Ancora una volta la cronaca ci offre uno spunto che va ben oltre il singolo fatto di cronaca e costringe a interrogarsi sul significato stesso della morte.
L’episodio è quello del drammatico incidente avvenuto sulla superstrada Terni-Rieti, una tragedia che nei giorni scorsi ha provocato numerose vittime. Tra i feriti più gravi vi era un uomo ricoverato in condizioni disperate presso l’ospedale di Perugia. Dopo alcuni giorni di ricovero, le agenzie di stampa e i principali quotidiani hanno annunciato la terribile notizia: il paziente è deceduto. Il bilancio della strage, spiegano i giornali, sale così a sette vittime.
La vicenda sembrerebbe conclusa, se non che nello stesso articolo si legge che l’ospedale ha avviato la procedura per l’accertamento di morte presso la terapia intensiva, «il cui completamento è previsto nel tardo pomeriggio di oggi. Eventuali ulteriori comunicazioni saranno diffuse al termine della procedura».
Come?
Se il paziente è già morto, perché occorre ancora accertarne il decesso? Se, invece, la procedura di accertamento deve ancora svolgersi, o meglio deve ancora fornire il responso finale, sulla base di quale certezza il lettore viene informato che quella persona è già passata a miglior vita?
Non si tratta di una sottigliezza terminologica, ma di una contraddizione che rivela quanto profonda sia ormai la confusione sul significato stesso della morte.
Da anni il linguaggio della trapiantologia è entrato nel linguaggio comune, fino al punto da modificarlo. Il paziente viene dato per morto ancora prima che la procedura prevista dalla legge abbia concluso il suo iter. L’accertamento della morte cerebrale diventa così una sorta di formalità tecnica, quasi un passaggio burocratico destinato semplicemente a ratificare una conclusione già acquisita.
Eppure, la normativa vigente racconta un’altra storia, ossia che l’accertamento della morte cerebrale non è un atto simbolico né una formalità, ma una procedura medico-legale articolata, con tempi, verifiche e protocolli definiti. Se quella procedura viene avviata è perché la morte deve essere ancora accertata.
Come si può allora affermare che il paziente è già morto? Questa apparente incongruenza rivela un problema ben più profondo: la morte, nella cultura contemporanea, non viene più percepita come un evento naturale che il medico è chiamato a riconoscere, bensì come il risultato di una procedura tecnica. Non è il corpo che manifesta inequivocabilmente la propria fine; è un protocollo clinico che dichiara conclusa l’esistenza della persona.
È proprio a questo punto che emerge l’importanza del linguaggio. Se i media affermano, senza avvertire alcuna contraddizione, che una persona è morta prima ancora che venga conclusa la procedura di accertamento della morte cerebrale, finiscono inevitabilmente per trasmettere al lettore l’idea che quell’accertamento costituisca poco più di una formalità destinata a confermare un esito già scritto.
La domanda, allora, diventa inevitabile. La procedura è davvero chiamata ad accertare un fatto oppure finisce, immancabilmente, per confermare ciò che il sistema ha già presupposto? Tanto più se si considera che la cosiddetta morte cerebrale non coincide con la morte biologica dell’intero organismo, ma con una definizione convenzionale della morte fondata sulla perdita irreversibile di determinate funzioni encefaliche e verificata attraverso un protocollo di accertamento convenzionalmente stabilito.
Sono interrogativi che ci permettiamo di rivolgere non solo al personale sanitario ma anche al sistema in generale, al linguaggio che lo accompagna e, soprattutto, alla cultura che lo sostiene. Perché, talvolta, è proprio il modo in cui la cronaca viene raccontata a far emergere, involontariamente, le contraddizioni del sistema. Nel tentativo di semplificare gli eventi, l’informazione finisce per rivelare più di quanto vorrebbe: dichiara una persona morta e, poche righe dopo, informa il lettore che è stata avviata la procedura per accertarne la morte cerebrale. È proprio questa apparente naturalezza a rendere ancora più evidente la contraddizione.
Già, perché il problema non riguarda soltanto la morte cerebrale, ma il modo stesso in cui la nostra società concepisce la persona.
Per secoli la dignità dell’essere umano è stata considerata una qualità intrinseca, indipendente dall’età, dalle condizioni di salute, dal grado di coscienza o dalle capacità cognitive. Negli ultimi decenni, invece, si è progressivamente affermata una concezione funzionalista, secondo la quale il valore della persona dipenderebbe da determinate funzioni: la coscienza, l’autonomia, l’attività cerebrale.
La morte cerebrale costituisce, probabilmente, una delle manifestazioni più evidenti di questo cambiamento antropologico.
Ma lo stesso paradigma riaffiora nel dibattito sull’eutanasia: quando una persona perde determinate funzioni, continua a possedere la medesima dignità oppure il giudizio sulla sua vita cambia?
Le situazioni cliniche sono certamente diverse, tuttavia l’antropologia sottesa è sorprendentemente simile. In entrambi i casi il rischio è quello di sostituire la dignità ontologica della persona con una dignità funzionale: l’essere umano non viene più riconosciuto per ciò che è, ma per ciò che riesce ancora a fare.
A questo punto, viene naturale chiedersi se questa visione dell’uomo finisca per influenzare anche l’organizzazione stessa della sanità. Un paziente gravemente cerebroleso può richiedere settimane o mesi di terapia intensiva, personale altamente specializzato, risorse economiche ingenti e un posto letto occupato per un tempo indefinito.
È lecito domandarsi se una medicina chiamata ogni giorno a confrontarsi con la scarsità delle risorse, l’aumento dei costi e la cronica carenza di posti letto riesca davvero a rimanere del tutto impermeabile a queste pressioni quando è chiamata a ridefinire il confine tra la vita e la morte.
La morte rappresenta il confine più delicato dell’esistenza umana e merita di essere affrontata con il massimo rigore intellettuale, non con la superficialità con cui troppo spesso viene raccontata.
Perché una società che non distingue più tra la morte e il suo accertamento non ha semplicemente alterato una definizione medica. Ha perduto il senso stesso di ciò che significa essere uomo.
Alfredo De Matteo
(da Renovatio 21)