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STORIA DI UNA PICCOLA TOMBA

by Anonimo

“Non c’è battito.”
Speravo che non avrei più sentito quelle parole.
E invece in un attimo sono ripiombata indietro nel tempo. Come stavolta anche allora era gennaio, avevo freddo, un freddo innaturale a ripensarci, e mi sentivo spersa su quel lettino. Avevo voglia solo di cercare gli occhi di mio marito e le sue braccia.
“Signora, succede spesso…” “Su, su, non si piange per queste cose…” “Era piccolo, più piccolo di quanto doveva, c’era qualcosa che non andava, è stato meglio così…”
Stavolta tante parole mi sono state risparmiate. In compenso gli sguardi compassionevoli si sono fatti vitrei quando ho detto, con voce ferma: “Vorrei fare richiesta di seppellimento.”
“Non credo sarà possibile”
“Sì, lo è. C’è la legge e lo chiedo ufficialmente.” Il volto di mio marito era l’unico, in quel gruppo di volti presenti davanti all’ecografo, che nel dolore manifestava la mia stessa risolutezza: “Informatevi e poi fateci sapere, adesso la porto a casa”, le sue parole ferme.


La legge italiana permette alle famiglie di scegliere il seppellimento anche sotto le 20 settimane di gestazione, su richiesta dei genitori (D.P.R. 10/09/1990 n. 285 art. 7). Sette anni fa non lo sapevo, e quando feci la stessa richiesta mi accontentai della prima risposta… Dio sa quante lacrime quando mi resi conto che solo per ignoranza mio figlio era stato buttato via come “rifiuto ospedaliero”.
In poche settimane scopri di attendere un bambino, lo sogni, lo pensi: fa parte della tua vita. E se l’attesa si interrompe così presto succede che chi hai intorno non ti può aiutare, perché magari nemmeno aveva fatto in tempo a sapere che aspettavi un bimbo… è così difficile curare la ferita del lutto, quando sembra che la tua gioia non ci sia mai stata, che tutto sia scomparso in quella sala operatoria, finito chissà dove, lontano dal tuo grembo e dalle tue braccia…
Per la mamma, e per la coppia che ha immaginato il figlio per settimane, è molto importante avere la possibilità di difendere la dignità del suo corpicino, per quanto grande pochi millimetri, anche nell’ultimo atto di saluto definitivo. La morte non cambia il suo doloroso pungiglione con il seppellimento, ma la sofferenza può assumere un altro significato se può essere affrontata nel rispetto degli atti di pietà che il nostro cuore suggerisce.

Sette anni fa tutto questo ci è stato negato. Ma stavolta abbiamo insistito, perché sapevamo, e non avevamo intenzione di farci ingannare. E alla fine, davanti ad un articolo di legge scritto nero su bianco, hanno dovuto cedere loro. E dopo la sufficienza e l’incredulità dei medici, abbiamo riposato nello sguardo compassionevole dei necrofori, avvezzi evidentemente più dei primi a distinguere la vita e la morte.

E la nostra croce si è trasformata: un dolore “che non si può dire” ha preso i contorni del dolore per la una perdita di un figlio.
Poiché quasi nessuno capisce, questo è un dolore che non si può dire. Pare che non “stia bene” piangere, perché se si può piangere, e seppellire, e pregare… allora diventa evidente che quello è un figlio e non un grumo di cellule, un bambino e non un rifiuto ospedaliero: non si può più negare che sia un’anima salita in cielo. E’questo passaggio che nessuno vuol fare. E per questo non lo dicono.
L’abbiamo salutato in un pomeriggio freddissimo. Il sacerdote ha benedetto una cassettina di legno minuscola, che i nostri figli, a turno, portavano fra le mani. Un vaso di fiori viola, una croce di legno, con la data e il nome. Rispetto all’altra volta un epilogo diverso, che profuma di Paradiso.


Le famiglie sappiano che, se succede quello che nessuno si augura mai, la legge c’è, e deve essere applicata: perché nessun bambino perda, insieme alla vita, anche la dignità di una tomba, dal momento che è sentimento della Chiesa da sempre, che l’anima venga infusa da Dio al momento del concepimento.

 

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