Trapianti d’organo e morte cerebrale
Intervista ad Alfredo De Matteo tra medicina, diritto e bioetica
Facciamo luce sul delicato tema dei trapianti d’organo con Alfredo De Matteo, imprenditore nel settore turistico e laureato in psicologia clinica presso l’Università La Sapienza di Roma. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche legate al mondo della tradizione cattolica, tra cui l’agenzia di informazione Corrispondenza Romana, le riviste Radici Cristiane e Famiglia Domani, e il Settimanale di Padre Pio, pubblicando oltre 300 tra articoli e saggi su questioni di bioetica. È stato membro del Comitato organizzatore della Marcia per la Vita dalle origini fino al suo scioglimento. Attualmente scrive per la testata giornalistica Renovatio 21 ed è componente della Confederazione dei Triarii ( rimandiamo ai link sotto ).
Negli ultimi decenni, i trapianti d’organo sono stati presentati come una delle più grandi conquiste della medicina moderna, simbolo di solidarietà e progresso scientifico. Ma dietro questa immagine si nascondono interrogativi che raramente emergono nel dibattito pubblico: cosa significa davvero “morte cerebrale”? Chi decide quando un essere umano cessa di essere persona? E fino a che punto la donazione di organi, pur animata da finalità altruistiche, solleva questioni morali e legali complesse?
Al centro della controversia c’è la pratica dell’espianto di organi vitali: per prelevarli, il cuore deve ancora battere, il sangue deve circolare, e il corpo sarebbe mantenuto in funzione artificiale. Qualsiasi espianto di organi vitali provocherebbe inevitabilmente la morte del donatore. Gli organi non vitali, come le cornee o un singolo rene, possono essere prelevati senza causare la morte, ma per gli organi indispensabili alla vita il prelievo coincide con il decesso. La legge italiana considera “cadavere” chi è dichiarato cerebralmente morto, anche se il corpo è mantenuto in vita dai macchinari. Ai familiari viene comunicata la morte, ma il decesso effettivo deriverebbe dall’espianto, che diventerebbe l’evento determinante della morte.
Le procedure prevedono sedazione e miorilassanti per limitare eventuali reazioni, il che solleva ulteriori interrogativi etici: se il soggetto è davvero morto, perché sedarlo? Questo aspetto, spesso ignorato o sottaciuto, fa emergere una contraddizione centrale tra definizione legale di morte, realtà biologica e percezione morale.
La questione del consenso è altrettanto complessa: al momento della carta d’identità o tramite i familiari, la donazione è formalmente approvata, ma ciò che accade concretamente durante l’espianto rimane poco noto, sollevando dubbi sull’autonomia, sull’identità personale e sulla dignità del donatore.
Alcuni temi restano difficili da affrontare pubblicamente. Si ha paura di parlare apertamente ? Ci si farebbero troppi nemici? ” Sebbene non esista una risposta semplice – secondo De Matteo – concorre una serie di fattori complessi, tra cui la crisi nella Chiesa e l’appiattimento di molti pastori sulle logiche del mondo, fino ad arrivare al vertice del soglio di Pietro”.
In questa intervista, De Matteo ci guida attraverso le contraddizioni tra legge, scienza, morale e fede, affrontando domande spesso ignorate: chi dà realmente il consenso? La persona è ancora viva quando il suo corpo viene considerato “cadavere” dalla legge? La Chiesa ha qualcosa da dire su questi criteri di morte?
Il nostro obiettivo non è demonizzare la medicina, ma portare alla luce le implicazioni etiche e antropologiche di una pratica che salva vite, ma che solleva questioni profonde sul senso stesso della morte e della dignità umana.
Dott. De Matteo, se una persona dichiarata cerebralmente morta ha cuore battente e sangue circolante grazie ai macchinari, in che senso possiamo dire che è realmente morta?
Non possiamo dirlo. Un organismo con circolazione sanguigna attiva, metabolismo funzionante, temperatura corporea mantenuta e integrazione fisiologica non è un cadavere. È un organismo vivo sostenuto da strumenti di supporto come la ventilazione artificiale. La definizione di “morte cerebrale” consente di dichiarare morto un corpo che continua a manifestare molte funzioni vitali fondamentali. Non si tratta quindi di una constatazione evidente della morte dell’organismo, ma di una decisione medico-legale che ridefinisce il concetto stesso di morte.
La morte cerebrale è una scoperta scientifica oggettiva o una costruzione medico-legale introdotta per rendere possibili i trapianti di organi vitali?
È una costruzione medico-legale. Negli anni Sessanta la medicina dei trapianti aveva bisogno di reperire organi vitali perfettamente funzionanti. Il famoso rapporto di Harvard del 1968 propose allora di ridefinire la morte sulla base della cessazione delle funzioni cerebrali. Non si scoprì nulla di nuovo sulla morte, bensì si cambiò la definizione di morte per rendere possibile una pratica medica già in sviluppo. Senza questa ridefinizione il sistema dei trapianti di organi vitali semplicemente non avrebbe potuto svilupparsi.
Che cos’è la persona umana: coincide con l’attività cerebrale oppure con l’unità biologica dell’organismo nel suo insieme?
La tradizione filosofica classica è molto chiara: la persona è un’unità sostanziale di corpo e anima. Essa non coincide con una funzione biologica, né con l’attività di un singolo organo. Ridurre la persona al cervello significa adottare una visione funzionalista dell’uomo in cui l’organismo viene scomposto in funzioni e organi. In questa prospettiva il corpo umano diventa un insieme di parti intercambiabili e la persona coincide con l’efficienza di un singolo apparato biologico. Le conseguenze di questa nuova antropologia sono devastanti perché se la persona è funzione, ciò che non funziona (o meglio, che si presume abbia smesso di funzionare) è eliminabile.
Se gli organi vitali devono essere prelevati quando sono ancora perfettamente funzionanti, e la loro rimozione rende impossibile la sopravvivenza, sarebbe l’espianto stesso a determinare la morte effettiva?
Questo è il nodo che raramente viene esplicitato. Un cuore può essere trapiantato solo se è vivo e perfettamente perfuso. Lo stesso vale per fegato, polmoni e altri organi vitali. Ma quando questi organi vengono rimossi l’organismo da cui provengono non può più sopravvivere. In termini biologici, l’espianto coincide con l’atto che rende irreversibile la morte dell’organismo.
Può una definizione legale di morte trasformare un essere umano biologicamente integrato in un “cadavere giuridico”?
La legge può stabilire procedure operative, ma non può cambiare la realtà ontologica dell’essere umano. Quando il diritto ridefinisce il confine tra vita e morte per ragioni di utilità medica si crea una figura paradossale in cui un essere umano biologicamente integrato viene trattato come se fosse un cadavere. È la nascita del “cadavere giuridico”.
Al momento del rinnovo della carta d’identità viene chiesto di esprimere il consenso alla donazione: è davvero un consenso informato?
Nella maggior parte dei casi è una formalità amministrativa. Il cittadino prende una decisione in pochi secondi allo sportello, senza conoscere realmente cosa significhi la morte cerebrale o cosa comporti un espianto di organi vitali. Un consenso può dirsi libero solo quando è realmente informato. Qui siamo di fronte soprattutto a una procedura burocratica accompagnata da una retorica morale intrisa di sentimentalismo.
Un eminente cardiochirurgo del Texas ha raccontato il momento “inquietante” dell’escissione del cuore durante un prelievo di organi:
“…sei tu quello che dà il colpo di grazia e toglie il cuore, e questa è una sensazione strana la prima volta che lo fai… Immagino proprio come un boia che deve premere il pulsante della sedia elettrica perché è il suo lavoro. Lo infastidisce la prima volta, ma più volte lo fai, meno lo infastidisce… Personalmente, la prima volta che l’ho fatto mi ha sconvolto, ma più lo facevo, più diventava facile… La prima volta ti senti come se stessi uccidendo il paziente…” Come interpreta questa testimonianza? Come interpreta la testimonianza del cardiochirurgo che descrive la sensazione di “uccidere il paziente” durante il prelievo del cuore?
Quella testimonianza rivela con chiarezza la tensione morale che esiste nel cuore stesso della pratica trapiantologica. Durante un espianto il chirurgo non opera su un cadavere freddo e inerte, ma su un organismo caldo, perfuso, con il cuore battente. Il linguaggio giuridico può definire quel corpo un “donatore cadavere”, ma la realtà che si presenta agli occhi di chi compie l’intervento è, inevitabilmente, molto diversa.
Se il consenso è stato espresso quando la persona era viva, ma l’espianto avviene mentre il corpo mantiene funzioni biologiche integrate, chi è il soggetto titolare dei diritti in quel momento?
Qui emerge una contraddizione evidente: se l’organismo è ancora biologicamente integrato non esiste alcuna ragione per cui i suoi diritti dovrebbero essere sospesi. Tuttavia, nella pratica clinica quel corpo viene trattato come se fosse già un cadavere. In questo passaggio il soggetto umano scompare e subentra la gestione sanitaria del corpo.
Il fine di salvare altre vite può giustificare un atto che comporta la soppressione di una vita umana?
Non è mai lecito sopprimere deliberatamente un innocente neppure per ottenere un bene maggiore. Il principio secondo cui il fine giustifica i mezzi appartiene alla logica utilitarista, non alla morale naturale né alla tradizione cristiana.
Qual è la posizione della Chiesa sulla morte cerebrale?
Il pensiero della Chiesa Cattolica in materia di trapianti è definito con chiarezza nel suo fondamento morale secondo cui non è lecito uccidere un innocente neppure per ottenere un fine buono. Pertanto, la donazione di organi può essere moralmente lecita solo se il donatore è realmente morto. Il problema nasce quando si accetta acriticamente il criterio della morte cerebrale. I papi recenti, soprattutto Giovanni Paolo II, hanno sostanzialmente accolto il criterio encefalico come base sufficiente per i trapianti senza sottoporlo al vaglio della metafisica della persona che la tradizione cattolica stessa professa. In questo modo un criterio medico contingente è stato assunto come presupposto neutro del giudizio morale. Da qui nasce una tensione profonda tra il principio morale proclamato e la prassi concretamente consentita.