ARTICOLO TRIARII

Tra positivismo e Tradizione: il vicolo cieco del legalismo canonico nella crisi della Chiesa

di Fabrizio Lupi

Nel dibattito teologico e canonico sollevato dalle recenti consacrazioni episcopali della Fraternità San Pio X (FSSPX) ad Écône, l’intervento del professor Roberto de Mattei evoca il suggestivo principio romano facta sunt potentiora verbis. La tesi dello storico è netta: l’ordinamento visibile della Chiesa giudica i fatti oggettivi, non le dichiarazioni d’intenti o i sentimenti dei singoli. Pertanto, consacrare un vescovo senza mandato papale costituisce una violazione insanabile.
Tuttavia, proprio analizzando l’architettura logica di questo impianto, emerge una profonda e paralizzante contraddizione. L’analisi di de Mattei, pur muovendosi con precisione millimetrica nella distinzione tra ordine morale e ordine canonico, sembra trascurare la priorità dell’ordine dottrinale rispetto a quello strettamente giuridico.
La trappola del positivismo giuridico
Il diritto canonico non è un sistema autonomo autosufficiente. Esso non esiste per preservare se stesso, ma è organicamente subordinato alla salus animarum (la salvezza delle anime), che della Chiesa è la legge suprema.
La lettura offerta da de Mattei sembra scivolare verso una forma di positivismo giuridico trasposto sul piano teologico. In questa prospettiva, l’intera questione viene sostanzialmente ricondotta a un profilo formale di “obbedienza all’autorità visibile”, con il rischio di separare l’atto canonico dalla finalità dottrinale che dovrebbe orientarlo. La FSSPX non opera una “confusione sentimentale” tra teologia e diritto. Al contrario, essa applica una corretta gerarchia delle fonti: il diritto ecclesiastico deve servire la Fede e la Tradizione, non il contrario. Se, in concreto, l’osservanza puramente letterale della legge canonica dovesse implicare l’accettazione di ambiguità o errori teologici, si aprirebbe un interrogativo serio sulla coerenza interna della norma rispetto alla sua ragion d’essere, che è la tutela della fede e dei sacramenti.
La contraddizione dello storico: quando il libro smentisce l’articolo
La fessura logica più evidente nell’argomentazione di de Mattei si consuma nel passaggio in cui egli ammette l’esistenza di una crisi ecclesiale (“che è a tutti evidente”), per poi liquidare drasticamente lo stato di necessità come “presunto” o “indimostrabile”.
In questo punto, la posizione dello storico appare in tensione con quanto egli stesso ha documentato altrove. È proprio de Mattei, infatti, ad aver consegnato alla saggistica cattolica la più imponente e drammatica ricostruzione del collasso contemporaneo nel suo celebre volume Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta. In quell’opera di fondamentale importanza, lo storico non ha descritto una crisi superficiale, ma una vera e propria rottura epocale. De Mattei ha documentato scientificamente l’esistenza di uno specifico “spirito del Concilio” che ha scalzato l’edificio tradizionale, evidenziando come l’introduzione di “ambiguità nei testi” abbia permesso la successiva penetrazione del modernismo e del relativismo teologico nelle stesse istituzioni romane.
Ne risulta una tensione significativa: nel suo libro, de Mattei descrive una gerarchia ecclesiastica profondamente permeata da una nuova teologia che mette a rischio l’integrità del deposito della fede; nel recente articolo, invece, sembra chiedere ai cattolici una sottomissione molto forte a quella medesima struttura giuridica, senza considerare fino in fondo le implicazioni della crisi da lui stesso descritta.
E teniamo presente che nel frattempo abbiamo subito il pontificato di Francesco, che ha di gran lunga aggravato la situazione.
È come riconoscere che l’edificio è interessato da un incendio strutturale e, nello stesso tempo, biasimare chi tenta di spegnere le fiamme perché non osserva alla lettera il regolamento condominiale. Questa immagine rende la difficoltà di conciliare la diagnosi storica con la conclusione strettamente canonistica che ne viene tratta.
La natura teologica dello Stato di Necessità
Lo “stato di necessità” evocato dalla FSSPX non è una scappatoia sentimentale, né una licenza all’anarchia, ma un istituto teologico e giuridico fondato sulla retta ragione. Nella dottrina della Chiesa, lo stato di necessità si verifica quando i beni spirituali supremi dei fedeli – la purezza della Fede e la validità dei Sacramenti – sono messi a repentaglio dall’inerzia o dall’allontanamento dottrinale delle autorità ordinarie.
In tale scenario, la legge positiva ecclesiastica si eclissa temporaneamente davanti al diritto divino naturale e alla legge della sopravvivenza della Chiesa stessa. In questo senso, risuona il principio apostolico enunciato in Atti 5,29: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini». San Tommaso d’Aquino insegna che in caso di necessità la legge ecclesiastica non obbliga più nella sua lettera, perché la necessità non conosce legge (necessitas non habet legem). Quando il cibo spirituale dispensato dai canali ordinari rischia di essere contaminato dall’errore teologico moderno – lo stesso errore analizzato da de Mattei nel suo saggio – sorge il diritto-dovere della supplenza sacramentale.
Le consacrazioni di Écône si iscrivono esattamente in questo alveo: non un atto di ribellione scismatica contro il Papato, ma un atto di legittima difesa della Fede, indispensabile per garantire la continuità di vescovi e sacerdoti cattolici integralmente fedeli alla Tradizione dogmatica.
Il vicolo cieco del legalismo
De Mattei obietta che molti fedeli e sacerdoti conservano la fede pur rimanendo uniti al “corpo visibile della Chiesa” senza ricorrere ad atti di forza. Ma questa obiezione ignora il principio di causalità: se quei fedeli oggi possono ancora trovare isole di Tradizione o celebrare la Messa di sempre, è proprio perché qualcuno, nel 1988 prima e oggi ad Écône poi, ha accettato lo stigma del “delitto canonico” pur di mantenere accesa la fiaccola del sacerdozio cattolico e della dottrina integra. Né si può tacere che, non di rado, i sacerdoti che restano entro i circuiti ordinari del corpo visibile della Chiesa si trovano a vivere la propria fedeltà in condizioni di compromesso, di prudente adattamento o persino sotto forme più o meno esplicite di pressione e di ricatto ecclesiale e, in alcuni casi, di cedimento, sebbene parziale, allo spirito modernista.
Se i fatti sono più forti delle parole, il fatto più tragico è la demolizione della Fede dall’interno delle istituzioni. Se viene meno una chiara subordinazione del diritto alla dottrina, la dimensione visibile della Chiesa può correre il rischio di assumere tratti prevalentemente burocratici, meno trasparenti rispetto alla Verità che dovrebbe manifestare e servire. L’atto della FSSPX non rompe la comunione ecclesiale, ma la difende nel suo nucleo essenziale. Perché le parole e i fatti abbiano valore, devono prima di tutto essere ancorati alla Verità di sempre.

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