo si voglia giudicare, per la storia non solo della Fraternità, ma per tutto il mondo della Tradizione.
Alla luce del comunicato della Fraternità, vista anche la indisponibilità del Vaticano – almeno finora – a un confronto costruttivo in materia nonostante i tentativi portati avanti con il nuovo pontefice dalla Fraternità stessa, vorrei svolgere alcune riflessioni di carattere generale.
A questo punto sorge spontanea e inevitabile una domanda, certamente banale per chi è addentro a tali questioni, ma ineludibile nelle conseguenze che occorre trarne. Vale a dire: Leone XIV, seppur in questi mesi abbia palesato idee in piena continuità con le derive bergogliane (soprattutto nell’ecologismo panteista e in campo morale con l’apertura al perdonismo indiscriminato verso coloro che si fanno attuatori e sostenitori ideologici della sodomizzazione della società e del cosiddetto “gender”, ovvero del peccato che grida vendetta al cospetto di Dio), appare però essere uomo di fede sincera, di preghiera, di spiritualità agostiniana, uomo mite – a differenza del suo predecessore – nei modi e nelle idee. Allora, cosa può spingerlo a irrigidirsi sulla questione al punto da rifiutare ogni
possibile via di pacificazione e spingere quindi la FSSPX a compiere un atto, in sé assolutamente necessario, senza il consenso di Roma, nonostante l’Ordine abbia fatto il possibile per averlo? Perché continuare a perpetrare una situazione difficile che dura ormai da quasi quarant’anni, anziché trovare la soluzione definitiva e portare la pace e l’unità completa – anche formalmente – con una parte sempre più consistente e qualificata della Chiesa universale? Perché Leone ha rifiutato e rifiuta di trovare vie di soluzione che provocherebbero gioia e arricchimento per tutti? Non è forse a capo della cosiddetta “Chiesa dell’inclusione”? Della “Misericordina”? Del “dialogo” sistematico e “senza preclusioni”? Di quella Chiesa che “non ha nemici” e “non condanna nessuno?”. Del “todos, todos, todos”?
Così facendo, sembra che il clero conciliar-sinodale sia inclusivo e interessato solo ed esclusivamente nei riguardi degli apostati, eretici, infedeli, atei, tutti peraltro sistematicamente impenitenti (condizione questa sempre dimenticata, eppure assolutamente essenziale, perché possa esserci reale e sensato perdono).
Perché la Chiesa inclusiva, nella quale si include tutto e “todos”, anche il più abominevole peccato, che grida vendetta al cospetto di Dio, si chiude a riccio verso il clero, e quindi anche verso i laici, che seguono la tradizione della Chiesa dei venti secoli, che si sentono uniti con la Chiesa Cattolica fondata da Nostro Signore Gesù Cristo e guidata da Pietro e dai suoi successori e che null’altro chiedono se non di restare fedeli al Vangelo, alla legge naturale, alla fede e alla liturgia di sempre? Perché proprio e solo costoro non possono essere neanche ricevuti o comunque ascoltati come degni interlocutori? Perché coloro che sono stati sospesi, scomunicati (e dico questo al netto della reale validità ed effettività di tali scomuniche) non possono essere reintegrati ufficialmente? È strano, no? Come se fossero gli unici colpevoli del mondo a non poter essere inclusi, gli unici con i quali il dialogo non ha più valore.
Questo è un dato di fatto oggettivo: non è vero che il clero conciliare non ha nessun nemico. Un nemico ce l’ha: il loro nemico sono i figli della Chiesa di sempre, da quasi sessant’anni reietti, perseguitati, in vari casi condannati o cacciati.
Occorre essere chiari in proposito. Il problema di fondo, per il clero conciliar-sinodale, non è tanto il loro odio, o almeno rifiuto, della celebrazione della santa messa nel rito romano antico e apostolico, quanto il rifiuto da parte del mondo della Tradizione delle innovazioni dottrinali e pastorali del Concilio Vaticano II. Non è tanto insomma il rito, quanto la dottrina.
È questo il nodo scorsoio che strangola chi non si adegua al cambiamento.
Certo, per alcuni dei più radicali odiatori della Chiesa di sempre, è anche il rito. Basti pensare a esponenti come il cardinale Roche o altri ancora, a tutti i gradi, dai vertici più alti ai semplici sacerdoti: per costoro, la messa teocentrica è il nemico contro cui combattere per rivoluzionare e sovvertire definitivamente la Chiesa al fine di adattarla alla futura religione mondiale “adveniente”, per trasformarla ovvero nella Chiesa dell’Uomo che si fa dio e non più di Cristo Dio fattosi uomo. Però costoro sono in realtà solo la punta estrema della rivoluzione, sono i “giacobini” del Concilio e del sinodalismo, se così si può dire.
Invece per gran parte anche del clero conciliar-sinodale (i “girondini”), non è tanto la questione liturgica che si pone come un passaggio insormontabile. La riprova risiede nel fatto che, nonostante la guerra che Bergoglio ha fatto alla messa di sempre, questa non solo sopravvive, ma si diffonde sempre più. Ciò accade certamente anzitutto perché “bonum diffusivum sui” e perché Dio trae il bene dal male, ma anche perché, effettivamente, la persecuzione bergogliana è stata – ed è ancora oggi – volutamente blanda (se volessimo dirla tutta, vi era maggiore e più radicale chiusura sotto i pontificati di Paolo VI e Giovanni Paolo II).
Alla fine della fiera, al di là dei tuoni e fulmini dei documenti bergogliani fino alla “Traditionis custodes”, la messa antica è stata limitata, ristretta, ma non proibita in sé. Potremmo dire che Bergoglio ha cercato di impiccarla, ma non ha mai stretto del tutto il nodo scorsoio, lasciandole sempre un po’ di fiato per poterla far comunque sopravvivere in qualche maniera e in qualche antro.
Avrebbe potuto, infatti, almeno ipoteticamente (perché praticamente gli era del
tutto illecito), visti i suoi metodi usuali, minacciare (e porre in atto) la scomunica per chiunque celebrasse o partecipasse alla messa in rito romano antico, e questo sì che sarebbe stato un duro colpo per moltissimi fedeli e sacerdoti, che lo ritenevano papa a tutti gli effetti.
Ma non lo ha fatto. Questa è la verità.
Tra gli stessi vescovi, pochi hanno eseguito alla lettera le restrizioni bergogliane. Molti hanno fatto i vaghi, qualcuno ha tolto la messa di sempre da chiese importanti e ha lasciato che si celebrasse magari in posti più nascosti, qualcun altro ha disobbedito del tutto.
Insomma, la messa antica è perseguitata, ma sempre tenuta in vita, volenti o nolenti (e infatti, il “partito giacobino” anti-tradizione è sempre più infuriato). Del resto, vi sono interi ordini sacerdotali e monastici, oltre che un numero vastissimo di sacerdoti, che hanno il permesso ufficiale del Vaticano di celebrarla, sebbene previa accettazione pubblica del rito montiniano (e qualcuno, qua e là, anche senza questo cedimento). E questa è la prova definitiva di quanto affermiamo: ovvero, il cuore del problema non è tanto la liturgia, ma la dottrina.
Il vero problema, ciò che porta allo scontro, alla chiusura, al non perdono, alle sospensioni e scomuniche, si chiama Concilio Vaticano II.
Questo è il punto, questo è il vulnus, questo è praticamente il vero perno intorno a cui ruota tutta la guerra. Chi accetta il Concilio, può anche celebrare la messa di sempre. Chi non lo accetta, è fuori. Perché non accetta la Nouvelle Èglise con la sua Nouvelle Théologie. Ecco il cuore di tutta la questione.
Gli stessi colloqui che la FSSPX ebbe con il cardinale Ratzinger prima e Benedetto XVI dopo si arenarono sull’obbligo dell’accettazione pubblica del Concilio (cosa su cui la FSSPX non ha mai ceduto), non sulla questione liturgica. Del resto, proprio Benedetto – per usare l’orribile e insopportabile concetto – “liberalizzò” la messa di sempre, sebbene con la condizione per tutti, come detto, dell’accettazione previa del Concilio e, di conseguenza, del rito rivoluzionato montiniano.
Così come dobbiamo essere, nella società, tutti obbligatoriamente figli della Rivoluzione francese e dei suoi due prodotti primigeni (liberalismo ed egualitarismo socialista), così nella Chiesa dobbiamo tutti essere obbligatoriamente figli del Concilio Vaticano II. Il quale, come è stato giustamente definito dal cardinale Suenens (ovvero dal suo primo paladino), “è il 1789 della Chiesa”.
Ecco perché è lecito, e anzi del tutto corretto, al contrario di quanto sostengono vari conservatori, definire il clero con il termine “conciliare” e oggi pure “sinodale”: perché si tratta di una vera e propria altra religione, in cui dio è l’uomo, e non più quell’Uomo-Dio che ci ha redento tutti.
Perché il Concilio Vaticano II è così fondamentale? Così “divisivo” (ovvero, proprio ciò che, paradossalmente, essi più condannano)? Perché proprio l’unico Concilio dichiarato non “pastorale” e non dogmatico, e proprio dal papa che lo ha indetto, diviene uno spartiacque dottrinale e ideologico che di fatto cancella tutta la retorica pacifista, dialoghista, mondana e laicista del clero conciliar-sinodale? Perché proprio e solo questo Concilio, quello dell’apertura al mondo da parte della Chiesa che “non ha nemici”, porta alle sospensioni e alle irregolarità fino alle scomuniche contro i nemici? Ovvero, alle chiusure e alla fine del dialogo con i nemici? Ovvero: all’ipocrisia più palese e insopportabile, oltre che all’apostasia?
Poniamoci un’altra domanda, e diamoci serena risposta. Che fine hanno fatto, negli ultimi sessant’anni, i precedenti venti concili ecumenici della Chiesa cattolica, per altro tutti dogmatici?
Facciamoci al riguardo un’altra domanda, tutt’altro che provocatoria o peregrina: se una persona ponesse in dubbio una verità di fede fra quelle dichiarate nei venti concili precedenti, verrebbe scomunicato da questo clero conciliar-sinodale? Se un sacerdote ponesse il dubbio sulla verginità perenne di Maria Santissima, o sulla Redenzione universale di Cristo, o sull’“Extra Ecclesiam, nulla salus”, verrebbe scomunicato? O non verrebbe forse giustificato e magari premiato in qualche maniera?
A chi pensa di rispondere affermativamente, dico subito: “Non ci provare!”. Abbiamo plurimi esempi di sacerdoti, vescovi e pure cardinali, anche notissimi, che hanno negato pubblicamente le verità di fede di sempre (un noto e celebrato cardinale ha ridotto la Risurrezione a mito paradigmatico della liberazione dell’Uomo dai suoi limiti), ai quali non solo non è accaduto nulla, ma spesso vengono celebrati e seguiti come maestri della Chiesa conciliar-sinodale.
E allora, non è proprio questa la riprova assoluta, semplice, certa ed evidente (per usare la terminologia cartesiana e occamista) del fatto che il Concilio Vaticano II è considerato diverso – proprio anzitutto da tutto il clero conciliare – rispetto a tutti quanti gli altri del passato, nel senso che ormai è ritenuto, almeno nella prassi teologica pastorale, l’unico vero Concilio che la Chiesa odierna deve seguire? E quindi, di conseguenza, chi non lo segue non merita nessun dialogo, né perdono, ma solo scomunica? Verso i “diversi” essi si comportano in maniera non differente da quell’Inquisizione e da quel Sant’Uffizio che per loro sono di scellerata memoria. Peccato però che l’Inquisizione e il Santo Uffizio operavano a servizio della Verità immutabile nei secoli dei secoli del Vangelo, del Magistero e della Tradizione. Mentre costoro puniscono, con gli stessi metodi ma con maggiore durezza, esattamente coloro che si schierano a favore di tutto questo.
Qaule la prova – ancora una volta – “chiara ed evidente” che ormai costoro (il clero ma anche il laicato conciliare) non credono e quindi non aderiscono più alla Chiesa di sempre, ma la occupano, in qualche modo, specie se rivestono cariche? Non è forse vero che il Vaticano II è l’unico concilio che ha uno “spirito” che non finisce mai (il celeberrimo “Spirito del Concilio”), e che, in quanto “Nuova Pentecoste” ha sostituito l’unica vera Pentecoste divina della Storia?
E allora, come si può accettare, e obbedire, come fosse dogma, a un Concilio, per di più pastorale, che si pone in alternativa alla Chiesa di sempre figlia dell’unico Spirito Santo Dio e della sua unica Pentecoste?
Conosco personalmente sacerdoti ai quali è stata tranquillamente data la possibilità di celebrare la messa di sempre, ma non appena hanno deciso di non celebrare più il rito montiniano (e quindi di non seguire più lo “spirito del Concilio”) sono caduti nella sospensione e nella persecuzione, fino alla minaccia della riduzione allo stato laicale.
Per cui: chi non segue il Concilio viene “condannato a morte” (dal punto di vista ecclesiale), mentre il cardinale che riduce la Risurrezione di Cristo (ovvero, come dice san Paolo, la ragione stessa della nostra Fede) a mero simbolo è celebrato a modello teologico e perennemente invitato a destra e a manca. Sono cattolici costoro?
Proprio qualche giorno fa Leone XIV ha ancora ribadito le sue celebrazioni della Concilio, della “Nuova Pentecoste”, di cui oggi vediamo i meravigliosi risultati in tutti i campi e quotidianamente.
Si consideri anche questa banale quanto non accettata verità. Se il Concilio Vaticano II si potesse davvero “leggere alla luce della tradizione”, come pretendeva astutamente e hegelianamente Joseph Ratzinger e come ripetono a pappagallo i conservatori che vorrebbero disperatamente salvare la capra della tradizione e i cavoli del Concilio sovversivo, non ci sarebbe nessun problema. Lo stesso Benedetto XVI avrebbe potuto tranquillamente pacificare completamente i suoi rapporti con la FSSPX, alla quale tolse sì la scomunica, senza però giungere alla piena regolarizzazione canonica.
E perché invece ciò non è accaduto? Per la messa antica? Ma se proprio lui ha concesso il motu proprio per “liberalizzarla”. La ragione invece risiede nella necessaria, inevitabile e giusta ritrosia della Fraternità a riconoscere la validità teologica e pastorale piena e indiscutibile del Concilio Vaticano II (e, di conseguenza, do accettare di celebrare il rito montiniano). Quindi niente accordo e niente regolarizzazione.
Se non è accaduto, è perché il cuore della questione è la Rivoluzione dottrinale e spirituale del Concilio Vaticano II, che nessuno deve permettersi di rifiutare.
Il compromesso risiede in questo: accettando di celebrare il rito montiniano, di fatto si accetta non solo la rivoluzione liturgica di Montini, ma anche la rivoluzione dottrinale, teologica e spirituale del Concilio Vaticano II: perché se accetti il figlio, accetti pure il padre, è ovvio.
Chi invece rifiuta di celebrare il rito montiniano, automaticamente rifiuta il Concilio. E quindi non v’è più né dialogo né perdono. Perché si rifiuta la Nouvelle Èglise rivoluzionaria, umanista e mondialista. Ovvero, si rifiuta molto più della rivoluzione liturgica, perché si rifiuta la stessa sovversione dottrinale del modernismo e la “costruzione” della “Nuova Chiesa” mondialista della religione universale globalista.
Monsignor Viganò ha denunciato ripetutamente e lucidamente tutto questo. Ora, dopo una vita al servizio attivo della Chiesa, è stato scomunicato (sorvoliamo ancora una volta sulla questione della validità o meno) da Bergoglio. Leone XIV, pastore universale che deve pascere tutte le pecore del Signore, si pone questo problema (per il presule come per tanti sacerdoti sospesi o scomunicati
da Bergoglio) in nome di quella carità di cui si fa costantemente portavoce? Oppure, vi è solo chiusura?
Nella teologia vige la famosa massima spirituale, dottrinale e liturgica lex orandi, lex credendi: come preghi così credi, come credi così preghi. Che si può tradurre, oggi, così: come ti poni dinanzi al Concilio Vaticano II, così sei cattolico e accettato o rifiutato. E questa sentenza ha valore palindromo, nel senso che è valida sia per il mondo conciliar-sinodale nei riguardi dei fedeli della Tradizione sia per i fedeli della Tradizione nei riguardi del mondo conciliar-sinodale, in tutte le sue sfaccettature, da quelle più estremiste e rivoluzionarie a quelle più conservatrici, eppure sempre legate al clero e alla nuova impostazione conciliar-sinodale.
In una parola: all’eresia modernista, in tutte le sue gradualità e in ogni suo sviluppo.
La messa in rito romano antico apostolico non avrà mai fine, ma, anzi, dilagherà sempre più, perché è la “messa di sempre”, dell’unica vera Chiesa dell’unica vera Pentecoste. La guerra invece si combatte e si combatterà sul piano dottrinale e spirituale. Ovvero sul Concilio Vaticano II, sul suo “spirito”, sulla sua pastoralità. Preghiamo perché quelle poche gerarchie ancora fedeli sappiano riconoscere la necessità di schierarsi chiarissimamente dalla parte giusta in questa epocale e decisiva battaglia. E perché tutti mantengano la vera fede, ognuno nel posto di combattimento che Dio gli ha assegnato.