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UNA NATURA NON “AMAZZONICA”

LA BELLEZZA DELLA BIOLOGIA
(estratto da Kurt Wise, “Devotional Biology: Learning to Worship the Creator of Organisms”, Compact Classroom, reperibile qui:
http://compassclassroom.com/shop/product/devotional-biology-textbook/)

Traduzione a cura di Stefano Dal Lago

La bellezza di Dio
Quando si intende il termine correttamente, la bellezza è un concetto olistico. Si dice che qualcosa è bello quando,
prendendola in considerazione, si resta colpiti dal modo in cui tutte le sue caratteristiche si combinano in maniera
coinvolgente. Non si tratta solo di trovare una cosa accattivante – una sorta di allettamento estetico monodimensionale –
ma anche armoniosa e in qualche misura buona. Risulta difficile definire bella una persona fisicamente attraente, ma al
tempo stesso falsa, crudele, miserevole, infida, immorale o sciatta.
La bellezza implica una specie di piacevolezza estetica multidimensionale. Una persona bella è attraente nella totalità del
suo essere – fisicamente, emotivamente e moralmente. È così, in un certo senso, che la Scrittura fa riferimento alla
bellezza di Dio. Non soltanto per noi è attraente uno qualsiasi degli attributi di Dio (come la misericordia o l’amore) presi
singolarmente, ma tutti gli altri insieme, come la grazia, la pazienza, la bontà e l’onniscienza (e così via) lo sono. E questi
attributi sono interconnessi e si combinano in modo meravigliosamente coinvolgente.
D’altra parte, bisogna rendersi conto che Dio non è semplicemente una somma e una mirabile composizione di un
insieme di stupefacenti attributi. Nessuna somma può attingere l’infinito. Ogni attributo di Dio è infinito e parte necessaria
di Dio stesso. Tutti si realizzano pienamente e in contemporanea, in una totalità perfettamente unitaria – tanto
mirabilmente allettante (bella) da muovere all’adorazione.
In tal modo, la “bellezza della santità” di Dio – la meravigliosa integrità di tutti i suoi attributi interrelati – muove al culto e
alla lode (“adorate il Signore nella bellezza della santità”: I Chr. 16:29 & Psa. 29:2 & 96:9; “lodate la bellezza della santità”: II
Chr. 20:21). Quando il salmista scrive: “Una cosa ho desiderato dal Signore… di contemplare la bellezza del Signore…” (Psa.
27:4), ricerca l’interezza dell’essere di Dio – tutti i suoi attributi ad un tempo. Di conseguenza, la più grande benedizione
che possa venir concessa ad un popolo è che Dio stesso sia la sua “corona di gloria” o il suo “diadema di bellezza” (Isa.
28:5), perché ciò significa che Dio abita nel suo popolo, sul suo popolo e tra il suo popolo, in tutta la sua pienezza e il suo
essere.
Poiché Dio è spirito, la meravigliosa bellezza di Dio non può essere vista da occhi mortali. Ma Dio desidera che lo
conosciamo e che lo conosciamo nella sua pienezza, compresa la sua bellezza. Perciò illustra questa bellezza, che non può
esser vista, attraverso una bellezza fisica che si può osservare.

La bellezza biologica
Ad illustrazione della sua mirabile gloria, Dio ha profuso una bellezza straordinaria nell’intero creato – inclusa la
componente biologica. Poiché questa bellezza è conferita ad un creato finito, risulta limitata e ciò nondimeno capace di
togliere il fiato. Non c‘è soltanto bellezza in sovrabbondanza, questa bellezza possiede di per sé una serie affascinante di
qualità. Quanto segue è un tentativo di descrivere alcune delle incredibili caratteristiche della bellezza che Dio ha posto
nella sua creazione biologica.
Una bellezza profonda
Dio ha creato bellezza nell’universo ad ogni possibile scala di osservazione – infondendola nell’unità più piccola, nella
struttura più grande e in ogni entità intermedia – compresi gli organismi viventi. Per contro, la bellezza delle cose prodotte
dagli uomini è poco profonda – tipicamente bella solo ad una data scala (1) . Un dipinto ad olio esaminato troppo da vicino si
riduce a un insieme di colpi di pennello di nessun interesse; da una grande distanza, non se ne coglie la bellezza affatto.
Un sofisticato meccanismo esaminato troppo da presso diventa un insieme di squallidi ingranaggi. Le cose più belle fatte
dagli uomini perdono la loro bellezza quando ci avviciniamo o ci allontaniamo troppo.
Per contro, la bellezza del creato si ritrova ad ogni scala. La bellezza di una montagna color cremisi avvicinandosi rivela
uno stupendo panorama montano, rivestito di un soffice e verde mantello. Ancor più da vicino, la scena di una calda e
avvolgente foresta. Più da presso ancora, si può restare colpiti dalle penne variopinte di un uccello. A una scala più piccola
si ammira l’iridescenza di una singola piuma e a una più piccola ancora la simmetria regolare di microscopiche barbule
agganciate l’una all’altra. Avvicinandosi ancora, si osserva la schiera ordinata di cellule specializzate e più oltre la tessitura
complicata dei componenti di una singola cellula. La profondità della bellezza non risulta nemmeno confinata nell’ambito
della biologia. A scale molte volte inferiori alle dimensioni più piccoli organismi, ci si imbatte in disposizioni stupefacenti
di molecole e atomi e particelle subatomiche. All’estremità opposta della gamma, quando il mondo biologico diventa
troppo piccolo per essere visto, la bellezza si estende alle scene grandiose inquadrate dai satelliti e dai veicoli spaziali e
addirittura oltre, fino alle stelle e alle galassie.
La bellezza della creazione divina è tanto maggiore delle più belle cose realizzate dall’uomo, in parte proprio perché è
indipendente dalla scala di osservazione. Quanto profonda è, invero, la bellezza di Dio! Si può immaginare che ogni
singolo colpo di pennello della prima creazione debba esser stato spettacolosamente bello, neppure uno fuori posto o
inessenziale per la bellezza del tutto. Persino adesso, col creato caduto e deturpato, Dio è interessato ad estrarne più gloria
per sé accrescendone la bellezza. Mira a render bella ogni cosa a suo tempo (Eccl. 3:11), così che tutte le cose lo glorifichino
al massimo delle loro possibilità, compresa ogni sorta di imperfezione nella nostra esistenza – dal più piccolo e
insignificante graffio alla più vistosa e irreparabile bruttezza. Ciascuno di noi è una componente essenziale della bellezza
della trama della divina creazione.

Una bellezza onnipresente
La bellezza si ritrova in tutto il creato – non solo ad ogni scala, ma in ogni luogo, in ogni angolo dell’universo. Persino quella
che Dio sceglie di mostrare attraverso la biologia è diffusa sulla terra nella sua interezza. Organismi dotati di straordinaria
bellezza si rinvengono nell’aria, sul suolo, nei mari.
Quasi ogni specchio d’acqua e ogni ambiente terrestre – non importa quanto inospitale – è ornato di organismi. Dalla cima
delle più alte montagne ai più gelidi ghiacci polari, fino alla superficie torrida del più arido deserto, la bellezza biologica
appare in tutti i continenti. Ovunque prosperano organismi, dalle fonti ribollenti ai calderoni di acido fumigante, entro le
più profonde sorgenti oceaniche e, persino, tra i granuli di sabbia schiacciati da tremende pressioni chilometri al di sotto
della superficie terrestre. La bellezza biologica è onnipresente sull’intero pianeta.
Quando qualcosa deturpa la sua opera, del resto, Dio mette in moto un processo che rimpiazza la sopraggiunta bruttezza
con nuova bellezza. Seguendo un corso “naturale” di eventi, la guarigione ha luogo per gli ambienti devastati
dall’inquinamento, dalla guerra o da una catastrofe. Dio ha inserito un meccanismo prodigioso all’interno del creato che
mantiene la sua bellezza ad un livello stabile e la ripristina quando va perduta, così come il nostro corpo ripara se stesso in
seguito ad una ferita. Una fanghiglia inerte e maleodorante diventa allora una corrente limpida, che accoglie la vita. Un
brullo paesaggio punteggiato da tronchi abbattuti si trasforma in una foresta brulicante di attività. Spettrali relitti
sottomarini producono scogliere multicolori. Terreni privati della vegetazione e segnati in profondità dall’erosione
vengono riconquistati alla foresta pluviale. In taluni casi ci vogliono settimane o mesi, talvolta secoli o millenni. A volte
occorre rimpiazzare quel che c’era con qualcosa di completamente diverso (2) . Non importa quanto sia corrotto ciò che è
caduto, Dio è capace di renderlo bello di nuovo.
Nel mondo degli esseri viventi questo risultato si ottiene, a livello di singoli organismi, per mezzo di processi di
riparazione e guarigione. Su scala più ampia, si raggiunge invece nell’ambito di comunità costituite da molte specie diverse
di organismi, attraverso un processo detto di successione ecologica: le specie che si trovano in una certa zona mutano nel
tempo, perché gli organismi presenti ad un dato momento preparano il terreno per un’altra comunità di organismi che li
seguirà. Ciascuna di queste comunità altera l’ambiente in modo tale da causare, di fatto, la propria uscita di scena. Nel
corso degli anni si dipana così una serie di diverse comunità, ciascuna delle quali rimpiazza la precedente; questa culmina,
infine, in una comunità climax, stabile, che può permanere più o meno indefinitamente nel luogo in questione.
Una successione ecologica prende di solito le mosse con l’arrivo di specie pioniere, appositamente progettate. Organismi
fotosintetizzatori come cianobatteri, licheni e piante saranno normalmente i primi a giungere in un ambiente sterile,
perché sono in grado di ricavare energia dal sole. Più tardi compariranno gli animali. Se l’ambiente è secco e privo di
humus, i licheni saranno i primi in assoluto, in quanto capaci di estrarre acqua direttamente dall’atmosfera persino nel più
arido dei deserti. I licheni erodono inoltre le rocce, per produrre terra per le piante che seguiranno. Le prime piante a
comparire saranno quelle in grado di fertilizzare il suolo trasportando batteri in grado di fissare l’azoto.
Certe piante sono addirittura concepite per sopraggiungere a seguito di un incendio (ad es. alcuni tipi di pigne che si
schiudono se arroventate dal fuoco). Un esempio di successione ecologica è rappresentato dalla serie di comunità che sta
seguendo la ritirata dei ghiacciai in Alaska. Specie pioniere come licheni, muschi, piante annuali che fissano l’azoto
producono un suolo fertile. Altre serie di piante vi germogliano, finché si impone una comunità dominata da ontani, salici
e pioppi. Questi vengono a loro volta sostituiti da abeti e pecci, rimpiazzati infine dalla comunità climax dei cosiddetti
pecci di Sitka.
Dio ripristina queste forme viventi per la sua gloria, per assicurarsi che la sua bellezza sia sempre ben rappresentata nel
creato. Se è così interessato alla bellezza di piante, animali e della stessa terra, quanto più lo sarà a restaurare la nostra e
quella delle nostre esistenze!

1 L’idea dell’indipendenza della bellezza del creato dalla scala di osservazione, in contrapposizione alla bellezza visibile solo ad una
specifica scala propria delle creazioni umane, mi è stata suggerita per la prima volta nel 1990 dal dottor David Mention.

2 Così come Dio crea nei fedeli uno spirito nuovo (ad es.. Eze. 11:19; 36:26) e come, in futuro, creerà nuovi cieli e una nuova terra (Isa. 65:17;
Rev. 21:1).

Una bellezza intensa
La bellezza non solo si trova praticamente ovunque e ad ogni scala di osservazione, ma è anche specialmente intensa. La
bellezza della creazione biologica ha qualcosa che toglie il respiro. Che si tratti dello scintillio bioluminescente di
microrganismi sulle onde dell’oceano di notte, del turbinio di uno sciame di farfalle che migrano, del fiammeggiare acceso
di un acero in autunno, della vibrazione policroma dei fiori di una prateria o di una qualsiasi altra scena tra milioni, la
bellezza naturale ha il potere di farci arrestare sui nostri passi. Ci riempie di stupore e ci convince sempre più della
bellezza del creatore.
Questa bellezza ha ispirato poeti, pittori, scultori, compositori e artisti di ogni genere e presso ogni cultura. Nessuno è
riuscito ad eguagliarla o a catturarla pienamente, sebbene abbiano provato in molti. Innumerevoli vite di artisti di genio
sono state spese a condividere questa bellezza con altri. Se tanto sublime è la bellezza del creato, quanto maggiore sarà
quella del creatore!

Una bellezza poliedrica
Ci sono molti tipi diversi di bellezza biologica nel mondo. Differenti fonti di bellezza sono in grado di stimolare sensi
diversi. Il tatto reagisce di fronte a un fresco tappeto erboso, a un mazzolino vellutato di mimose, alle lisce squame di un
boa, alle scabra asperità di uno squalo, alla soffice pelliccia di un cincillà e a miriadi di altre trame. Dio ha concepito gli
organismi viventi per stimolare i nostri sensi dell’olfatto, del gusto, dell’udito e della vista in migliaia e decine di migliaia di
modi differenti.
La stessa scena può non soltanto essere apprezzata da sensi diversi, ma anche da diversi punti di vista. La ispezioniamo da
sopra e da sotto, da nord e da sud, da est e da ovest. Possiamo persino esaminarla a diverse scale di osservazione, coi
nostri occhi o con l’ausilio di lenti e microscopi. La medesima biologia produce una bellezza distinta in ogni situazione –
da ogni prospettiva.
Quando Dio ha gratificato l’uomo della facoltà di percepire la bellezza, ad ogni persona è stata donata la capacità di
coglierne un tipo unico nel suo genere – da cui il detto: “La bellezza è nell’occhio di chi guarda”. Dio ha quindi concepito la
creazione biologica in modo tale da sollecitare ogni singola prospettiva individuale. Se una persona condivide la bellezza
che gli appare, ad altri viene dato il privilegio di apprezzarne un aspetto che, altrimenti, avrebbero perso. Quando poi si
combinano tutti i punti di vista, la natura appare un prodigioso arazzo di bellezze intessute tra loro. Come un diamante
ben lavorato, la bellezza della biologia è poliedrica. In maniera analoga, Dio è bello in un modo unico da ogni punto di
vista e da tutti e ciascuno mira ad illustrare la propria bellezza.

Una bellezza sfavillante
Infine, la bellezza del creato non è uniforme. È piuttosto variegata e muta in continuazione. Allo stesso casello
dell’autostrada non si presenta mai lo stesso paesaggio, poiché la natura cambia costantemente. Ogni panorama si
trasforma, dal momento che differenti organismi viventi sono attivi in fasi diverse della giornata e in differenti stagioni
dell’anno. Il movimento. del resto, caratterizza la maggior parte degli organismi – talvolta nella loro interezza, sempre e
comunque nelle loro componenti.
La bellezza del creato luccica di vita, è sfavillante, per così dire e questo luminoso vibrare possiede una sua propria
bellezza. È sempre sorprendente e sempre ristora. Dio è immutabile – godrà sempre perfettamente di ciascuno dei suoi
attributi. Sarà sempre santità, potenza, bellezza illimitata, amore infinito per noi. Ma in ogni istante di ogni giorno ci
rendiamo conto dell’impatto del suo amore su di noi in modo fresco e nuovo. È come se il suo amore “facesse scintille”.
Ciascuno dei suoi attributi, la bellezza stessa di Dio è scintillante, vibrante di una bellezza sua propria.

L’origine della bellezza
I filosofi dell’antica Grecia erano affascinati dalla bellezza. Rimanevano estasiati di fronte al suo splendore, speculavano
sulla sua vera natura, per estrapolazione giungevano a concepire la sua perfezione e si interrogavano sulla sua origine.
Millenni più tardi, l’origine della bellezza rappresenta ancora un rompicapo per i moderni evoluzionisti, perché la
selezione naturale (che nell’ambito della teoria naturalistica dell’evoluzione viene ritenuta il meccanismo fondamentale
alla base del mutamento degli esseri viventi) dovrebbe privilegiare la capacità di sopravvivere o l’efficienza a scapito della
bellezza. Se gli organismi impiegassero l’energia che adesso usano per “essere belli” al fine di sopravanzare quelli che li
circondano, avrebbero maggiori possibilità di sopravvivere. Sarebbero avvantaggiati nella gara per la vita nota come
evoluzione.
Se le penne della sua coda fossero più corte, il pavone potrebbe volare meglio e sottrarsi più rapidamente ai predatori.
Charles Darwin (1809-1882) suggerì che il pavone possedesse penne vistose perché le femmine si accoppiano soltanto con
maschi belli. Ma se fosse così, perché lo farebbero? Se scegliessero maschi più abili nel volo, i loro piccoli
sopravviverebbero più facilmente (3) . Analogamente, se le farfalle fossero meno appariscenti un numero minore verrebbe
mangiato dagli uccelli.
Se la selezione naturale fosse davvero la fonte della varietà biologica, ci aspetteremmo poca o nessuna bellezza nel
mondo. E per tutto il tempo in cui la selezione naturale ha operato (a partire dalla caduta dell’uomo), in realtà ha
sistematicamente sottratto bellezza. Si immagini quanta in più dev’essercene stata al principio! Un Dio che la infonda nel
creato è la sola spiegazione ragionevole della bellezza profonda, intensa, onnipresente, poliedrica, sfavillante che si vede al
mondo. La bellezza della creazione rende testimonianza al creatore e costituisce una prova decisiva a sfavore del
naturalismo e dell’evoluzione.

3 Gli evoluzionisti hanno escogitato un certo numero di spiegazioni (la più comune delle quali è che la bellezza sia indice di salute fisica,
ragion per cui, quando le femmine del pavone privilegiano la bellezza, stanno implicitamente scegliendo una qualità assai più
desiderabile). Sebbene molte di queste ipotesi appaiano di primo acchito ragionevoli, nessuna di loro regge alla prova sperimentale (ad
esempio, c’è in realtà poca correlazione tra la “bellezza” delle penne del pavone e la sua salute; le femmine, inoltre, non scelgono
necessariamente i maschi più belli o quelli più sani). La teoria evoluzionista, insomma, fatica tuttora a giustificare l’origine e la persistenza
della bellezza biologica nel mondo.

La capacità dell’uomo di apprezzare la bellezza
Gli uomini apprezzano la bellezza. Anche se individui differenti ne percepiscono tipi diversi, ognuno apprezza una
qualche sorta di bellezza e la ritrova nella creazione divina. Ogni essere umano rimane incantato di fronte alla bellezza
della natura. La capacità di goderla e di restarne ammirati è un dono di Dio, come la bellezza stessa. Arrestarsi vinti dallo
stupore davanti alla bellezza del creato non è certo la migliore strategia di sopravvivenza in un mondo inselvatichito. La
selezione naturale tenderebbe di per sé ad eliminare la percezione della bellezza, soprattutto si sbarazzerebbe della
tendenza a restarne avvinti. Anche l’ammirazione per la bellezza presente in tutti gli uomini e la tendenza a subirne il
fascino attestano dunque la creazione divina.
Si consideri, tra l’altro, quanto sensibili siamo a queste sollecitazioni. Se la sopravvivenza fosse la nostra sola ragione di
esistenza (che è quanto si predica nell’ambito dell’evoluzione naturalistica), non avremmo bisogno che i nostri sensi
fossero tanto sviluppati. Gli esseri umani, ad esempio, potrebbero andare avanti benissimo senza vedere i colori.
Potremmo anche cavarcela riconoscendo un numero molto minore di sapori e odori. Ma Dio ci ha dotato di questa
estrema sensibilità, in modo tale che potessimo appunto cogliere tutta la bellezza del mondo vivente. Desidera che
riconosciamo la bellezza naturale, perché possiamo comprendere meglio quella del nostro Dio invisibile. Ci ha donato la
capacità di vedere i colori – e di udire, gustare, odorare e sentire in maniera così intensa – come segno della sua
benedizione. Sono tutti doni di quel Dio che vuole che ci facciamo un’idea della sua essenza invisibile a partire dalle cose
create.

I nostri doveri riguardo alla bellezza

Le nostre responsabilità di fronte a Dio
In quanto sacerdoti della natura, abbiamo il dovere di conoscere Dio e adorarlo rendendo il creato un tempio e
volgendolo alla sua adorazione. Ciò che apprendiamo sulla vita biologica ci può aiutare in questo compito. Lo studio della
bellezza naturale ci permette di intuire qualcosa della natura di Dio stesso. Persino un contatto occasionale con la
superlativa bellezza del mondo vivente ci dovrebbe suggerire – come minimo – che il nostro è un Dio di meravigliosa
bellezza.
Uno sguardo ravvicinato alla bellezza della natura ci consente di intuire ancor di più. Dio, ad esempio, ha creato una
progressione di livelli via via più perfetti di bellezza. Alcune cose ne appaiono totalmente prive, altre le ha adornate in
massimo grado, altre ancora ne possiedono quantità intermedie tra questi due estremi. C’è, in effetti, uno spettro
completo che va dal non-bello allo straordinariamente bello. Una tale gradualità esiste, per esempio, nei cieli: “Altra è la
gloria del sole, altra la gloria della luna e altra la gloria delle stelle; perché un astro è differente dall’altro in gloria” (I Cor.
15:40-41).
Persino tra gli uomini si registra tutta una gamma di gradi di bellezza. Alcuni non sono poi tanto attraenti (a dire il vero,
certuni potrebbero essere definiti decisamente brutti!). Altri sono invece sorprendentemente belli. La maggior parte,
ovviamente, si colloca in qualche punto tra questi due estremi. D’altro canto, come Cristo stesso ha insegnato (Mat. 6:29),
un semplice giglio è stato fatto oggetto di una bellezza più perfetta di quella che si rinviene anche negli uomini più
appariscenti e nelle più belle tra le loro creazioni. Gli organismi viventi, dunque, presentano nel loro complesso vari gradi
di eccellenza a questo riguardo. Oltre a quelli che risultano indiscutibilmente sgradevoli, ve ne ne sono taluni che
appaiono brutti a chi giudica superficialmente (altri li troverebbero “interessanti”). Certi sono abbastanza piacevoli da
vedere e altri ancora veramente magnifici. I milioni – miliardi – di organismi esistenti realizzano un impressionante
campionario.
Si può percorrere idealmente lo spettro dal meno attraente al più bello e proseguire oltre, immaginando una bellezza
ancora maggiore di quella che si osserva nell’intero creato. Si può cioè per estrapolazione postulare l’esistenza di una
bellezza infinita – Dio stesso. Anche se la mente non è in grado di afferrarla pienamente, tramite questa progressione si
può avere un vago sentore della sconfinata bellezza di Dio, la fonte di ogni bellezza, colui che la sostiene e che rende belle
tutte le cose a suo tempo. La sua è una bellezza senza limiti, immensamente più vasta di quella che vediamo tutt’attorno.
La meravigliosa gamma di gradi di bellezza che si rinviene nella natura – nei paesaggi, nelle farfalle, negli uccelli o nei fiori
– dovrebbe esserci d’aiuto nell’intendere qualcosa della bellezza divina e muoverci a levare il nostro cuore in adorazione.
La scrittura insegna che Dio è incessantemente attivo, onnipresente, creativo e desideroso di entrare in relazione con noi.
La bellezza biologica rafforza questi concetti e permette di afferrarne meglio il senso. Lo sfavillio della bellezza naturale, ad
esempio, è coerente con l’idea di un Dio energico, dinamico, vivo e sostanzia l’espressione “Dio vivente”. L’onnipresenza
dello sfavillio suggerisce poi che Dio agisce su di noi, tra di noi e dentro di noi – anche attraverso ciò che talvolta
consideriamo troppo prosaico o umile se rapportato alla sua grandezza.
La bellezza dà forma alla nozione della costante e continua attenzione di Dio per ogni aspetto della nostra esistenza. La sua
profondità e onnipresenza rispecchia l’ubiquità di Dio. La sua presenza in ogni luogo e tempo è richiamata dalla bellezza
che constatiamo ovunque, sempre, a tutte le scale di osservazione – anche in circostanze nelle quali non ce ne
accorgeremmo altrimenti. La natura poliedrica della bellezza trasmette la certezza della inesauribile creatività di Dio.
Fornendo a ciascuno una bellezza adatta alla sua sensibilità, infine, Dio rimarca la sua volontà di interagire con noi come
individui e di occuparsi dei nostri bisogni singolarmente.
Il fatto che abbiamo ricevuto in dono gli strumenti atti a farci apprezzare la bellezza del creato, quando in realtà non
sarebbero stati “necessari” per la nostra sopravvivenza, è dunque coerente col desiderio di Dio di entrare in rapporto con
noi. Ci rammenta quanto ci ami nella sua incommensurabile grandezza, al punto da abbassarsi perché possiamo
comprenderlo e conoscerlo. I meccanismi che ha messo in opera per ripristinare la bellezza naturale quando viene
compromessa, ci ricordano come possa e voglia rimediare alla bruttezza delle nostre stesse vite e “far belle tutte le cose a
suo tempo”.
Se permettiamo allo Spirito Santo di rivelarci questi aspetti di Dio attraverso la bellezza del creato, come possiamo non
prorompere poi in adorazione? Nella misura in cui si riconosce in Dio l’origine di ogni bellezza, lo si glorifica. Man mano
che si approfondisce lo studio della bellezza degli organismi viventi e di riflesso di quella divina, il fervore orante cresce
riempiendo il creato. Non si può, allora, trattenersi dal condividere questo prodigio con altri, sollecitandoli a glorificare
Dio a loro volta. Così si onora, in definitiva, il proprio ruolo di sacerdoti della creazione.

Le nostra responsabilità di fronte al creato
Preservare la bellezza. Tra le nostre responsabilità come sovrani del creato rientra quella di servire Dio servendo e
tutelando la sua divina creazione. Dopo aver infuso bellezza nella sua immensa opera, Dio ce l’ha consegnata perché “la
proteggessimo e la custodissimo”. Abbiamo il compito di preservare la sua bellezza e di trasferirla intatta alle prossime
generazioni. Certe attività umane la compromettono in un senso ovvio e diretto (la deforestazione, l’estrazione a cielo
aperto, le discariche, l’inquinamento).
Più in generale, però, lo sviluppo materiale (come la costruzione di nuove abitazioni, autostrade, fabbriche, uffici, scuole)
finisce sovente per sostituire alla bellezza naturale del creato qualche cosa di considerevolmente meno bello. Non si deve
trascurare il fatto che molti di questi cambiamenti sono necessari in quanto, essendo gli esseri umani creati a immagine di
Dio, le loro esigenze godono di una priorità più alta, anche rispetto alla necessità di preservare la bellezza della creazione
divina: spesso dobbiamo ridurre la sua bellezza, per venire incontro ai bisogni altrui.
Tuttavia, spesso è possibile convertire la bellezza esistente in una che rechi onore a Dio, suo creatore, almeno nella stessa
misura. Nei luoghi in cui la bellezza è già andata in parte perduta bisognerebbe fare ogni sforzo per introdurne di nuova,
così da ripristinare la gloria che Dio ne riceve. Nei casi in cui si pianifica lo sviluppo di un’area, occorrerebbe prevedere
progetti che generino almeno tanta bellezza quanta se ne dovrà distruggere nel corso del processo.
Accrescere la bellezza. Sebbene Dio abbia profuso una quantità smisurata di bellezza nella sua creazione, l’ha anche
gratificata del potenziale perché ne manifesti in misura ancora maggiore. Ha inoltre provvisto gli uomini dell’abilità
necessaria a svelare questa ulteriore bellezza – “creandone” di nuova, in un certo senso. Ci ha dato l’opportunità di
rendergli meglio gloria rivelando un ammontare sempre crescente della bellezza originariamente insita nella creazione
divina.
Uno dei modi più semplici per aumentare la bellezza nel mondo consiste nell’ordinare gli organismi viventi realizzando
combinazioni più armoniose. Il “giardino dell’Eden” è stato creato da Dio (Gen. 2:8) che, verosimilmente, ha selezionato un
certo numero di organismi, li ha organizzati secondo uno schema conveniente e li ha collocati in una regione che aveva
riservato allo scopo. Quindi vi ha posto l’uomo “perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen. 2:15).
È plausibile che proprio a partire da quel momento e seguendo l’esempio dal creatore gli uomini abbiano cominciato e poi
proseguito per tutto il corso della loro storia a praticare l’attività che va sotto il nome di “selezione artificiale”(4) – la scelta di
alcune forme viventi tra le altre volta ad ottenere combinazioni gradevoli, appunto. Dal momento che tutti gli esseri in
quanto tali sono stati creati da Dio, a rigore la bellezza di queste disposizioni va ascritta a lui. Attraverso pratiche come il
giardinaggio e l’arte di plasmare paesaggi si può quindi render gloria a Dio in maniera indiretta.
Un secondo metodo per accrescere la bellezza del creato è rappresentato dall’allevamento – ambito in cui gli uomini
possono decidere quali organismi debbano essere fatti accoppiare o incrociare tra loro. La tecnica dell’incrocio si può
usare per rendere una caratteristica desiderata più comune o per combinare caratteristiche separate in modo originale.
Cambiare la frequenza delle caratteristiche e realizzare nuove combinazioni può far emergere una bellezza prima non
apparente.
Incrociare le razze porta a rivelare tratti non visibili nei genitori, mostrando la bellezza potenziale celata negli organismi
(una sorta di “glorioso dono” posto in essi da Dio). Anche in questo caso si tratta di una pratica antica, che si potrebbe far
risalire ai tempi del giardino dell’Eden. Certamente data quantomeno a quelli di Giacobbe, giacché Dio lo benedisse
allevando del bestiame per lui – e rivelandogli il modo di farlo (Gen. 31:8-10). L’arte dell’incrocio ha prodotto migliaia di
varietà, ceppi e cultivar, tra cui centinaia di razze di cani, numerose varietà di fagiani, cavalli, mucche e poi rose, mele,
pesche e decine di migliaia di varietà di orchidee. La selezione di nuovi ceppi di piante e animali, più economici da
coltivare e da allevare, più facili da mantenere in salute o da smerciare, migliori come alimenti o più attraenti, dà vita oggi
nel mondo ad un settore industriale di dimensioni imponenti.
È tuttavia chiaro che gli allevatori non fanno altro che sviluppare progetti già presenti negli organismi di partenza, qualcosa
che Dio vi ha posto, plausibilmente, all’atto della creazione. L’allevamento accresce così la bellezza visibile del creato,
rendendo a Dio maggior gloria nella misura in cui riconosciamo che le nuove varianti non sono state prodotte dall’uomo,
ma predisposte appunto dal creatore.
Si può, infine, incrementare la bellezza intervenendo in maniera più diretta. Intere discipline sono state istituite allo scopo.
L’arredamento, la cosmesi, l’arte culinaria, le belle arti – sono tutti esempi di professioni dedite ad accrescere la bellezza
che ci circonda. Svolte in maniera consona, danno a chi le pratica un’ulteriore ’opportunità di glorificare Dio in modi
insospettati.

4 Detta “artificiale” perché operata dall’uomo e non dalla “natura”.

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